Giorgia Meloni vuole mettere per legge un tetto al numero degli studenti stranieri nelle classi italiane. Lo ha annunciato domenica 20 settembre: «Non esiste che in classe a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza». Il ministro Giuseppe Valditara aveva già indicato come riferimento il 30 per cento.
Solo che quel limite esiste già dal 2010. Una circolare ministeriale stabilisce che gli alunni con cittadinanza non italiana non debbano superare, «di norma», il 30 per cento della classe. Ma prevede anche che la soglia possa essere superata quando quei ragazzi conoscano adeguatamente l’italiano, come accade spesso per chi è nato o ha studiato in Italia. Può invece essere abbassata quando ci sono molti studenti appena arrivati con difficoltà linguistiche.
La distinzione ha una logica elementare: il problema scolastico è quanto un ragazzo conosca l’italiano, non quale passaporto abbia. Trasformare quella soglia in una barriera più rigida significa invece mettere nella stessa categoria un adolescente arrivato da pochi mesi e un bambino nato a Bologna, Brescia o Prato, cresciuto parlando italiano ma privo della cittadinanza.
L’annuncio arriva inoltre in un momento politico preciso. Nello stesso fine settimana Roberto Vannacci riuniva a Orvieto Futuro nazionale attorno a remigrazione, identità e immigrazione. Alla proposta di Meloni ha risposto di essere «assolutamente d’accordo», aggiungendo che misure del genere avrebbero dovuto essere prese prima. Le opposizioni hanno letto l’annuncio come un tentativo di inseguirlo sul terreno identitario. Questa è un’interpretazione politica, non la prova delle intenzioni della presidente del Consiglio, ma il terreno della competizione a destra è evidente.
Poi arrivano i numeri. E fanno saltare il quadro strumentale di Meloni e del suo governo d’incompetenti. Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini e sono morte 652 mila persone. Il saldo naturale è stato negativo per circa 296 mila abitanti. Esattamente nello stesso anno il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per circa 296 mila persone. La fecondità è scesa al minimo di 1,14 figli per donna.
In altre parole, senza immigrazione l’Italia avrebbe perso in un solo anno quasi 300 mila residenti. La scuola sta già pagando questa crisi demografica. Nell’anno scolastico 2023-2024 aveva 7.996.318 studenti: 117 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 560 mila in meno in cinque anni. La primaria ha perso 54 mila bambini in dodici mesi, la scuola dell’infanzia più di 38 mila. Gli studenti con cittadinanza straniera erano 931 mila, l’11,6 per cento del totale. E perfino il loro aumento non è riuscito a compensare la diminuzione complessiva degli iscritti.
È questo il cortocircuito. L’Italia fa sempre meno figli, chiude classi, perde studenti e forza lavoro. Poi tratta come un problema la presenza nelle aule proprio di una parte dei bambini che impediscono a quelle aule di svuotarsi ancora più rapidamente.
Questo non significa negare che possano esistere classi con concentrazioni troppo elevate di ragazzi appena arrivati e che non conoscono l’italiano. È un problema reale e va affrontato con insegnanti, corsi di lingua, mediatori e una distribuzione ragionevole degli studenti. Ma è un problema linguistico e scolastico, non etnico.
Contare i passaporti invece delle competenze significa rispondere a una difficoltà didattica con una categoria identitaria. E significa soprattutto progettare la scuola italiana immaginando un Paese che non esiste più: pieno di bambini italiani da difendere da troppi bambini stranieri. Il Paese reale ha sempre meno bambini. Se poi la premier ci spiega in questa demografica miseria come l’Italia terrà in piedi la scuola, il lavoro e perfino il sistema pensionistico di domani senza di loro, siamo disposti ad ascoltarla.. Non quando mente al Paese.



