Uno studente bianco e suprematista accoltella una donna. Un altro, congolese, gli salta addosso, lo disarma e le evita il peggio. Lei, uscita dall’ospedale, dice che vorrebbe abbracciare l’aggressore. Del ragazzo congolese che l’ha salvata, a lei fascista doc con la foto di Almirante e Vannacci che la osservano soddisfatti dalla sua pagina facebook, dice che merita una medaglia, ma che sulla remigrazione non ha cambiato idea.
E allora ti viene da pensare una cosa orrenda: cazzi tuoi. Ti ha salvata proprio quello che la tua idea di società mette sotto processo, e tu continui come prima? Per un attimo vorresti che la realtà fosse feroce fino in fondo, che il contrappasso facesse il suo mestiere.
Questo pensiero non lo trovate espresso sulla stampa benpensante e finto buonista, ma va scritto perchè c’è ed è uscito allo scoperto in questi giorni. Nasconderlo sarebbe ipocrisia. Perché è esattamente lì che si misura la vittoria culturale di una visione selettiva dell’umanità: quando riesce a trascinare anche chi la combatte sul terreno del “se l’è meritato”, “se l’è cercata”.
E molti l’hanno scritto. Sui social soprattutto, com’è ormai d’uso oggi per l’onda del pensiero violento sdoganato, una volta confinato al bar con una buona dose di Stravecchio a cacciare i mali del mondo. Chiacchiere alcoliche dunque, anche se digitali. Perchè siamo accerchiati, sopraffatti, schifati, interdetti da questa aggressione continua, anche senza coltello, che subisce la nostra visione di un mondo umano. La voglia di reagire diventa persino fisica. Ma è una trappola e lo dobbiamo dire.
Al tempo stesso va detto con molta forza che accettare quel pensiero significa la nostra sconfitta culturale più grande, aprire la porta a quello stesso nemico che a parole diciamo di combattere, ridursi allo stesso schematismo becero ed elementare che anima chi propugna idee di odio.
Siamo talmente immersi in questo clima che lentamente, senza accorgersene, usiamo le stesse parole, la stessa logica dei nostri nemici mortali, dei nemici dell’umanità. Suprematisti, fascisti, avventurieri, truffatori, che fanno quel che vogliono, impuniti, su quegli stessi social che permettono il proliferare di pagine che inneggiano al fascismo e al nazismo e ti censurano se pubblichi Bella Ciao.
Con Charlie Kirk il meccanismo è stato quasi perfetto. Aveva detto che alcune morti per arma da fuoco erano un prezzo che considerava accettabile per difendere il Secondo emendamento. Poi un’arma da fuoco lo ha ucciso. E la frase arriva da sola: ti sta proprio bene, coglione.
Ma proprio nel momento in cui la pensi così hai già ceduto qualcosa. Non perché un morto diventi improvvisamente intoccabile, ma perché hai accettato che la morte come catarsi possa essere la confutazione insieme al dolore inflitto di una ideologia politica.
È questa la subordinazione culturale che dovremmo temere. Non diventare fascisti; molto più banalmente, cominciare a usare la stessa contabilità morale suprematista: questo merita pietà, questo no; questo è una vittima, questo se l’è cercata; questo può stare con noi, questo va espulso. O siamo diversi o non lo siamo, c’è poco da girarci intorno.
La società aperta non è il luogo dove tutti sono buoni. È il luogo dove non occorre esserlo per conservare i propri diritti. La banalità del bene, allora, non è porgere l’altra guancia né assolvere nessuno. È rifiutarsi di scegliere chi merita di essere salvato.
Questa è la nostra diversità e questa rotta dobbiamo mantenere per rovesciare il paradigma che ha reso, con la nostra partecipazione straordinaria, come comparse a diaria giornaliera, autoritarismo e selezione dell’umanità la rotta della società attuale. In questa egemonia culturale sta vincendo la destra estrema, molto più che con i voti alle formazioni che si richiamano esplicitamente al fascismo e al nazismo. E non capirlo significa aver già perso, prima di qialsiasi voto.



