L’Egitto torna ad alzare il livello dello scontro sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam, la gigantesca diga costruita dall’Etiopia sul Nilo Azzurro. Il ministro egiziano delle Risorse idriche Hani Sewilam l’ha definita «illegittima» e ha dichiarato che il Cairo conserva il diritto di adottare le misure che riterrà necessarie per difendere la propria sicurezza idrica.
Dietro le parole diplomatiche c’è un conflitto che dura da quindici anni e riguarda una delle risorse più elementari che esistano: chi può decidere quanta acqua del Nilo trattenere e quanta lasciarne scorrere verso valle.
La diga sorge nella regione etiope di Benishangul-Gumuz, a una quindicina di chilometri dal confine con il Sudan. Inaugurata nel settembre 2025 dopo quattordici anni di lavori, ha un bacino capace di contenere 74 miliardi di metri cubi d’acqua e una potenza installata di 5.150 megawatt.
Per Addis Abeba è l’opera destinata a trasformare il sistema energetico nazionale, raddoppiare la produzione elettrica e consentire all’Etiopia di aumentare le esportazioni di energia verso Sudan, Kenya, Gibuti e altri Paesi della regione.
Per l’Egitto, invece, il problema è che il Nilo non è una fonte d’acqua tra le altre. È la fonte d’acqua. Il Paese dipende quasi interamente dal fiume per le proprie risorse idriche, mentre il Nilo Azzurro che nasce sugli altopiani etiopi fornisce una parte decisiva dell’acqua che raggiunge Sudan ed Egitto.
Il Cairo dispone storicamente di una quota di 55,5 miliardi di metri cubi all’anno, fissata dall’accordo sottoscritto con il Sudan nel 1959. L’Etiopia non partecipò a quel trattato e non lo considera vincolante.
Per il Cairo, quei volumi sono una condizione essenziale della propria sicurezza nazionale. Per Addis Abeba, due Stati a valle non possono pretendere di avere spartito tra loro il fiume in base a un accordo al quale i Paesi a monte non parteciparono.
Da una parte, quindi, c’è il principio della tutela di un approvvigionamento idrico dal quale dipendono decine di milioni di persone; dall’altra quello dell’utilizzo equo delle acque di un fiume internazionale per produrre energia e sviluppo.
La diga, inoltre, non “consuma” 74 miliardi di metri cubi ogni anno. Essendo un impianto idroelettrico, l’acqua trattenuta passa attraverso le turbine e prosegue verso valle. Questo rende il conflitto più complicato: la Gerd permette all’Etiopia di decidere in quale momento trattenere una parte dell’acqua nel proprio enorme serbatoio e in quale momento rilasciarla.
Negli anni normali il problema può essere gestibile. Diventa molto più serio durante una siccità prolungata. Se per più anni arriva poca acqua, Addis Abeba ha interesse a mantenere sufficientemente alto il bacino per continuare a produrre elettricità.
L’Egitto ha invece interesse a ottenere maggiori rilasci per evitare che diminuiscano troppo le riserve a valle. È su questo, più che sull’esistenza fisica della diga, che anni di negoziati non sono riusciti a produrre un accordo.
Nel 2015 Egitto, Etiopia e Sudan firmarono una Dichiarazione di principi che riconosceva sia il diritto a un uso equo e ragionevole delle acque sia l’obbligo di non provocare danni significativi agli altri Stati. Prevedeva inoltre che i tre governi concordassero le regole per il riempimento e il funzionamento della diga e si scambiassero le informazioni necessarie alla sua gestione.

Quell’accordo operativo non è mai arrivato. L’Etiopia ha progressivamente riempito il bacino e messo in funzione l’impianto; l’Egitto sostiene che farlo senza regole vincolanti concordate violi gli impegni del 2015. Addis Abeba respinge questa interpretazione e ritiene di avere pieno diritto a utilizzare le proprie risorse idriche per la produzione di energia.
Per questo la definizione di Gerd come diga «illegittima» è la posizione del governo egiziano, non una qualificazione stabilita da un tribunale internazionale.
Anche il Sudan ha un interesse diretto. Una regolazione delle acque del Nilo Azzurro può ridurre le grandi piene, limitare i sedimenti e rendere più regolare il funzionamento delle dighe sudanesi. Ma trovandosi immediatamente a valle della Gerd, Khartoum ha bisogno di conoscere con precisione quantità e tempi dei rilasci.
Senza scambio di dati, ciò che per l’Etiopia è una decisione tecnica sul funzionamento della centrale può diventare in poche ore o pochi giorni un problema per chi si trova lungo il fiume.
La Grand Ethiopian Renaissance Dam è stata progettata e costruita dalla società italiana Webuild, in precedenza Salini Impregilo. Il gruppo opera in Etiopia dagli anni Cinquanta e ha realizzato numerosi impianti idroelettrici nel Paese. La Gerd è il più grande: la diga principale è alta 170 metri e lunga 1.800, mentre l’intero progetto ha coinvolto oltre 25 mila persone.
Questo non rende l’Italia parte del contenzioso sulle acque del Nilo. La responsabilità delle decisioni sul riempimento e sulla gestione dell’impianto appartiene al governo etiope e alla società elettrica pubblica che lo ha commissionato. Ma introduce inevitabilmente un elemento diplomatico.
Per l’Italia l’Etiopia è un partner prioritario nel Corno d’Africa e la stessa Farnesina presenta la Gerd come una delle principali infrastrutture della trasformazione energetica etiope, ricordando esplicitamente il contributo tecnologico italiano.
Roma mantiene contemporaneamente rapporti strategici con l’Egitto, altro interlocutore centrale nel Mediterraneo e in Africa. La circostanza che l’opera al centro del più grave contenzioso idrico della regione porti una firma industriale italiana non significa dunque che l’Italia debba risolvere il conflitto, ma le impedisce anche di considerarlo completamente estraneo ai propri interessi diplomatici ed economici.
Il punto essenziale, però, resta tra Addis Abeba e Il Cairo. La grande battaglia sulla costruzione della diga è ormai conclusa: la Gerd esiste, è piena e produce energia. Quella che rimane aperta è probabilmente più difficile, perché riguarda ciò che accadrà per decenni ogni volta che il livello dell’acqua salirà o scenderà.
L’Egitto vuole un accordo giuridicamente vincolante sui rilasci, sullo scambio dei dati e soprattutto sulle siccità. L’Etiopia rifiuta regole che possano limitare eccessivamente la propria capacità di utilizzare la diga. Il Cairo considera inaccettabile dipendere da decisioni prese unilateralmente centinaia di chilometri più a monte.
Addis Abeba considera altrettanto inaccettabile che accordi del secolo scorso impediscano a un Paese di oltre cento milioni di abitanti di sfruttare il fiume che nasce sul proprio territorio.
La diga ha quindi modificato materialmente i rapporti di forza sul Nilo. Prima l’Egitto possedeva il vantaggio geografico e politico di un sistema costruito intorno ai propri diritti storici sull’acqua. Oggi l’Etiopia possiede, a monte, un serbatoio da 74 miliardi di metri cubi e la capacità tecnica di regolare una parte importante del Nilo Azzurro.



