Cambiano le stagioni, non cambia l’esposizione. D’inverno si muore nel tentativo di ripararsi dentro un cassone. D’estate si può morire a terra, in pieno centro, a pochi metri da alberghi, negozi e stazioni affollate. Questa è la vita, e la morte, dei senzatetto in Italia e a Roma, la Capitale.
Il nesso medico tra il caldo e ciascun decesso deve essere accertato senza scorciatoie. Ma il fatto sociale è già evidente. Una persona senza casa è esposta alle temperature estreme senza interruzione e con possibilità di difesa quasi inesistenti.
Oggi Roma è nuovamente al livello massimo di allerta. Per il 21 luglio il bollettino del ministero della Salute indica il livello 3, con una temperatura massima prevista di 34 gradi e una temperatura percepita fino a 39. Per chi vive in strada il caldo non è una parentesi pomeridiana. È una condizione continua. L’asfalto e i muri restituiscono il calore accumulato, l’ombra si sposta e l’acqua deve essere cercata ogni volta. I farmaci non possono essere conservati correttamente. Anche la notte offre sempre meno sollievo e il corpo non riesce a recuperare.
A gennaio sono state rilevate a Roma 2.621 persone senza dimora. Di queste, 1.299 si trovavano in strada, in spazi pubblici o in sistemazioni di fortuna. È già il numero più alto tra le città italiane considerate, ma la Caritas romana lo ritiene soltanto la punta dell’iceberg. Il conteggio, svolto in una singola notte, non comprendeva tutte le persone presenti nelle baracche, nelle roulotte, negli stabili occupati, nei ruderi, sulle sponde dei fiumi o temporaneamente ospitate da conoscenti.
A marzo risultavano occupati 1.591 posti nelle strutture romane. Secondo la Caritas, la rete aveva già raggiunto il massimo della propria capacità. È dentro questa sproporzione che va giudicata la risposta estiva del Comune.
Il Piano Caldo e la distanza tra la mappa e la strada
Roma Capitale ha presentato il suo primo Piano Caldo. È un passaggio importante, perché riconosce che le temperature estreme non sono soltanto un fenomeno meteorologico, ma una questione sanitaria, urbanistica e sociale. Il piano prevede unità di strada, centri diurni, Stazioni di Posta, strutture di accoglienza, pasti, controlli sanitari e una rete di 660 cosiddetti rifugi climatici. Di questi, 178 sono spazi al chiuso e 482 sono luoghi all’aperto, soprattutto parchi.
Il numero è imponente, ma deve essere letto con cautela. Un parco non equivale a una stanza climatizzata. Può offrire ombra in alcune ore, ma non protegge durante una notte tropicale e può diventare inutilizzabile proprio nel momento più caldo della giornata.
Anche tra gli spazi al chiuso esistono differenze decisive. Una biblioteca aperta per alcune ore non è un centro di accoglienza. Un museo non è necessariamente preparato a ricevere una persona con borse, coperte, problemi sanitari, dipendenze, disagio psichico o un animale.
Tra un punto collocato su una mappa e un rifugio realmente accessibile ci sono gli orari, la capienza, le regole d’ingresso, il personale e la possibilità di rimanere abbastanza a lungo perché il corpo recuperi.
Le unità di strada possono distribuire bottiglie e controllare le condizioni delle persone incontrate. Non possono però creare un posto letto che non esiste. Il volontariato può offrire cibo, ascolto e vicinanza. Non può sostituire stabilmente una rete pubblica insufficiente.
La denuncia del Movimento cristiano lavoratori
Il 20 luglio Francesco Spizzirri, responsabile dei giovani del Movimento cristiano lavoratori di Roma, ha denunciato quello che ha definito lo smantellamento delle strutture nate durante l’Anno Santo per accogliere le persone senza dimora. Spizzirri ha parlato di un «bruttissimo segnale» proprio nel momento di maggiore caldo. Ha accusato la città di avere messo in archivio lo spirito di misericordia del Giubileo, trasformando l’accoglienza in un progetto a scadenza. Ha contestato inoltre le priorità della spesa pubblica, sostenendo che si trovano risorse per iniziative ludiche e musicali mentre vengono meno luoghi destinati alle persone più fragili.
Il rappresentante del MCL ha infine rivolto un appello al vescovo di Roma, Leone XIV, chiedendo un intervento urgente per la riapertura delle strutture. La denuncia era formulata in modo troppo generale. Non risultano chiuse tutte le tensostrutture giubilari. Ma il problema da cui nasce non è inventato.
La replica del Campidoglio e i settanta posti mancanti
A Spizzirri ha risposto l’assessora capitolina alle Politiche sociali Barbara Funari. L’assessora ha precisato che il Comune ha scelto di mantenere aperte le strutture anche dopo il Giubileo, affrontando le difficoltà per il rinnovo delle concessioni e reperendo fondi comunali.
