Il più grande luogo di assistenza italiano non ha un’insegna, non compare nelle statistiche dei posti letto e non ha un direttore sanitario. È la casa. È lì che milioni di anziani, disabili, malati cronici e persone non autosufficienti vengono lavati, nutriti, sorvegliati, accompagnati, medicati. Ed è lì che una parte enorme del welfare italiano viene prodotta ogni giorno senza stipendio, senza orario e spesso senza contributi.
È questo il cuore di La cura negata. Anatomia dell’abbandono, il libro che Mario Sommella ha pubblicato gratuitamente e dal quale è nata la campagna nazionale “La cura non è un costo. È un diritto”. Sommella parte dalla non autosufficienza, ma il bersaglio è più ampio: un sistema sociale che continua a trattare la dipendenza dagli altri come un incidente individuale, mentre sta diventando una delle grandi questioni politiche di un Paese che invecchia.
Il problema non è soltanto che aumentano gli anziani. Aumentano contemporaneamente le persone sole e diminuiscono le famiglie numerose capaci, almeno teoricamente, di distribuire il lavoro di assistenza. Il modello italiano ha retto per decenni perché ha dato per scontato che da qualche parte ci fosse una moglie, una figlia, una sorella disponibile ad assorbire gratuitamente ciò che il servizio pubblico non forniva. Quel modello oggi scricchiola.
Quando lo Stato non interviene, infatti, il costo della cura non scompare: cambia pagatore. Lo paga chi passa al part-time per assistere un genitore, chi lascia il lavoro, chi consuma ferie e risparmi, chi assume una badante, chi rinuncia a una parte della propria vita. Ciò che nei bilanci pubblici appare come risparmio continua a esistere sotto forma di lavoro non retribuito, redditi perduti e contributi non versati. Sommella parla di un trasferimento occulto delle responsabilità pubbliche sulle famiglie. È probabilmente il punto più importante del libro.
La cosiddetta Prestazione Universale sembra quasi una caricatura di questo sistema. Dovrebbe sostenere gli anziani non autosufficienti con un assegno integrativo di 850 euro al mese, ma per ottenerlo bisogna avere almeno ottant’anni, essere titolari dell’indennità di accompagnamento, trovarsi in condizioni di bisogno assistenziale gravissimo e avere un Isee sociosanitario non superiore a 6 mila euro. Al marzo 2026 erano state presentate poco più di seimila domande e ne erano state accolte meno di 2.400. Lo stesso INPS ha parlato di “assoluta marginalità” della misura.
Il significato politico è evidente: il diritto viene riconosciuto solo dopo avere dimostrato di essere abbastanza vecchi, abbastanza poveri e abbastanza gravi. Per tutti gli altri resta la soluzione italiana di sempre: arrangiarsi.
La stessa logica sta penetrando nel Servizio sanitario nazionale. Nel 2024 quasi un italiano su dieci ha rinunciato almeno una volta a visite o accertamenti per liste d’attesa, difficoltà economiche o problemi di accesso. Il diritto alla salute non viene formalmente abolito: resta scritto nella Costituzione. Ma diventa progressivamente più facile esercitarlo per chi può comprare sul mercato ciò che il pubblico non riesce più a garantire in tempi accettabili.
È da questa analisi che nasce la petizione promossa da Sommella insieme ad associazioni e realtà impegnate sul terreno della disabilità e della non autosufficienza. Le richieste sono concrete: un servizio nazionale pubblico per la non autosufficienza senza limiti di età, assistenza domiciliare adeguata anche nei casi più gravi, rifinanziamento strutturale del Servizio sanitario nazionale, riconoscimento giuridico, previdenziale ed economico dei caregiver, organici e salari adeguati per chi lavora nella cura, diritto alla vita indipendente e livelli essenziali delle prestazioni realmente uguali in tutto il Paese.
Ma la parte più interessante della campagna è forse il metodo. La petizione sarà inviata nominalmente a circa 1.600 parlamentari, consiglieri regionali, assessori e parlamentari europei italiani, chiedendo a ciascuno di dichiarare per iscritto se aderisce o meno agli impegni. Risposte, adesioni parziali e silenzi dovrebbero essere pubblicati. Non soltanto firme, dunque, ma una piccola anagrafe delle responsabilità politiche: chi si impegna, chi dice no e chi preferisce non rispondere.
Sul fondo resta inevitabilmente la questione delle risorse. Sommella insiste sul confronto tra spesa sociale e altre priorità pubbliche, compreso il riarmo. Ridurre tutto a “ospedali contro cannoni” sarebbe però troppo facile. La domanda interessante è un’altra: perché alcune spese vengono considerate inderogabili e per altre si invoca immediatamente l’insostenibilità dei conti?
Quando una priorità viene considerata strategica, i margini finanziari possono essere cercati, le regole negoziate, i vincoli reinterpretati. La cura, invece, continua a essere trattata soprattutto come un costo da contenere. Ed è qui che il linguaggio economico produce il suo piccolo trucco: un infermiere costa, un assistente domiciliare costa, una struttura pubblica costa. Una figlia che lascia il lavoro per assistere la madre, invece, nei conti dello Stato non costa quasi nulla.
Eppure sta fornendo un servizio. Il vero risparmio del sistema italiano consiste proprio nel renderlo invisibile. La spesa non viene eliminata: viene trasferita. La privatizzazione più efficace della cura non richiede neppure una clinica privata. Basta una famiglia.
La cura negata ha il merito di spostare la domanda. Non soltanto quanto costerebbe costruire un vero sistema nazionale della non autosufficienza, ma quanto ci costa già non averlo e chi sta pagando quel prezzo. Fino ad oggi la risposta è stata soprattutto la famiglia. Ma la famiglia sulla quale quel modello è stato costruito sta cambiando rapidamente. Quando non ci saranno più abbastanza persone disponibili a coprire gratuitamente i buchi del welfare, scopriremo che la cura non era mai stata gratis: avevamo semplicemente mandato la fattura a qualcun altro.
Per firmare la petizione: https://www.change.org/p/la-cura-non-%C3%A8-un-costo-%C3%A8-un-diritto
Fra i soggetti promotori ci sono il Comitato 16 Novembre, che rappresenta i malati di sclerosi laterale amiotrofica e le persone in condizione di dipendenza vitale, e la Fondazione Spazio Legalità, insieme ad altre associazioni, movimenti civici e realtà territoriali. Altre adesioni stanno arrivando e l’elenco resta aperto per tutta la durata della raccolta.
I primi proponenti a titolo personale sono Emma Agricola, Laura Bignami, Valerio Borghetti, Roberto Brambilla, Elisa Caccamo, Francesco Coniglione, Tierri Dieng, Marco Dori, Antonio Ingroia, Mariangela La Manna, Nicola Lanza, Franco Melasi, Dianella Pez, Roberta Radich, Giampaolo Sablich, Mario Sommella e Riccardo Tillotta.
Non c’è un partito dietro questa campagna e non si chiedono voti per nessuno. C’è una constatazione: sulla cura e sulla non autosufficienza l’Italia ha prodotto negli ultimi anni molte parole e nessun sistema.
Per scaricare il libro gratuitamente: https://mariosommella.com/wp-content/uploads/2026/08/la-cura-negata.pdf



