Tre anni dopo il 7 ottobre, l’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza resta il punto di origine di una guerra che ha cambiato Israele e devastato la Striscia. La ricorrenza appartiene prima di tutto alle vittime di quella mattina: alle famiglie uccise nelle loro case, ai giovani assassinati al festival Nova, agli uomini, alle donne e ai bambini presi in ostaggio e trascinati dentro Gaza. L’attacco fu preparato da Hamas, condotto deliberatamente contro civili oltre che contro obiettivi militari.
Non fu un’azione della “resistenza palestinese”, formula che finirebbe per dissolvere dentro una causa nazionale più ampia la responsabilità specifica di un’organizzazione islamista autoritaria che governa Gaza senza elezioni dal 2006 e ha costruito una parte essenziale della propria identità sulla lotta armata e su una lettura religiosa radicale del conflitto. La guerra scoppiata dopo il 7 ottobre nasce da quella decisione di Hamas. Il tempo trascorso e la devastazione successiva non modificano questo fatto originario.
Ma tre anni dopo non è più possibile fermare il racconto a quella mattina. Dentro Israele il 7 ottobre resta anche la storia del più grave fallimento dell’apparato di sicurezza del Paese: i segnali non compresi, la convinzione che Hamas fosse contenibile, la fiducia nella superiorità tecnologica e nell’intelligence. Haaretz insiste soprattutto sul carattere cognitivo di quel fallimento: i dati disponibili non bastarono a incrinare una concezione della realtà che considerava improbabile un attacco di quelle dimensioni. Per un osservatore esterno, tuttavia, questa è soltanto una parte della storia. L’altra è Gaza.
La risposta israeliana ha prodotto una distruzione e devastazione tale da trasformare la Striscia in un cimitero a cielo aperto. Quartieri interi sono stati cancellati, la popolazione è stata costretta a spostarsi ripetutamente, le infrastrutture civili sono state colpite su scala enorme e decine di migliaia di palestinesi sono morti, tra loro un numero altissimo di bambini. Dire questo non significa stabilire un’equivalenza tra il 7 ottobre e ciò che è accaduto dopo, né attenuare la responsabilità di Hamas nell’avere aperto la guerra. Significa distinguere tra l’origine di una guerra e il modo in cui quella guerra viene combattuta. È una distinzione essenziale, perché l’orrore iniziale non può diventare un alibi morale capace di sospendere ogni giudizio su ciò che è venuto dopo.
Israele aveva il diritto di difendere i propri cittadini e di impedire che Hamas fosse in grado di ripetere un attacco simile. Ma da quel diritto non discende automaticamente la legittimità di ogni scelta successiva. Un bambino nato a Gaza non è responsabile del governo sotto il quale vive, così come un civile non perde il proprio status perché si presume abbia simpatizzato per Hamas. In un territorio governato da un movimento autoritario, segnato da isolamento e assenza di vere alternative politiche, il confine tra consenso, adattamento e necessità è complesso e non può diventare il criterio con cui si decide chi sia sacrificabile.
Su questo piano la natura politica del governo Netanyahu diventa parte della storia. Negli ultimi anni sono entrate stabilmente nelle istituzioni correnti della destra religiosa e ultranazionalista un tempo più marginali. Itamar Ben-Gvir ne è il caso più evidente: la sua formazione politica nasce nell’area del radicalismo kahanista, in una tradizione segnata dal suprematismo antiarabo e dal nazionalismo religioso. Definire automaticamente tutto questo “fascismo” rischierebbe di ridurre l’analisi a una formula polemica, ma sarebbe altrettanto evasivo trattarlo come una normale variante della destra conservatrice. Idee di espulsione, trasferimento di popolazione e reinsediamento israeliano a Gaza sono state espresse apertamente da esponenti della coalizione; il loro peso politico non può essere separato dal modo in cui la guerra è stata condotta.
Questo non assolve Hamas. Hamas ha represso gli avversari, subordinato la società alla propria struttura militare e trasformato il conflitto con Israele in una dimensione permanente della vita di Gaza. Il suo fanatismo religioso e la sua concezione della lotta hanno trovato il 7 ottobre nella loro forma più estrema. Ma proprio per questo sarebbe un errore accettare, rovesciandola, la stessa logica di identificazione collettiva: Hamas pretende di confondere lo Stato israeliano, la società israeliana e ogni singolo israeliano dentro la categoria del nemico; una democrazia non può rispondere confondendo Hamas, Gaza e ogni singolo palestinese nella stessa categoria.
Israele arrivò al 7 ottobre dopo aver costruito una strategia fondata sull’idea che la questione palestinese potesse essere amministrata senza essere risolta: Hamas contenuta a Gaza, l’Autorità palestinese indebolita in Cisgiordania, gli insediamenti in espansione e il conflitto relegato sullo sfondo mentre avanzavano i rapporti con diversi Paesi arabi. Il 7 ottobre dimostrò che quella strategia era fallita. La guerra successiva ha distrutto una parte enorme della capacità militare di Hamas, ma non ha prodotto una risposta politica alternativa. Ha invece lasciato sul terreno una Gaza devastata e una società israeliana ancora segnata dal trauma dell’attacco.
Ricordare il 7 ottobre significa anzitutto restituire centralità alle vittime di quella giornata e riconoscere senza esitazioni che Hamas scelse consapevolmente il massacro di civili come strumento di guerra. Noi che ci ispiriamo alla Resistenza italiana abbiamo il dovere di ricordare che mai la nostra Resistenza colpì deliberatamente civili. Una differenza politica e morale troppo spesso dimenticata nelle analisi. Per questo riteniamo terrorismo e non resistenza l’azione di Hamas. Tre anni dopo sarebbe artificiale isolare quella giornata da ciò che ha generato. Non perché la devastazione di Gaza possa ridurre retroattivamente la gravità del 7 ottobre, né perché il 7 ottobre possa costituire una giustificazione permanente per tutto ciò che è stato fatto in seguito, ma perché la storia non si è fermata quella mattina e oggi obbliga a guardare nello stesso quadro il massacro compiuto da Hamas, il fallimento israeliano che lo rese possibile e le scelte con cui il governo Netanyahu ha condotto la guerra successiva.


