La fame non finirà nel 2030. Anche l’Onu ne prende atto

Come redazione di Diogene Notizie, siamo rimasti a lungo perplessi su come presentare a lettrici e lettori il documento programmatico congiunto dell’Onu “Promuovere un’economia dei diritti umani attraverso l’economia sociale e solidale: percorsi per l’eliminazione della povertà oltre la crescita

Un’analisi importante e piena di proposte condivisibili da parte dell’Onu. Il nostro quotidiano online si occupa di povertà tutti i giorni, e lo fa dando molto spazio ai fatti del mondo oltre quelli italiani, perché siamo coscienti che si tratta di un problema irrisolvibile in un solo paese senza una cooperazione mondiale.

Proprio per questo il testo che abbiamo letto merita attenzione, anche rispetto alla fame nel mondo, che l’Agenda 2030 prometteva di eliminare entro la fine del decennio e che invece resta drammaticamente lontana dall’essere sconfitta. Gli stessi dati più recenti delle Nazioni Unite e della FAO dicono che il mondo è fuori traiettoria: nel 2024 hanno sofferto la fame circa 673 milioni di persone, con una forchetta stimata fra 638 e 720 milioni, e il Goal 2, “Zero Hunger”, resta lontano dal traguardo del 2030.

È da questa contraddizione che bisogna partire, perché il documento non è banale, non è ipocrita nel senso più grossolano del termine, e nemmeno si limita a ripetere le formule consunte del multilateralismo. Al contrario, prova a fare un passo ulteriore: riconosce che il vecchio schema secondo cui basta far crescere il PIL, attrarre investimenti, aumentare produttività e poi redistribuire in un secondo momento non ha prodotto risultati equi e duraturi.

In questo senso, il testo è persino più lucido di molte politiche nazionali. La sua idea di fondo è che la povertà non vada letta soltanto come insufficienza di reddito, ma come esclusione sociale strutturale, e che per combatterla serva un’economia dei diritti umani, capace di spostare il baricentro dalla massimizzazione del profitto alla dignità, al benessere e all’integrità ambientale. L’asse operativo di questa visione è l’economia sociale e solidale, presentata come partner strategico della futura Roadmap per l’eliminazione della povertà oltre la crescita.

Fin qui, verrebbe da dire, quasi tutto condivisibile. E in effetti sarebbe intellettualmente scorretto liquidare il documento come un esercizio astratto di buoni sentimenti. Ci sono dentro osservazioni giuste, alcune perfino necessarie. Il testo ammette che il divario tra espansione economica e risultati sociali si è allargato, che la riduzione della povertà ha rallentato, che il debito, il clima, l’informalizzazione del lavoro e la sfiducia nelle istituzioni stanno rendendo sempre più fragile la promessa dello sviluppo così come è stata raccontata negli ultimi decenni.

Non solo: afferma con chiarezza che la governance economica dovrebbe essere giudicata in base alla sua capacità di garantire diritti, benessere e sostenibilità, non semplicemente in base alla crescita del PIL.

Eppure è proprio qui che nasce la nostra perplessità. Perché più il documento è avanzato sul piano analitico, più appare debole sul piano della possibilità politica. A ben vedere, infatti, non siamo davanti a un piano immediato per ridurre la fame nel mondo nei prossimi cinque anni. Siamo davanti a qualcosa di diverso: un tentativo di cambiare paradigma economico.

La futura Roadmap che il testo anticipa si muove attraverso cinque grandi ambiti — trasformazione dei sistemi economici, lavoro ed economia della cura, protezione sociale e servizi essenziali, clima e risorse, commercio-finanza-debito-solidarietà globale — e immagina una traiettoria a breve, medio e lungo termine per riorientare la governance verso benessere, uguaglianza e sostenibilità ambientale. È una costruzione ambiziosa, persino affascinante.

Ma proprio perché lo è, si espone a una domanda spietata: siamo ancora nel campo della lotta concreta alla fame entro il 2030, oppure siamo già nel campo della teoria del dopo-fallimento?

