Anticipare con un’applicazione una parte dello stipendio prima del normale giorno di paga non è più soltanto un fenomeno americano. Servizi di questo tipo esistono anche in Italia, dove i primi esempi digitali sono rintracciabili almeno dal 2020 e dove, soprattutto dal 2023-2024, l’offerta ha cominciato ad ampliarsi con l’ingresso di banche, società finanziarie e piattaforme utilizzate dalle aziende. Il mercato italiano è ancora molto più piccolo di quello statunitense, ma nasce dalla stessa necessità: avere un lavoro e non avere abbastanza liquidità per arrivare alla busta paga successiva.
Negli Stati Uniti questi servizi esistono dai primi anni Dieci, inizialmente come segmento marginale della tecnologia finanziaria. La svolta arriva però negli anni della pandemia, quando la perdita o la riduzione dei redditi e la crescente instabilità economica ne accelerano fortemente l’utilizzo. Secondo il Consumer Financial Protection Bureau, già nel 2020 le sole piattaforme collegate ai datori di lavoro avevano gestito circa 56 milioni di anticipi per 9,5 miliardi di dollari, tre volte il valore stimato appena due anni prima. Nel 2022, considerando anche i servizi rivolti direttamente ai consumatori, circa 10 milioni di lavoratori americani avevano utilizzato questi strumenti per ottenere anticipatamente oltre 31 miliardi di dollari.
Il meccanismo è semplice. Il dipendente ha già maturato una quota dello stipendio, ma dovrebbe aspettare il giorno previsto per riceverla. Attraverso una piattaforma può ottenere immediatamente una parte di quel denaro per pagare affitto, alimentazione, bollette o una spesa imprevista. Alla paga successiva la somma anticipata viene recuperata. Il problema nasce quando un servizio pensato per un’emergenza diventa il modo ordinario con cui una persona finanzia le proprie necessità quotidiane.
Una recente analisi citata dal New York Times, condotta sulle transazioni di circa 347 mila utilizzatori, mostra quanto questo passaggio sia già avvenuto negli Stati Uniti. Il 96% degli anticipi erogati dalle applicazioni rivolte direttamente ai consumatori comportava commissioni o “mance”. Il costo medio era di circa 6,50 dollari per riceverne 113 per nove giorni: rapportato su base annua, equivaleva a un tasso effettivo vicino al 232%. Soprattutto, gli utilizzatori ricorrevano mediamente a 33 anticipi all’anno, quindi due o tre volte ogni mese.
Il sistema quindi può trasformarsi in una trappola. Se si anticipano cento dollari perché il salario non basta fino alla fine del mese, al pagamento successivo quei cento dollari sono già stati spesi. Si parte quindi con una disponibilità inferiore e aumenta la probabilità di dover chiedere un altro anticipo. Non viene eliminato lo squilibrio tra reddito e spese: viene rinviato di qualche settimana, pagando eventualmente una commissione ogni volta.
In Italia il fenomeno è più recente. Consono risulta disponibile già dal dicembre 2020 e consentiva ai dipendenti delle aziende aderenti di accedere durante il mese a una quota dello stipendio maturato. Allora poteva ancora essere considerato un esperimento di welfare aziendale piuttosto marginale. La fase successiva arriva soprattutto dal 2023-2024: Zucchetti e Findomestic lanciano AnticiPaga, Findynamic porta sul mercato una propria applicazione nel 2024 e nello stesso anno compare EasyWage, anch’essa costruita sull’accesso anticipato al salario maturato.
Nel frattempo sono entrate direttamente anche le banche. Isybank, del gruppo Intesa Sanpaolo, offre un anticipo collegato allo stipendio sotto forma di prestito personale. Nell’esempio indicato dall’istituto, ottenere 1.000 euro per nove giorni costa 1,85 euro: il tasso nominale è zero, ma il TAEG arriva al 7,80% per effetto della commissione. BBVA permette invece di anticipare da 250 a 1.500 euro: fino a cinque giorni prima dell’accredito il servizio è gratuito, mentre per periodi più lunghi vengono applicati costi.

Il modello aziendale funziona in modo leggermente diverso. AnticiPaga consente, per esempio, di ricevere prima della busta paga fino a un quarto dello stipendio, con un massimo di 500 euro. Quando arriva il normale giorno di pagamento, il lavoratore incassa ciò che resta dopo l’anticipo. Non è dunque necessariamente un prestito nel senso tradizionale: in diversi casi si tratta di rendere disponibile prima denaro che il dipendente ha già guadagnato. Ma dal punto di vista del bilancio familiare il problema può essere identico se il ricorso diventa abituale.
Ed è proprio l’Italia a offrire una platea potenzialmente vasta. Nel 2025 il 22,4% della popolazione dichiarava di arrivare alla fine del mese con difficoltà o grande difficoltà e quasi una persona su due non era riuscita a mettere da parte risparmi. Più di un italiano su quattro, secondo Eurostat, non sarebbe inoltre in grado di affrontare con risorse proprie una spesa imprevista.
Il mercato potenziale, quindi, non è costituito principalmente da persone senza lavoro. È formato da chi lavora ma non possiede alcun margine economico. Se si rompe l’automobile, arriva una bolletta più alta o l’affitto scade qualche giorno prima dello stipendio, anche cento o duecento euro possono diventare indispensabili.
Un anticipo occasionale, soprattutto quando è gratuito o costa pochissimo, può essere utile. Può evitare uno scoperto bancario, una carta revolving o un finanziamento molto più oneroso. Il problema comincia quando lo strumento serve per pagare regolarmente il cibo, le utenze o l’affitto. In quel momento la difficoltà non riguarda più la data dello stipendio, ma l’ammontare dello stipendio.
L’esperienza americana serve precisamente da avvertimento. Quando gli anticipi diventano due o tre al mese, la fragilità economica del lavoratore diventa la condizione stessa perché il mercato continui a funzionare. Più manca liquidità, più si utilizza il servizio; più lo si utilizza, più una parte dello stipendio successivo è già stata consumata.
È una forma particolarmente moderna di monetizzazione della povertà lavorativa. Un problema collettivo, salari insufficienti, costo dell’abitare, inflazione, assenza di risparmi, viene trasformato in una questione individuale di gestione della liquidità. La risposta non è aumentare il reddito disponibile, ma consentire di spendere prima quello che arriverà dopo.
Sono strumenti che non vanno demonizzati, ma neppure confusi con una politica contro la povertà. Consapevoli però che se intorno a quella insufficienza economica del lavoratore nasce un mercato capace di produrre commissioni e profitti, non è la povertà lavorativa a essere stata risolta. È la povertà che viene trasformata in un modello di business.



