Ogni anno, puntuale, arriva la stessa stagione e con lei la stessa prevedibile emergenza: notti più lunghe, temperature più basse, pioggia e vento che trasformano qualunque riparo di fortuna in una trappola. E ogni anno, altrettanto puntuale, la cronaca registra persone trovate morte all’aperto o in rifugi improvvisati. Non è “il meteo cattivo”. È un fallimento di protezione, di prevenzione e di presa in carico.
In queste settimane tra fine dicembre e l’inizio di gennaio, i casi emersi dalle notizie locali raccontano una realtà semplice e dura: chi è già ai margini muore più facilmente, e muore in luoghi visibili, spesso già noti, dove l’assenza di un intervento efficace pesa quanto il freddo stesso.
I casi segnalati tra fine dicembre e inizio gennaio
Roma, Natale 2025 – Stelian, morto al freddo (Tuscolano/Quadraro)
A Roma, nel periodo natalizio, è morto Stelian, 40 anni, ricordato anche dal mondo del volontariato. La ricostruzione che emerge è quella di una morte in strada, in solitudine, attribuita direttamente al freddo. È il caso più chiaramente descritto come “vittima del freddo” nella finestra temporale considerata.
Bari, 25 dicembre 2025 – Pietro, 65 anni, trovato morto il giorno di Natale
A Bari, nel giorno di Natale, un uomo senza dimora viene trovato senza vita in centro. In questo caso, le ricostruzioni parlano di un “malore fatale”: non viene indicata l’ipotermia come causa, ma resta il dato strutturale che si ripete spesso in queste storie — la morte arriva prima dell’aiuto, perché si vive fuori da qualsiasi continuità di cura.
Mantova, 27 dicembre 2025 – Gaetano, 66 anni, morto all’aperto davanti a un supermercato
A Mantova un uomo senza dimora viene trovato morto davanti a un supermercato, tra i carrelli. Le informazioni disponibili parlano di un malore e indicano il freddo come possibile concausa, in una notte di gelo. Anche qui, il punto non è solo la causa medica finale: è la normalità di una città dove si può passare una notte sotto zero senza una protezione concreta.
Torino, 27 dicembre 2025 – Mostafa, 62 anni, morto in un’ex fabbrica usata come rifugio
A Torino, Mostafa viene trovato morto in un edificio dismesso utilizzato come riparo da altre persone senza dimora. Le prime indicazioni parlano di morte naturale; tuttavia, è riportato che le temperature rigide potrebbero aver inciso o contribuito. Un “rifugio” di fortuna non è un riparo: è un compromesso disperato che, con il freddo, può diventare letale.
Val di Susa (Gravere), 19 dicembre 2025 – decesso dopo grave ipotermia
In Alta Val di Susa, un uomo viene trovato in grave ipotermia in un contesto di forte esposizione al freddo; soccorso e portato in ospedale, muore poco dopo. È uno dei casi in cui la componente “freddo” non è un contorno, ma il centro della vicenda.

Questa lista è, con ogni probabilità, incompleta: in Italia non esiste un conteggio istituzionale “in tempo reale” e uniforme delle morti di persone senza dimora. Quello che emerge dipende da quanto le cronache locali raccontano, da come vengono classificate le cause, e da quanto la morte di una persona marginalizzata riesce a diventare notizia.
Dove “non è stato fatto niente”: le falle che si ripetono ogni inverno
Il punto non è dichiarare l’emergenza a posteriori. Il punto è che l’emergenza è prevista, ricorrente, misurabile. E quindi dovrebbe essere prevenuta. Invece, ogni inverno riemergono sempre gli stessi vuoti:
Posti e soluzioni insufficienti o non accessibili: non basta “avere un dormitorio” se gli orari, le regole, la paura, la distanza, l’assenza di alternative per chi ha fragilità o dipendenze rendono quei posti di fatto inutilizzabili per una parte delle persone in strada.
Poca continuità tra strada, sociale e sanità: il freddo non uccide solo per ipotermia. Uccide perché aggrava malattie, sfianca corpi debilitati, rende fatali malori che altrove sarebbero gestibili. Se non c’è presa in carico sanitaria e sociale, l’inverno diventa un moltiplicatore di rischio.
Unità di strada e intervento “a bassa soglia” non abbastanza capillari: se una persona muore in luoghi noti — una piazza, un supermercato, un edificio abbandonato già frequentato — significa che l’esposizione è visibile, ma l’intervento non è stato efficace o non è arrivato.
La solitudine come causa strutturale: molte di queste morti non sono “incidenti”. Sono l’esito di vivere fuori da ogni rete: nessuno che ti controlli, nessuno che si accorga che non stai bene, nessuna continuità di cura.
Denunciare “dove non è stato fatto niente” non significa cercare un colpevole singolo in una notte di gelo. Significa riconoscere la responsabilità collettiva di un sistema che, sapendo che l’inverno arriva, continua a trattarlo come sorpresa.
La misura del problema non sono solo i morti, ma i vivi lasciati fuori
Le reti che monitorano il fenomeno da anni sottolineano due cose: che le persone senza dimora muoiono tutto l’anno, e che d’inverno le fragilità esplodono. Anche per questo è cruciale non ridurre tutto alla conta dei decessi “per freddo”: spesso il freddo è concausa, acceleratore, fattore che rende irreversibile ciò che era già critico.
Eppure, ogni decesso in strada in pieno inverno ha un significato che va oltre il certificato: dice che, ancora una volta, non siamo riusciti a garantire l’essenziale — un riparo reale, un contatto stabile, una presa in carico.