Il problema, detto senza giri di parole, è che il documento arriva tardi rispetto alla scadenza che l’Onu si era data. Siamo nel 2026. Mancano meno di cinque anni al 2030. E invece di presentare un piano d’urto fondato su misure immediatamente esigibili — accesso al cibo, sostegno diretto all’agricoltura di sussistenza, riforma delle filiere di approvvigionamento, alleggerimento del debito per liberare spesa sociale e alimentare — il testo propone una transizione istituzionale e culturale che richiederebbe anni anche in contesti politici favorevoli.

In sostanza, non ci dice come il mondo intenda davvero salvare l’obiettivo “Zero Hunger” entro la scadenza; ci dice piuttosto quale economia servirebbe per non continuare a produrre fame e povertà in modo strutturale. È un ragionamento serio, ma non coincide con il bersaglio temporale dell’Agenda 2030.

In altre parole, il documento compie uno spostamento che merita di essere raccontato con onestà. L’Onu non sta più davvero parlando solo di come eliminare la fame. Sta parlando di come rifondare l’economia affinché fame e povertà non siano più il prodotto naturale del sistema.

È un salto importante, ma anche rischioso, perché può apparire come una fuga in avanti teorica nel momento in cui il risultato promesso si allontana. Più la fame resta, più il linguaggio si alza. Più il target del 2030 sfuma, più la proposta si fa sistemica, morale, complessiva.

Il cuore della proposta è l’economia sociale e solidale. Cooperative, mutualità, imprese sociali, gruppi di auto-aiuto, forme di governance democratica, filiere corte, finanza etica, lavoro dignitoso, partecipazione. Il documento attribuisce a questo universo un ruolo decisivo: non solo come correttivo del mercato, ma come motore di una trasformazione economica più ampia.

Foto Marisol Grandon / Department for International Development Creative Commons Attribution Licence

L’economia sociale e solidale viene descritta come capace di conservare valore nei territori, costruire occupazione più equa, rafforzare la protezione sociale, migliorare i servizi di cura, sostenere la leadership femminile, favorire resilienza climatica e persino offrire un’alternativa credibile alla logica della crescita dettata dagli azionisti.

Anche qui, però, la questione è meno la bontà dell’orizzonte e più la sua scala reale. Nessuno nega che il cooperativismo, la mutualità e l’economia sociale possano produrre risultati importanti. In molti contesti lo fanno già. Ma il documento sembra attribuire loro una funzione quasi sistemica, come se potessero diventare la cerniera di una transizione capace di riequilibrare finanza, lavoro, commercio, protezione sociale e rapporti centro-periferia nell’economia mondiale.

È qui che l’analisi mostra la sua fragilità maggiore. Perché l’economia sociale e solidale può rafforzare uno Stato che sia già orientato alla redistribuzione, alla tutela del lavoro, alla promozione dei beni comuni e dei servizi pubblici. Ma non può, da sola, sostituire la volontà politica degli Stati né rovesciare i rapporti di forza del capitalismo globale. La sua efficacia dipende esattamente da quel contesto politico che oggi, in gran parte del mondo, va nella direzione opposta.

Ed è proprio questo il vero punto critico del documento. La sua grammatica morale è molto forte; la sua grammatica del potere, molto meno. Il testo propone riconoscimento giuridico per le entità dell’economia sociale e solidale, strumenti fiscali mirati, appalti pubblici orientati a risultati sociali, finanziamenti dedicati, integrazione nei bilanci nazionali, coordinamento tra ministeri, sistemi statistici più robusti, governance partecipativa. Tutto giusto, tutto razionale. Ma chi dovrebbe farlo? Con quali maggioranze? Contro quali interessi? E soprattutto: in quale mondo?

Nel nostro, gli Stati che pesano di più non stanno limitando il primato del profitto, non stanno subordinando la crescita al benessere, non stanno riformando debito e commercio in senso solidaristico, non stanno mettendo la cura e la protezione sociale al centro della politica economica. Stanno aumentando la spesa militare, blindando i confini, praticando protezionismi selettivi, tagliando cooperazione e aiuti, e piegando l’economia a priorità di sicurezza e competizione strategica. Questa non è una nota polemica esterna al documento; è il contesto senza il quale il documento rischia di galleggiare nel vuoto.

