Da più di vent’anni l’Africa è tra i principali destinatari degli aiuti pubblici allo sviluppo. Ogni anno arrivano miliardi di dollari tra cooperazione bilaterale, fondi multilaterali, programmi europei, linee di credito agevolate. Eppure, quando si guarda alla qualità dei servizi, alla tenuta delle istituzioni, alla capacità dello Stato di reggere gli urti (pandemie, rincari alimentari, crisi del debito), il salto non c’è stato.
Una parte di quelle risorse si perde lungo la strada: in sistemi fiscali deboli, in appalti gonfiati, in strutture pubbliche che funzionano anche come serbatoio di consenso. È lì che gli aiuti, invece di aprire il gioco, finiscono per irrigidirlo.
Questo è il punto di partenza per capire perché in Paesi con età mediana sotto i 20 anni continuino a vincere presidenti oltre gli 80, spesso al potere da decenni. Non è solo “pigrizia democratica” o “tradizione africana”, è che le stesse élite che controllano l’accesso ai fondi e la loro distribuzione controllano anche le regole politiche.
Se la spesa pubblica alimentata anche dagli aiuti serve a pagare stipendi, incarichi, commesse e talvolta le stesse forze di sicurezza, chi sta al vertice ha uno strumento formidabile per restarci. E quando si va al voto, come è successo in Camerun o in Costa d’Avorio, ci si ritrova con un presidente novantenne o quasi che ottiene l’ennesimo mandato, mentre i principali rivali sono esclusi o indeboliti e la partecipazione è bassa.
Il risultato è una frattura evidente: società giovanissime, ben connesse, che chiedono lavoro, istruzione e mobilità sociale; gruppi dirigenti molto anziani, cresciuti in un’altra fase storica, che hanno interesse a mantenere lo schema attuale perché lo schema attuale garantisce risorse e protezione.
I giovani vedono arrivare soldi dall’estero ma non li vedono trasformati in scuole funzionanti, sanità decente, trasporti, energia affidabile. Vedono inaugurazioni e vertici, ma non vedono la ricaduta concreta. È naturale che il discorso pubblico si sposti allora sul tema generazionale: perché chi governa da quarant’anni deve decidere per chi ne ha venti?

Dire questo non significa scaricare la responsabilità sugli aiuti in sé. Gli aiuti servono e spesso hanno salvato vite. Il problema è il contesto in cui entrano. Se non ci sono trasparenza, controlli, possibilità per la società civile di vedere come si spende, quei soldi diventano un fattore di consolidamento del potere, non di apertura.
E se chi riceve può contare su flussi esterni relativamente stabili, la pressione interna per riformare le regole del gioco si attenua. In altre parole: quando lo Stato è più esposto verso i donatori che verso i cittadini, è più facile che ascolti i primi che i secondi.
Questo spiega anche perché molti giovani africani usano i social per contestare presidenti anziani ma non riescono a spostarli dalle loro poltrone: perché non stanno solo sfidando una persona, stanno sfidando una struttura che tiene insieme risorse esterne, rendite interne e controllo del processo elettorale.
Finché questa struttura resta intatta, le elezioni producono sempre lo stesso esito: la continuità. E la continuità, in sistemi così, vale più della rappresentanza.
Un modo diverso di raccontare questa storia, dunque, non è “i vecchi non mollano il potere”, ma “un flusso di denaro pensato per rafforzare gli Stati è passato anche attraverso classi dirigenti poco responsabili e oggi le ha rese più resistenti al ricambio”.
Se vogliamo che i prossimi aiuti non facciano lo stesso effetto, bisogna che vadano legati a condizioni molto semplici: conti pubblici visibili, gare aperte, istituzioni elettorali che non dipendono dal presidente uscente. Solo così i soldi che arrivano da fuori smettono di essere benzina per la vecchia guardia e tornano a essere ossigeno per una società che è, letteralmente, giovane.



