Accade nella patria del primo emendamento reso celebre più che dai film dalla sua applicazione reale nella vita sociale e politica. Nella storia degli Stati Uniti che ogni manuale di giornalismo deve citare figura l’inchiesta che ha portato alle dimissioni del Presidente Richard Nixon, la denuncia dei villaggi di contadini in Vietnam bruciati vivi con il napalm, fino allo smascheramento delle decine di bugie di Trump, insomma proprio nell’ex patria della libertà di parola e di stampa un tribunale ha emesso un’ordinanza che impedisce al New York Times di pubblicare o addirittura di riportare ulteriori informazioni su Project Veritas, il gruppo conservatore che tramite telecamere nascoste e identità fittizie mette alla berlina i politici e i gruppi più sensibili ai temi sociali e dei diritti civili. Sempre meglio che da noi, dove il giornalismo da watchdog del potere (che significa tenerlo sotto pressione) è diventato semplicemente dog del potere, applaude con solerzia degna del ventennio il presidente del consiglio ed evita inchieste che non siano basate su soffiate delle procure sostenendo soltanto le tesi dell’accusa, ma è pur sempre un grave precedente per la libertà di stampa proprio per il diverso contesto in cui avviene.
La causa del contendere nasce con la pubblicazione dei promemoria degli avvocati di Project Veritas, impegnati in procedimenti legali che vedono sotto accusa le attività di questo ennesimo gruppo di fanatici. Quindi non parliamo d’intercettazioni dove a partire dall’oggetto di eventuale reato si rendono noti fatti che violano la privacy degli indagati, ma esclusivamente di fatti legati all’oggetto del processo contro Project Veritas. A indagare sul gruppo è l’Fbi, anche a causa del loro possibile coinvolgimento nel furto di un diario tenuto dalla figlia del presidente Biden, Ashley.
Project Veritas occupa un’area grigia tra giornalismo investigativo e spionaggio politico, e i documenti interni ottenuti dal New York Times rivelano fino a che punto il gruppo ha lavorato con i suoi avvocati per valutare il limite legale massimo fino a cui spingere le sue pratiche ingannevoli di denigrazione pubblica di attivisti “liberal”. Per questo ritengo che il caso interessi anche l’Italia e non sia solo questione interna agli Usa e vi sto proponendo questa storia. Dai documenti pubblicati sul NYT emerge un’operazione lanciata da Project Veritas nel 2018 per registrare segretamente i dipendenti dell’FBI, del Dipartimento di Giustizia e di altre agenzie nella speranza di dimostrare che avessero pregiudizi contro Donald Trump, violando, ma questo lo dovrà stabilire un altro tribunale, l’Espionage Act, la legge utilizzata per perseguire le spie.
Scrive il NYT: “Gli avvocati del gruppo sostengono anche che i promemoria sono protetti dal privilegio avvocato-cliente. Non è così che funziona il giornalismo. Il Times, come qualsiasi altra testata giornalistica, esprime quotidianamente giudizi etici sull’opportunità di divulgare informazioni segrete da governi, aziende e altri nelle notizie. Ma il Primo Emendamento intende lasciare quelle decisioni etiche ai giornalisti, non ai tribunali. L’unica potenziale eccezione sono le informazioni così sensibili – diciamo, i movimenti di truppe pianificati durante una guerra – che la loro pubblicazione potrebbe rappresentare una grave minaccia per la vita americana o la sicurezza nazionale”.
Il problema non è se il NYT abbia ragione o meno sul caso specifico ma che alle testate giornalistiche potrebbe essere impedito di pubblicare informazioni su una persona o un’azienda semplicemente perché l’oggetto di tale segnalazione ha deciso che le informazioni potrebbero un giorno essere utilizzate in un contenzioso. Più allarmante è la prospettiva che ai giornalisti possa essere impedito anche di fare domande sulle fonti. Per fortuna noi in Italia questo problema lo abbiamo già superato da molti anni senza neanche bisogno dell’intervento di un tribunale.