Per questo colpisce anche ciò che il testo non mette abbastanza a fuoco. Critica il paradigma della crescita, ma non nomina con sufficiente nettezza i soggetti che oggi organizzano materialmente l’ingiustizia alimentare globale. Non insiste abbastanza sulla concentrazione di potere lungo le filiere agroalimentari, sulla dipendenza strutturale dalle importazioni in molti Paesi impoveriti, sull’impatto delle guerre e delle sanzioni, sul peso devastante del debito, sulla concorrenza brutale tra spesa sociale e spesa militare, sulle politiche commerciali e agricole delle grandi potenze.

Insomma, descrive con intelligenza il mondo desiderabile, ma affronta solo lateralmente il mondo reale che lo impedisce. È una differenza enorme. Perché la fame non persiste per mancanza di concetti adeguati. Persiste per rapporti di forza, per gerarchie geopolitiche, per scelte redistributive e produttive che i governi continuano a compiere in piena consapevolezza.

C’è poi un altro aspetto che non andrebbe sottovalutato. Il documento fonda moltissimo della sua credibilità sul lessico della partecipazione, della democrazia economica, della cura e del benessere. Ma il passaggio dall’etica pubblica all’architettura istituzionale resta incompleto. In quale modo questa nuova economia dei diritti umani dovrebbe diventare vincolante? Quale ruolo dovrebbero avere il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio, il G20? Quali obblighi dovrebbero gravare sugli Stati che continuano a perseguire politiche regressive?

Il testo non lo dice davvero. E allora resta una sensazione netta: l’Onu ha alzato il livello della diagnosi, ma non dispone degli strumenti politici per farla diventare percorso obbligato.

Questo, in fondo, è il paradosso più interessante da raccontare. Il documento non va irriso. Non appartiene al repertorio stanco delle dichiarazioni innocue. Anzi, dice una cosa che molti governi non vogliono sentire: che la crescita da sola non elimina la povertà, che il benessere non coincide col PIL, che senza redistribuzione, servizi, lavoro dignitoso, cura, partecipazione e trasformazione delle regole economiche il mondo continuerà a produrre esclusione.

Da questo punto di vista, è forse più onesto di molte politiche nazionali e di molta retorica sullo sviluppo. Ma proprio per questo rivela anche la sproporzione del nostro tempo. Il multilateralismo sa sempre meglio cosa bisognerebbe fare, mentre gli Stati che contano hanno sempre meno intenzione di farlo.

Se volessimo dirla nel modo più netto possibile, potremmo scrivere così: l’Onu ha capito il problema, ma il mondo non vuole la soluzione. E questo vale in pieno anche per l’Italia, dove il linguaggio della povertà viene quasi sempre ricondotto all’emergenza nazionale, alla gestione del disagio, alla carità residuale, raramente alla struttura dell’economia globale.

Eppure il documento ci ricorda, almeno in controluce, una verità che ogni redazione seria dovrebbe tenere presente: la povertà e la fame non si eliminano dentro i confini di uno Stato, e non si eliminano neppure con la sola crescita. Si eliminano — o si cominciano a eliminare — quando cambiano le regole con cui il mondo distribuisce lavoro, debito, terra, cura, energia, commercio e diritti.

Il punto, allora, non è liquidare questo testo come irrealistico. Il punto è raccontarlo per ciò che è: un documento importante, persino coraggioso, ma profondamente disallineato rispetto ai rapporti di forza reali. Non salva il 2030. Semmai parla già al dopo, a ciò che resterà quando l’obiettivo mancato non potrà più essere nascosto dietro i buoni propositi.

E forse è proprio questa la notizia più significativa: mentre la scadenza per sconfiggere la fame si avvicina e il mondo resta fuori rotta, l’Onu non sta più soltanto promettendo risultati. Sta cominciando, indirettamente, a spiegare perché quei risultati non arriveranno.

Foto Department of Foreign Affairs and Trade CC BY 2.0