Le detenute di Rebibbia all’Opera di Roma con Desdemona

C’è un momento in cui il palcoscenico smette di essere una metafora e diventa qualcosa di letterale: un luogo dove si esce, fisicamente, da un posto in cui non si può uscire. È quello che accade con Desdemona – Studio I, scritto e diretto da Francesca Tricarico con le attrici detenute di Rebibbia Femminile, che per la prima volta nella storia del carcere romano calcano un palco fuori dalle mura — quello del Teatro Nazionale dell’Opera di Roma, il 4 giugno alle 18.30. Un evento che è, allo stesso tempo, un debutto teatrale e un atto di restituzione: alle donne sul palco, alle loro famiglie in platea, e a un pubblico che raramente ha occasione di confrontarsi con quello che accade dietro un muro alto. I biglietti sono acquistabili sul sito operaroma.it o al botteghino. Ne abbiamo parlato con Francesca Tricarico, regista e fondatrice del progetto Le Donne del Muro Alto, attivo dal 2013.

DIOGENE: E’ una scelta davvero coraggiosa quella che avete fatto. Noi ci occupiamo in generale di povertà, disagio, esclusione, quindi siamo ovviamente molto interessati. Partiamo da una cosa che di solito non si dice: per questa prima uscita che farete — un’uscita letterale dal carcere — c’è emozione nel gruppo?

FRANCESCA TRICARICO: C’era un’emozione enorme, perché andiamo con le nostre attrici, ospiti di Rebibbia Femminile, che escono per fare questa cosa legata proprio all’uscita dal carcere, ci sarà l’incontro con 700 spettatori. Questa cosa è molto emozionante, ma anche l’idea che le loro famiglie, dopo diversi anni di carcere, non le vedano più all’interno del luogo carcere, ma le vedono sul palco da spettatrici. È una cosa importante per loro — i figli, i mariti, le madri, sorelle, fratelli — dopo cinque anni, tre anni, quel che sia. L’emozione è legata anche questo. E poi l’emozione comune a tutte le attrici quando vanno in scena. Infine c’è l’emozione nostra, del gruppo di lavoro intorno alle attrici, perché è dal 2013 che io sogno di portarle fuori, quindi c’è anche tutta l’emozione dello staff.

D: Parliamo allora di questo spettacolo. Tra i molti aspetti fuori dal comune di questa impresa c’è anche la scelta del testo, che ha scritto e diretto lei: Desdemona, che opera una rilettura del classico shakespeariano. Come lo rilegge al femminile?

FT: Tutti i nostri spettacoli all’interno di Rebibbia Femminile vengono riscritti al femminile, perché chiaramente si lavora con tutte le attrici donne all’interno del carcere femminile. Questa però è una scelta ancora più particolare, perché c’è sia la riscrittura dell’Otello di Shakespeare in versione femminile — quindi tutti i personaggi declinati al femminile — ma non è solo questo. C’è una trasformazione, una metamorfosi di Desdemona: nella prima parte pronuncia le parole che Shakespeare ha scritto per lei, nella seconda le parole che Shakespeare ha scritto per Otello. Quindi è una scelta importante, che potrebbe anche infastidire chi è legato alla versione shakespeariana, a quella dell’Otello di Verdi — perché c’è anche un omaggio all’Otello di Verdi. Potrebbe infastidire come, ho detto più volte, infastidisce anche l’idea della detenzione femminile. Sappiamo che le donne pagano il reato — pagano la colpa — due volte: per aver commesso il reato e per essere delle donne. Quindi questa scelta è stata dettata anche da questo.

D: Oltretutto al tempo di Shakespeare erano gli uomini a interpretare le parti femminili..

FT: Sì, assolutamente. E noi, da quando abbiamo iniziato a lavorare a Rebibbia Femminile, abbiamo fatto il percorso contrario: le donne che fanno anche i ruoli maschili. Però non ci trasformiamo — non è che ci sono delle donne che indossano gli abiti maschili, ma il personaggio viene declinato al femminile. Quindi Iago è una donna, Cassia è una donna, Roderiga — quindi la storia diventa quella delle donne detenute deportate alla fine del Settecento dall’Inghilterra verso le colonie penali in Australia.

D: Quindi il tema è legato in ogni caso alla restrizione della libertà?

FT: In realtà questo spettacolo nasce da una forte rabbia nei confronti dell’orrore quotidiano che noi vediamo: delle guerre, delle occupazioni in corso, e del rischio di abituarci a questo orrore che vediamo sui giornali, nelle televisioni, sui social. Quindi il primo aspetto è stata proprio una grande discussione sulle guerre e sulle guerre anche interiori dentro di noi. Questo è stato il motore. Dopodiché abbiamo cercato un testo che potesse raccontare anche quello che è un tema molto caro al carcere: l’utilizzo della parola in modo diverso, attraverso la manipolazione. Come la parola può segnare la vita di ognuno di noi — le parole che si pronunciano tra le detenute in carcere, come possono cambiare la loro vita detentiva, le parole con le istituzioni, le parole a processo, le parole in famiglia. Quindi questi due binari sono stati il punto di partenza per scrivere questo spettacolo insieme.

