Il problema nasce negli Stati Uniti, ma il conto arriverà presto anche in Italia. Washington sta cercando di abbassare il prezzo dei farmaci legando quello pagato dagli americani ai prezzi praticati negli altri Paesi sviluppati. Per le multinazionali significa rischiare ricavi più bassi sul mercato più redditizio del mondo e, di conseguenza, aumenta la pressione sui governi europei perché paghino di più, riducano gli oneri sulle aziende e rendano i propri mercati più convenienti.
Il Governo italiano, secondo un’indiscrezione del Quotidiano Sanità, non ha ancora stanziato nuove risorse per l’industria farmaceutica, ma il Ministero della Salute sta già studiando come farlo. tra le ipotesi ci sono più soldi per la spesa farmaceutica, un tetto più basso al payback che oggi grava sulle imprese e maggiori garanzie per i farmaci innovativi.
Tutto questo avviene mentre il Servizio sanitario nazionale continua ad avere miliardi di differenza tra spesa prevista e risorse disponibili, oltre mezzo milione di persone vive in condizioni di povertà sanitaria e più di dieci miliardi di euro di farmaci vengono pagati ogni anno direttamente dalle famiglie.
Il dossier sul tavolo del Ministero nasce dalla politica americana del “Most Favored Nation”. Il principio è semplice: gli Stati Uniti vogliono impedire che i propri cittadini e il proprio sistema sanitario paghino i medicinali molto più di quanto gli stessi prodotti costino nei Paesi economicamente comparabili.
Il prezzo praticato all’estero diventa quindi un riferimento nella negoziazione americana. Per le aziende farmaceutiche questo crea un problema evidente: un prezzo basso ottenuto da Italia, Francia o Germania può trasformarsi in un precedente utilizzato dagli Stati Uniti per abbassare il prezzo sul proprio mercato.
È per evitare questo effetto che l’industria sta spingendo sempre di più sul tema dei prezzi europei e dell’accesso ai mercati. Il rischio per i governi del continente è che le imprese decidano di posticipare l’arrivo di nuovi medicinali nei Paesi dove i prezzi sono considerati meno remunerativi o dove gli obblighi di restituzione della spesa vengono giudicati troppo elevati. È dentro questa partita che si muove il Governo italiano.
Secondo il dossier in discussione al Ministero della Salute, tra le ipotesi considerate ci sono un aumento del tetto della spesa farmaceutica, strumenti per anticipare l’accesso ai nuovi medicinali e un ridimensionamento del payback sugli acquisti diretti. Le misure non sono state ancora approvate e non esiste, allo stato attuale, uno stanziamento già trasferito alle imprese.
Ma il lavoro tecnico è in corso e il punto di approdo è chiaro: rendere il mercato italiano più sostenibile per le aziende e ridurre il peso che oggi grava su di loro quando la spesa pubblica supera i tetti programmati.
I numeri spiegano perché il payback sia diventato il centro del confronto. Nel 2025 AIFA ha certificato per gli acquisti diretti di farmaci uno sfondamento pari a 4 miliardi e 767 milioni di euro. Il tetto programmato era pari all’8,30 per cento del Fondo sanitario nazionale. In base alle regole vigenti, il valore complessivo del ripiano attribuito alle aziende farmaceutiche è stato pari a 2 miliardi e 385 milioni di euro.
Il problema per le imprese non è marginale. La spesa farmaceutica pubblica complessiva nel 2025 ha raggiunto 24 miliardi e 937 milioni di euro, pari al 18,42 per cento del Fondo sanitario nazionale. Gli acquisti diretti hanno totalizzato 16 miliardi e 193 milioni, con un superamento delle risorse programmate di oltre 4,7 miliardi. La sola spesa convenzionata per i medicinali distribuiti nelle farmacie territoriali è arrivata a 8 miliardi e 515 milioni, in crescita del 4,8 per cento rispetto all’anno precedente.

L’ipotesi allo studio è quella di contenere il payback degli acquisti diretti entro una soglia inferiore rispetto ai livelli attuali. Una riduzione anche di alcune centinaia di milioni significherebbe lasciare quella stessa quota fuori dal conto oggi attribuito alle imprese. La differenza dovrebbe quindi essere assorbita attraverso un aumento delle risorse disponibili, un innalzamento del tetto della spesa farmaceutica o altri interventi di finanza pubblica. È per questo che il dossier non riguarda soltanto i rapporti tra Stato e aziende: riguarda direttamente il bilancio del Servizio sanitario.
