La Giornata mondiale contro l’AIDS 2025 cade su un bivio netto. Da una parte, la possibilità concreta – e dichiarata – di arrivare entro il 2030 a un mondo in cui l’HIV non è più una minaccia di salute pubblica. Dall’altra, il rischio di una retromarcia pesantissima, fatta di tagli ai fondi, leggi punitive, servizi chiusi.
È questa la tensione che sta dentro il tema scelto da UNAIDS per quest’anno: “Superare le difficoltà, trasformare la lotta all’AIDS”. Le difficoltà non sono un dato naturale, ma il prodotto di decisioni politiche e scelte di bilancio.
Nel mondo oggi decine di milioni di persone vivono con l’HIV e centinaia di migliaia continuano a morire ogni anno per cause legate all’AIDS. Nonostante le terapie permettano ormai di tenere il virus sotto controllo, di vivere a lungo e di azzerare la trasmissibilità, soprattutto nei Paesi poveri la risposta è frenata da un fattore semplice: i soldi stanno tornando indietro.
I finanziamenti per i programmi HIV nei Paesi a basso e medio reddito sono scesi a livelli che ricordano quelli di oltre dieci anni fa, mentre gli organismi internazionali stimano un fabbisogno annuo ben superiore per restare sulla traiettoria che porta al 2030. Lo “scarto” tra ciò che servirebbe e ciò che viene effettivamente messo sul tavolo cresce di anno in anno, trasformando la fine dell’AIDS in un obiettivo sempre più retorico.
A rendere ancora più acuto questo scarto sono state le decisioni di politica estera e di bilancio di alcuni grandi donatori, a partire dall’amministrazione statunitense, che ha tagliato e sospeso in parte i programmi di assistenza internazionale sull’HIV. Non si tratta di correzioni marginali: gli Stati Uniti hanno storicamente coperto la quota dominante dei fondi globali contro l’AIDS.
Quando quella gamba cede, interi sistemi sanitari – dall’Africa all’Asia, fino ad alcune aree dell’America Latina – si ritrovano improvvisamente senza le risorse per acquistare farmaci antiretrovirali, garantire la PrEP, mantenere attivi i servizi di prevenzione e testing. Gli scenari modellizzati dagli esperti sono durissimi: milioni di infezioni e di morti in più nei prossimi anni, concentrate proprio in quelle regioni che avevano iniziato a vedere un calo delle nuove diagnosi.
Come se non bastasse, alla crisi delle risorse si affianca una “svolta oscurantista” in molti Paesi, fatta di leggi che criminalizzano le relazioni tra persone dello stesso sesso, le identità di genere non conformi, l’uso di sostanze, il lavoro sessuale. Per le persone più esposte all’HIV – uomini gay e bisex, persone trans, sex worker, persone che usano droghe, detenuti – questo significa che cercare un test, un consultorio, un servizio comunitario diventa un atto rischioso.
La scelta è spesso tra la salute e la libertà personale. Là dove la repressione aumenta, i servizi si svuotano, la prevenzione arretra, i contagi risalgono. E i progetti di prossimità, quelli che lavorano sui diritti e sulla riduzione del danno, sono i primi a essere sacrificati, perché dipendono dalla cooperazione internazionale e perché non portano voti.
In questo quadro, l’appello di UNAIDS alla comunità internazionale è netto: bisogna colmare il divario finanziario e sostenere il lavoro di ONG e communities sul campo, prima che la “linea piatta” degli ultimi anni si pieghi di nuovo verso l’alto. La LILA fa proprio questo appello e lo rilancia all’Italia, chiamata a fare di più sia sul fronte interno che su quello della cooperazione.
Roma ama presentarsi come partner affidabile nelle iniziative globali: ha aumentato il contributo al Fondo Globale per la lotta a AIDS, tubercolosi e malaria e ha annunciato nuovi impegni per i prossimi anni. Ma nel complesso l’Italia rimane ben sotto lo storico obiettivo internazionale di destinare lo 0,7% del reddito nazionale lordo alla cooperazione allo sviluppo. In un contesto in cui i grandi donatori tagliano, limitarsi a “non arretrare” non è più sufficiente: l’alternativa è tra colmare il buco o accettare, nei fatti, che in molti Paesi poveri vengano sospesi trattamenti salvavita e chiusi servizi essenziali.