Nel bilancio 2026 sono stati stanziati 3,7 milioni di euro proprio per proseguire il servizio. Non è corretto, quindi, sostenere che l’intero sistema sia stato cancellato una volta terminato l’Anno Santo.
L’eccezione riguarda la tensostruttura di via delle Fornaci, che disponeva di settanta posti. Sorgeva in un’area vincolata e l’autorizzazione della Soprintendenza è scaduta il 30 giugno, dopo una proroga di sei mesi.
La struttura è stata rimossa. Il Comune ha annunciato il trasferimento dei settanta posti in una nuova area adiacente all’ospedale San Camillo, con apertura prevista nei primi giorni di agosto. La replica corregge la denuncia del MCL, ma non cancella il problema. Dal primo luglio fino all’apertura della nuova sede, Roma dispone di settanta posti in meno proprio durante una delle fasi più calde dell’estate.

Dire che le tensostrutture non sono state chiuse tutte è vero. Mancano però alcune informazioni essenziali. Non è stato chiarito pubblicamente quante persone fossero ospitate alle Fornaci al momento della chiusura, dove siano state ricollocate, quanti posti siano effettivamente liberi nelle altre strutture e quale sia il giorno preciso in cui entrerà in funzione la sede del San Camillo.
Il Comune parla del trasferimento dei posti. Il punto, però, non sono i posti come unità amministrative. Sono le persone che avrebbero dovuto occuparli durante luglio.
Sette posti straordinari
La debolezza della risposta emerge anche dalla procedura comunale specificamente dedicata all’emergenza caldo. Roma Capitale ha cercato operatori in grado di offrire accoglienza urgente ventiquattr’ore su ventiquattro, pasti e centri di ristoro climatizzati. L’affidamento pubblicamente documentato riguarda sette persone, accolte fino alla fine di agosto per una spesa di poco inferiore a 22 mila euro.
Quei sette posti non rappresentano l’intero sistema romano. Esistono le strutture ordinarie, le tensostrutture rimaste aperte, le Stazioni di Posta e altri servizi. Sarebbe disonesto sostenere che Roma stia affrontando il caldo con sette letti in tutto.
Resta però una sproporzione difficile da ignorare. La città ha contato almeno 1.299 persone direttamente in strada, ha perso temporaneamente settanta posti e la procedura straordinaria più chiaramente documentata ne ha aggiunti sette.
Il problema non è soltanto la quantità di denaro stanziato. È un modello che continua a dipendere da bandi emergenziali, disponibilità temporanee, concessioni in scadenza e operatori che devono già possedere strutture adatte. Il caldo estremo non è più un evento imprevedibile. Arriva ogni estate, dura più a lungo e produce notti nelle quali il corpo non riesce a raffreddarsi. Se il rischio è strutturale, anche la risposta deve esserlo.
L’invisibilità dell’estate
D’inverno una persona rannicchiata sotto una coperta suscita immediatamente l’idea del pericolo. Il freddo è visibile e la possibilità di morire per ipotermia viene compresa da tutti. D’estate la stessa persona, distesa all’ombra, può sembrare semplicemente addormentata. La disidratazione può essere scambiata per ubriachezza. Il disorientamento può essere trattato come una molestia. Il bisogno di sdraiarsi in un luogo fresco diventa un problema di decoro.
È anche così che l’emergenza scompare dallo sguardo pubblico. Una città sensibile non aspetta che qualcuno muoia per ricordarsi di chi vive in strada. Non misura la propria capacità di accoglienza soltanto quando arriva il gelo, durante un Giubileo o dopo un caso di cronaca.
Il Piano Caldo dovrebbe essere soltanto un punto di partenza. I fondi per mantenere le tensostrutture sono una scelta positiva. Le persone che lavorano nelle unità di strada e nei centri di accoglienza svolgono un compito indispensabile.
Ma riconoscere ciò che esiste non significa dichiararlo sufficiente. Roma sa che almeno 1.299 persone dormono all’aperto. Sa che il caldo può uccidere. Sa che la rete di accoglienza era già satura in primavera. E sa di avere perduto settanta posti nelle settimane in cui sarebbero stati più necessari. A questo punto la carenza di protezione non è più una fatalità. È una scelta pubblica misurabile.
La sensibilità di una città non si vede dopo la morte di un uomo a pochi metri da Termini, quando arrivano i fiori e le candele. Si vede prima, quando quell’uomo è ancora vivo, il termometro segna trentanove gradi percepiti e qualcuno deve decidere se esiste un posto nel quale farlo entrare.