Il Governo rivendica di avere aumentato il Fondo sanitario nazionale dai circa 126 miliardi del 2022 a quasi 143 miliardi nel 2026. È il dato indicato dallo stesso ministro della Salute Orazio Schillaci. L’aumento nominale esiste, ma va letto insieme alla crescita della spesa sanitaria, all’inflazione, al costo del personale, all’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi e all’invecchiamento della popolazione. Elementi che rendono non veritiera l’affermazione di Schillaci e del suo governo.
Il risultato è che il Servizio sanitario continua a operare con risorse fortemente assorbite dalla spesa corrente e con margini molto limitati per nuove politiche. Nel 2025 la sola farmaceutica pubblica ha assorbito quasi un quinto del Fondo sanitario. E mentre il Governo valuta come ridurre il peso del payback sulle aziende, regioni e aziende sanitarie continuano a confrontarsi con liste d’attesa, carenze di personale, ricorso crescente al privato e aumento della spesa direttamente sostenuta dalle famiglie.
Il dato più evidente arriva proprio dalle famiglie. Nel 2024 la spesa farmaceutica complessiva considerata da Banco Farmaceutico è stata pari a 23,81 miliardi di euro. Di questi, 13,65 miliardi, il 57,3 per cento, sono stati sostenuti dal Servizio sanitario nazionale. Gli altri 10,16 miliardi, pari al 42,7 per cento, sono rimasti interamente a carico dei cittadini. Nel 2018 la quota pagata direttamente dalle famiglie era di 8,37 miliardi. In sei anni l’aumento è stato di 1,78 miliardi, pari al 21,26 per cento.
Dieci miliardi di euro di spesa diretta significano ticket, medicinali non rimborsati e farmaci da banco. Per una famiglia con un reddito medio possono rappresentare una voce di bilancio significativa. Per chi vive ai margini della povertà diventano invece una barriera all’accesso alle cure.
Nel 2025 sono state 501.922 le persone che hanno dovuto chiedere aiuto alle strutture assistenziali convenzionate con Banco Farmaceutico per ricevere gratuitamente medicinali e cure. Nel 2024 erano 463.176. L’aumento in un solo anno è stato dell’8,4 per cento. Tra queste persone ci sono 145.557 minori, pari al 29 per cento del totale, e oltre 109 mila anziani.
È questo il quadro dentro il quale il Governo sta cercando una risposta alla pressione dell’industria farmaceutica. Da una parte ci sono imprese che chiedono condizioni economiche più favorevoli per continuare a considerare l’Italia un mercato attrattivo. Dall’altra c’è un Servizio sanitario che assorbe ogni anno risorse crescenti senza riuscire a impedire l’aumento della spesa privata e della rinuncia alle cure.
Il Governo si prepara a trovare nuove risorse per evitare che le aziende farmaceutiche considerino l’Italia un mercato poco conveniente mentre oltre mezzo milione di persone già oggi non riesce a permettersi farmaci e cure, 5,8 milioni rinunciano almeno a una prestazione sanitaria e più di 10 miliardi di euro di medicinali vengono pagati direttamente dalle famiglie.
La questione è come affrontare la nuova emergenza, con quali risorse e secondo quali priorità, in un sistema nel quale la capacità di curarsi dipende sempre di più dal reddito. Quando il Governo presenterà il provvedimento, saranno quindi soprattutto tre numeri a dover essere messi uno accanto all’altro: quanto diminuirà il payback a carico dell’industria, quanto aumenterà la spesa pubblica farmaceutica e quanto verrà destinato, nello stesso momento, a ridurre il peso delle cure sulle famiglie.
Perché oggi il primo numero è già noto: 2 miliardi e 385 milioni di euro chiesti alle imprese. Anche il secondo fronte è noto: oltre 10 miliardi pagati direttamente dai cittadini. E il terzo è ancora più difficile da ignorare: 501.922 italiani che non riescono più a sostenere da soli il costo delle cure.



