Oggi il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres presenterà al Consiglio di Sicurezza le “opzioni per il futuro della sicurezza nel Libano meridionale”. È una scadenza scritta nero su bianco nella Risoluzione 2790, approvata unanimemente il 28 agosto 2025, che ha sancito la fine definitiva del mandato UNIFIL entro il 31 dicembre 2026: quasi cinquant’anni di presenza internazionale nel sud del Libano, smantellata con un voto che Israele ha accolto con soddisfazione dichiarata.
Il paradosso è di quelli che tolgono il respiro. Mentre Guterres consegna il suo rapporto, i carri armati israeliani si trovano alla periferia di Nabatieh, seconda città del Libano meridionale, a sessanta chilometri da Beirut. Dal 2 marzo scorso — data della ripresa delle ostilità su larga scala — il ministero della Salute libanese conta 3.412 morti e oltre diecimila feriti. Tra le vittime, 77 bambini secondo l’UNICEF. Le “opzioni per la sicurezza” vengono discusse in un paese che brucia.
Tappeti di auto bloccate in code chilometriche alle porte di Beirut, diventata un immenso accampamento improvvisato: famiglie sui marciapiedi, bambini che dormono sui sedili delle auto, cartoni stesi sull’asfalto, e perfino greggi di pecore trascinate in città da chi è fuggito senza voler abbandonare l’unica fonte di sostentamento. Queste immagini risalgono a marzo, alle prime settimane dell’escalation. Da allora la situazione non è migliorata.
Secondo le autorità libanesi, oltre 667.000 persone si sono registrate sulla piattaforma online governativa per gli sfollati, con un aumento di oltre 100.000 in un solo giorno. Circa 120.000 sono ospitate in siti collettivi — scuole, palestre trasformate in dormitori — mentre molti altri cercano rifugio da parenti o sono ancora alla ricerca di un alloggio.
Molti di loro erano già stati sfollati durante le ostilità del 2024. Per queste persone è la seconda fuga in meno di due anni. In un rifugio a Beirut, una funzionaria UNHCR ha incontrato una donna di novant’anni che aveva perso undici membri della sua famiglia durante gli attacchi del 2024. Era di nuovo sfollata, nella stessa scuola che era già stata trasformata in rifugio due anni prima.
“Le persone hanno lasciato le loro case nel cuore della notte con solo i vestiti che indossavano”, ha dichiarato Maureen Philippon, direttrice nazionale del Norwegian Refugee Council in Libano. “Famiglie che avevano appena cominciato a ricostruire le loro vite sono state costrette a fuggire di nuovo.” Su questo dramma se ne stratifica uno ancora più antico.
Il Libano ospita da oltre dieci anni più di un milione di rifugiati siriani. Molti di loro, spinti a una sorta di immigrazione di ritorno, si dirigono verso il confine per provare a rientrare in Siria; altri tentano di trovare protezione nei centri rifugio, dove però non è facile farli accogliere. Chi era scappato dalla guerra siriana del 2011 porta sulle spalle adesso il peso di due esodi. I più vulnerabili, sottolinea Médecins Sans Frontières, sono proprio loro: sfollati già più volte, esclusi dai rifugi governativi durante l’ultima guerra, invisibili alle statistiche ufficiali.
Per capire cosa sta accadendo bisogna resistere alla tentazione delle narrazioni semplici, quelle che assolvono o condannano in blocco. La realtà è più scomoda, e più crudele, perché distribuisce responsabilità in più direzioni contemporaneamente.
A marzo 2026, dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, Hezbollah ha lanciato razzi contro il nord di Israele. Non è stato il Libano a dichiarare guerra — è stato Hezbollah, che del Libano usa il territorio come piattaforma militare per combattere una guerra che non appartiene al popolo libanese ma all’asse iraniano.
Questo non è un dettaglio di colore: è la radice del problema. Hezbollah ha trascinato un paese già in ginocchio — economicamente devastato dal 2019, fisicamente ferito dall’esplosione del porto di Beirut nel 2020, politicamente paralizzato per anni — in un conflitto che non ha scelto, per servire gli interessi strategici di Teheran. La stessa Commissione europea lo ha detto senza giri di parole: Hezbollah ha portato il Libano “in una spirale di violenza in una guerra che né il paese né il suo popolo hanno scelto.” I civili libanesi, sciiti compresi, sono le prime vittime di questa scelta.