Ma la responsabilità non riguarda solo ciò che l’Italia fa “fuori”. Anche dentro i confini nazionali la fotografia che emerge dai dati del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità, richiamati da LILA, racconta una epidemia definita “sotto controllo” solo se ci si limita alle curve generali. Nel 2024 le nuove diagnosi sono state poco meno di 2.400, destinate ad avvicinarsi alle 2.500 con il recupero delle notifiche: sette persone al giorno scoprono di vivere con l’HIV.

Non è un numero esplosivo, ma non è nemmeno la discesa netta che ci si aspetterebbe se davvero la prevenzione funzionasse. Ancora più grave è il fatto che il 60% delle persone arriva al test quando ha già sintomi o patologie correlate all’AIDS: significa che l’infezione è circolata per anni, in silenzio, con danni alla salute individuale e con maggiore probabilità di trasmissione ad altre persone. In un Paese con un sistema sanitario avanzato e terapie disponibili gratuitamente, ammalarsi di patologie opportunistiche nel 2025 non è una fatalità: è un indicatore di fallimento della sanità pubblica.
Il LILAReport 2025 prova a scendere sotto la superficie dei numeri e fotografa un problema culturale e organizzativo insieme. In tutte le fasce d’età, comprese quelle adulte, la percezione del rischio è distorta: molte persone non conoscono bene le modalità di trasmissione dell’HIV, non hanno mai sentito parlare di PrEP e profilassi post-esposizione, restano intrappolate nell’idea delle “categorie a rischio” come se il virus fosse un’etichetta e non un fenomeno legato a comportamenti, contesti, disuguaglianze.
Tra studenti e studentesse coinvolti nei progetti di educazione alla sessualità, una larga maggioranza dichiara di non usare il preservativo in modo costante o di non usarlo affatto. Le stesse incertezze si ritrovano tra gli adulti che accedono ai servizi di testing della LILA. È il frutto di decenni di assenza di programmi stabili e scientificamente corretti di educazione nelle scuole e nei territori, e di uno scarso investimento in servizi di salute sessuale accessibili, non stigmatizzanti, diffusi sul territorio.
Lo stigma resta un filo rosso che attraversa tutto: pesa sul lavoro, sulle relazioni, sui percorsi di cura, sull’accesso al test stesso. Chi teme di essere giudicato, additato, discriminato, tende a rimandare il test, a evitare i servizi pubblici, a considerare l’HIV come un tabù da tenere fuori dalla propria vita finché possibile. Così il virus continua a circolare nell’ombra.
In questo contesto le iniziative che la LILA organizza intorno al 1° dicembre, e che proseguiranno fino al 6, cercano di riempire almeno in parte il vuoto creato dalle istituzioni: giornate di test rapido, anonimo e gratuito, momenti di informazione sulla prevenzione, sui trattamenti, sulla PrEP e sulla PPE, campagne contro lo stigma e per i diritti delle persone che vivono con l’HIV.
La partecipazione alla campagna “HIVup! Conosci, Previeni-Agisci”, diffusa sui social, va nella stessa direzione: parlare alla popolazione generale, ricordare che l’HIV non è scomparso, che esistono strumenti per evitarlo e per convivere con il virus, ma che questi strumenti devono essere conosciuti e accessibili a tuttə.
Sul fondo di questa Giornata mondiale si agita un’ombra che dice molto dello spirito del tempo: la stessa esistenza di UNAIDS è messa in discussione da ipotesi di riforma del sistema ONU che ne prevedono la chiusura entro il 2026.
Sarebbe un segnale devastante: proprio mentre la pandemia non è ancora finita, si pensa di smantellare l’agenzia che coordina la risposta globale. Un’operazione contabile che manda un messaggio politico chiaro: l’HIV può tornare a essere un problema di nicchia, confinato nei Paesi poveri e in alcune minoranze.
La verità è che il bivio evocato da LILA e UNAIDS è tutto politico. Possiamo decidere di colmare il buco di finanziamento, rafforzare la cooperazione, smantellare le leggi punitive, finanziare davvero prevenzione, PrEP, testing, educazione alla sessualità, servizi di prossimità.
Oppure possiamo accettare che l’obiettivo “zero nuove infezioni, zero stigma, zero decessi per AIDS” resti una formula da convegno, mentre nei reparti di malattie infettive continuano a entrare persone che scoprono troppo tardi una diagnosi che poteva essere evitata.
Il diritto alla salute, ricorda LILA in questa giornata, non è un premio di consolazione per chi sta ai margini e non è una voce facoltativa del bilancio: o è universale, o semplicemente non esiste.