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D: Come si è tradotto questo ragionamento nella scelta del testo?

FT: C’era l’esigenza di raccontare questa manipolazione della parola, questa indignazione nei confronti degli orrori quotidiani che vediamo compiersi nel mondo. E questi due aspetti insieme ci hanno fatto cercare un testo che lo potesse raccontare. C’è questo rumore di fondo della guerra nell’Otello, e poi il centro è proprio come le parole e il potere manipolativo delle parole — quindi ci sembrava il testo più opportuno. Avevamo necessità di trovare un luogo che rappresentasse la costruzione del carcere, e abbiamo scoperto la storia della Lady Juliana, questa nave che deportò le donne detenute alla fine del Settecento, e ci è sembrata l’ambientazione giusta per raccontare quello che volevamo.

D: Come ha convinto la direzione del carcere? Lei svolge questa attività da tanti anni ed è la prima volta che riesce a portare fuori le attrici detenute. Come siete riuscite a creare questa possibilità?

FT: Sono tantissimi anni che noi cerchiamo di farlo — è una cosa che ogni anno riproponiamo. Non tutti i momenti sono adeguati, e chiaramente ogni direzione ha una visione diversa dell’articolo 27, di come bisogna lavorare sulle attività trattamentali. Ma non solo la direzione: l’apparato in generale. Ci sono momenti diversi. Questo è stato un momento buono perché c’era una direzione aperta. E in più questa collaborazione con il Teatro dell’Opera è importante, perché è la prima volta — non solo nella storia di Rebibbia Femminile che le attrici detenute escono — ma anche la prima volta che un teatro lirico, credo italiano, sicuramente quello dell’Opera di Roma, ospita uno spettacolo nato in carcere. Queste due circostanze — la direzione che già da tempo, con le nostre richieste, cominciava a pensare che potesse essere una buona opportunità, più la chiamata del Teatro dell’Opera — hanno permesso di accelerare i tempi.

D: Parliamo adesso del percorso delle attrici: si è presentata a loro con il testo già completamente redatto o lo avete modificato e costruito insieme?

FT: No, non è il mio modo di lavorare, perché mi piace l’idea che quello che facciamo nasca da una necessità collettiva, da un’urgenza. Io dico sempre che la bellezza di fare teatro in carcere è legata proprio al riacquisire quelle che sono le radici del teatro stesso, che ha la sua forza proprio nella necessità, nell’urgenza di raccontare, di raccontarsi attraverso le storie degli altri e di incontrarsi attraverso l’evento teatrale. Siccome in carcere questa urgenza è all’ennesima potenza, preferisco che sia collettiva.

D: Può spiegare il metodo che ha adottato?

FT: Si fanno gli esercizi che si fanno in qualsiasi laboratorio, dentro e fuori le carceri, per capire quali sono le risorse del gruppo e i bisogni del gruppo. Da lì, come le dicevo, c’era questo bisogno di parlare della manipolazione della parola e della guerra. Abbiamo iniziato a capire quale potesse essere il testo più adeguato, abbiamo tirato fuori quello che avremmo voluto far emergere e come, e poi io l’ho inserito — le parti scritte con le signore durante il laboratorio sono state trasferite all’interno dell’Otello di Shakespeare, facendo una riscrittura con quello che era emerso durante il laboratorio.

D: Il lavoro sull’oggettività del testo è stata anche l’occasione per le attrici di un lavoro su se stesse, una rilettura della propria interiorità?

FT: Penso al monologo finale di Desdemona: è stato un lavoro molto intenso di costruzione, uno scambio, una crescita anche da un punto di vista non solo tecnico, ma che costringeva le persone a guardare dentro al proprio percorso e a porlo all’interno di una struttura drammaturgica. Io penso che il teatro, quando è teatro e non è intrattenimento, faccia questo — dentro e fuori le carceri: è un percorso di riflessione su di sé attraverso l’altro, che l’altro sia il compagno con cui lavori a teatro, che sia il testo, che sia lo spettatore con cui ti confronti. Per me è questo il fare teatro. Il resto è bello, ma è animazione. Sono molto netta su questo.

D: Il suo è un lavoro più che decennale, e questa non è che una tappa. Come proseguirà?

FT: Esatto, e non è soltanto a Rebibbia Femminile: abbiamo la Compagnia degli Uomini del Muro Alto a Regina Coeli, e abbiamo un lavoro con le attrici ex detenute che hanno scoperto il teatro in carcere e continuano all’esterno con spettacoli e lavori per le scuole. Abbiamo scelto come obiettivo quello di retribuire tutte le persone che lavorano nel carcere e fuori per il loro lavoro teatrale, perché quello che gli chiediamo è tanto. Pensiamo che l’emancipazione passi anche attraverso il lavoro, quindi per noi è un segnale molto importante: l’emancipazione, la dignità e il trattamento avvengono anche proprio attraverso questo. Per fare questo ci vogliono molte risorse, quindi chiunque voglia sostenere il progetto è benvenuto.

D: Allora, non per essere volgare, tanta tanta merda.

FT: Merda, merda, merda, sicuramente.

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