Da oltre otto mesi, il cooperante veneziano Alberto Trentini è detenuto in Venezuela senza accuse formali, senza un processo e per mesi senza nemmeno la possibilità di contattare la propria famiglia. Una detenzione che l’ONU e la Commissione Interamericana per i Diritti Umani definiscono arbitraria. Eppure, l’Italia — almeno pubblicamente — tace.
Ma perché il governo italiano sembra incapace di ottenere il rilascio di uno dei suoi cittadini?
Una diplomazia con le mani legate
La prima difficoltà è di natura geopolitica. Dal 2019 l’Italia, in linea con l’Unione Europea, non riconosce Nicolás Maduro come presidente legittimo del Venezuela. Questo ha congelato i rapporti ufficiali e ha fatto sì che l’ambasciata italiana a Caracas operasse con funzioni ridotte, senza un ambasciatore effettivo.
A peggiorare la situazione, nel 2024 c’è stato un ulteriore deterioramento: dopo uno scontro politico tra parlamentari italiani e Caracas, il Venezuela ha espulso tre diplomatici italiani. L’Italia ha risposto con misure simili. Da quel momento, ogni canale diplomatico è diventato più fragile, più opaco, più lento.
Le “trattative silenziose”
Il governo Meloni e la Farnesina hanno preferito una strategia di discrezione estrema. Nessun commento ufficiale quotidiano, nessun appello pubblico forte. Solo vaghe rassicurazioni: “ci stiamo muovendo”, “tutti i canali sono attivi”.

Fonti diplomatiche parlano di tentativi di mediazione via ONU, Santa Sede e paesi terzi (Spagna, Brasile), ma nessun risultato concreto è ancora arrivato. La prima e unica telefonata concessa a Trentini è avvenuta dopo sei mesi di silenzio. Un segnale? Forse. Ma non basta.
Un caso “scomodo” che non fa rumore
A rendere tutto più complicato c’è un elemento politico interno: il caso Trentini non “scotta” mediaticamente. Nessuna mobilitazione popolare di massa, pochi servizi nei telegiornali, proteste isolate di associazioni e parlamentari. La sua vicenda non genera pressione pubblica sul governo, e quindi non viene percepita come urgente a livello elettorale.
Nel frattempo, la madre di Alberto — Armanda — continua ad appellarsi alla premier Meloni, lamentando l’assenza di comunicazioni, di impegni concreti, di empatia istituzionale. Parla di un “silenzio assordante”.
Un rischio morale e politico
C’è un punto oltre il quale la discrezione diventa complicità. Un governo che tace troppo rischia di legittimare con la sua passività regimi autoritari che trattano i cooperanti come nemici.
Il Venezuela — che ha arrestato anche giornalisti, oppositori, medici e attivisti — sa che può usare il silenzio internazionale come leva politica. E finché l’Italia non alza il tono, il regime di Maduro non ha alcun incentivo a cedere.
Serve coraggio, non solo cautela
In momenti come questo, un paese misura il valore della sua diplomazia nel coraggio con cui difende i suoi cittadini, non solo nella prudenza delle sue note verbali. Le difficoltà sono reali: geopolitiche, tecniche, strategiche. Ma la vita e la libertà di un cittadino non possono essere subordinate alla convenienza diplomatica.
L’Italia deve scegliere: restare in silenzio o pretendere giustizia. In gioco, oltre al destino di Alberto, c’è la credibilità di un intero sistema democratico.



