La povertà segregata: ordine e disciplina

La povertà non è un reato. Neppure il disagio, la malattia, la mancanza di una casa o l’essere migrante. Eppure una parte crescente di queste condizioni viene intercettata da strumenti pensati per la sicurezza: controllare, classificare, allontanare, trattenere, rinchiudere. Dall’inchiesta sui medici che certificavano l’incompatibilità con i Cpr alle carceri sovraffollate, dai minori dopo il decreto Caivano ai senzatetto rimossi dalle stazioni, emerge una stessa trasformazione: il problema sociale diventa un problema d’ordine pubblico e la persona che lo incarna diventa un soggetto da governare.

Il passaggio decisivo è questo: dalla punizione di un atto alla gestione preventiva di una persona. L’inchiesta della Procura di Ravenna lo mostra con particolare nettezza. Ventitré medici sono stati perquisiti nell’indagine sulle presunte certificazioni false che avrebbero impedito il trattenimento di migranti nei Cpr; quasi tutti, al momento delle perquisizioni, non erano indagati. Le responsabilità penali saranno accertate nei procedimenti. Ma la Federazione degli Ordini dei medici ha già posto una questione diversa: i sanitari «non sono ausiliari delle politiche di sicurezza» e il giudizio clinico deve rimanere distinto dalla decisione amministrativa sul trattenimento.

Non si tratta quindi soltanto di stabilire se un certificato sia vero o falso. È in gioco chi abbia il potere di definire un corpo come idoneo alla reclusione. Idoneo o non idoneo, regolare o irregolare, compatibile o incompatibile, pericoloso o gestibile: prima si costruisce una categoria, poi si assegna alla persona il luogo nel quale deve stare.

Il carcere è il punto estremo di questa macchina. Al 28 luglio 2026 Antigone contava 64.741 detenuti per 46.343 posti effettivamente disponibili, un affollamento reale del 139,7 per cento. Il 17 settembre Giuseppe Belcastro, presidente della Camera penale di Roma, dopo le visite a Regina Coeli ha detto che il suo cane vive «50 volte meglio di un detenuto». Il paradosso è evidente: aumenta la capacità di custodire persone senza crescere nella stessa misura la capacità di curarle, formarle, reinserirle.

E non basta rinchiudere. Bisogna disciplinare ciò che accade dentro. La legge sulla sicurezza del 2025 ha introdotto il reato di rivolta negli istituti penitenziari e nei centri per migranti, comprendendo, in determinate condizioni, anche la «resistenza passiva» che impedisca attività necessarie alla gestione dell’ordine e della sicurezza. Il corpo custodito deve essere anche governabile.

La stessa anticipazione del controllo riguarda i più giovani. Al 30 aprile 2026 negli Istituti penali per minorenni erano presenti 581 ragazzi, il 52,5 per cento in più rispetto alla fine del 2022. Antigone collega l’impennata anche all’inasprimento seguito al decreto Caivano. Il governo contesta questo rapporto diretto, richiama la crescita di alcuni reati gravi e segnala che al 31 agosto le presenze erano scese a 567. Ma lo stesso governo riconosce che il decreto ha ampliato gli strumenti a disposizione della magistratura.

Poi ci sono quelli che un reato non l’hanno commesso. A Roma, a marzo, una task force per il “decoro urbano” nell’area di Termini ha assistito alcune persone senza dimora e successivamente ne ha rimosso i giacigli. A Milano, il 15 settembre, un servizio interforze “ad alto impatto” ha incluso tra le zone controllate quelle interessate dalla presenza e dallo stazionamento di persone senza fissa dimora. Assistenza e controllo convivono: si soccorre l’individuo mentre si cancella dallo spazio pubblico il segno visibile della sua condizione.

Non occorre immaginare un unico piano che colleghi magistratura, governo, Comuni, polizia e amministrazione penitenziaria. Il processo è più profondo proprio perché può funzionare senza una regia unica. Istituzioni differenti adottano la stessa grammatica: individuare una popolazione problematica, misurarne il rischio, stabilire dove possa stare e a quali condizioni.

È così che la povertà entra in galera prima ancora di oltrepassarne il cancello. Entra quando la mancanza di casa diventa decoro, il disagio minorile sicurezza, la sofferenza psichica custodia, la vulnerabilità di un migrante idoneità al trattenimento. Non perché queste condizioni siano formalmente diventate reati, ma perché si restringe lo spazio della risposta sociale mentre si allarga quello della risposta disciplinare.

Se casa, scuola, sanità, salute mentale, accoglienza e servizi sociali arretrano, altri apparati occupano lo spazio lasciato libero. A quel punto il confine non passa più soltanto tra innocente e colpevole. Passa tra chi può continuare a vivere nella società e chi, classificato come problema, deve essere sorvegliato, spostato, contenuto.

Negli anni Settanta carcere, manicomi, salute e istituzioni totali erano terreno di conflitto pubblico. La riforma penitenziaria del 1975 e, pochi anni dopo, la legge 180 segnarono una direzione precisa: limitare la segregazione, umanizzare le istituzioni, riportare diritti e cura dentro luoghi costruiti fino ad allora soprattutto per separare. Siamo tornati indietro di oltre mezzo secolo.

Oggi la direzione impressa dal governo Meloni è riconoscibile nei provvedimenti approvati. Il decreto Caivano ha rafforzato la risposta sanzionatoria e modificato gli strumenti cautelari nei confronti dei minori. Nel 2023 il governo ha portato fino a diciotto mesi il limite massimo di permanenza nei Cpr e previsto il potenziamento della rete dei centri. Nel 2025 il decreto Sicurezza, poi convertito nella legge 80, ha ulteriormente allargato l’intervento penale e introdotto nuove disposizioni sull’ordine negli istituti di pena.

Le parole d’ordine sono sicurezza, controllo e custodia. Proprio mentre carcere, marginalità, immigrazione e disagio minorile chiederebbero anche risposte sociali, sanitarie ed educative. Oggi chi contesta il ritorno della segregazione dispone di poche voci: poche associazioni, garanti inascoltati, gruppi di pochi attivisti.

E allora una domanda vale più di molte conclusioni: quando arriveranno le primarie del centrosinistra, qualcuno parlerà di carceri, Cpr, minori detenuti, salute mentale, senzatetto e diritto alla cura? La risposta già la conosciamo: i poveri restano sempre e semplicemente fuori dalla porta. Forse è arrivato il momento di chiedersi qual è allora la differenza. E non aver paura della risposta, che ci costringe a prendere delle decisioni.

Il carcere di Regina Coeli a Roma. Foto Air fans/Wikimedia Commons, CC0