Il punto va spiegato con chiarezza perché nel dibattito europeo tende a sparire, inghiottito dalla comprensibile indignazione per le immagini dei bombardamenti. Ma eluderlo significa fare un torto alla verità e, soprattutto, ai libanesi stessi, che quella rabbia la esprimono apertamente.
Detto questo, la risposta israeliana va giudicata per quello che è, non per quello che dichiara di essere. Tel Aviv parla di “zona cuscinetto” di dieci chilometri oltre il confine. Ma le sue forze hanno superato il fiume Litani — la linea che la stessa Risoluzione 1701 del 2006 indicava come limite invalicabile — e si trovano oggi a sessanta chilometri da Beirut. Nei villaggi e nelle città conquistate — Dbayn, Nabatieh, Marjeyoun — si demoliscono sistematicamente le abitazioni. Non sono incursioni tattiche per neutralizzare postazioni di lancio. È un’occupazione.
È la costruzione di un fatto compiuto sul terreno, sul modello già applicato a Gaza: una zona svuotata di popolazione, controllata militarmente a tempo indefinito, sulla quale nessun futuro governo libanese potrà esercitare sovranità reale. Mercoledì 28 maggio un drone israeliano ha colpito un’auto in fuga ad Adloun: sei morti, di cui due bambini e i loro genitori. Non erano militanti. Stavano scappando.

C’è un elemento che rischia di perdersi nel rumore dei bollettini di guerra, e che invece è essenziale per capire la posta in gioco. Il Libano del 2026 non era il Libano del 2006, né quello del 2019 o del 2020. Da gennaio il paese aveva finalmente un presidente, Joseph Aoun, ex comandante delle forze armate, eletto dopo due anni di vuoto istituzionale.
Il primo ministro Nawaf Salam — già presidente della Corte Internazionale di Giustizia, figura di peso e credibilità internazionale riconosciuta — stava tentando qualcosa che sembrava impossibile: costruire un governo capace di esercitare sovranità reale, anche nel sud del paese, anche nei confronti di Hezbollah. Per la prima volta da anni lo Stato libanese aveva una voce e una direzione. Non era una rivoluzione. Era un inizio fragile, senza garanzie, ma reale.
La domanda che nessun comunicato diplomatico formula esplicitamente è questa: a chi conviene che il Libano non riesca mai a diventare uno Stato funzionante? La risposta non è univoca. Conviene a Hezbollah, che prospera nel vuoto istituzionale e nella miseria come fornitore di servizi e protezione alle comunità sciite del sud.
Conviene a Israele, che in un Libano debole e diviso trova la giustificazione permanente per le proprie operazioni militari e l’impossibilità di un interlocutore statale credibile. Conviene all’Iran, che nel caos libanese mantiene la propria proiezione regionale a basso costo. I civili libanesi — quelli in fuga, quelli nelle scuole trasformate in rifugi, quelli che contano i morti tra i parenti — pagano il conto di tutti e tre.
La Francia è l’attore più visibile e più impotente. Parigi ha legami storici profondi con Beirut — retaggio del mandato francese dopo la Prima guerra mondiale — conta 23.000 propri cittadini nel paese, e Macron telefona, convoca conferenze, raccoglie fondi umanitari. Quando però ha organizzato un summit internazionale sul Libano, Israele e Stati Uniti non si sono presentati, e senza di loro ogni progresso diplomatico è lettera morta. La Francia fa rumore da potenza di primo livello con gli strumenti di una potenza di secondo livello.
Gli Stati Uniti sono l’unico attore che potrebbe fermare Israele e scelgono deliberatamente di non farlo. L’amministrazione Trump ha di fatto avallato l’espansione delle operazioni israeliane, imponendo solo un limite simbolico: niente raid sulla capitale Beirut. Non è un freno all’invasione, è una gestione dell’immagine. Washington perimetra i danni politici, non la sostanza militare.
Il mondo arabo è il grande assente. Arabia Saudita, Egitto, Giordania hanno interessi diretti nella stabilità libanese, ma il processo di normalizzazione con Israele ha un prezzo implicito che si paga in silenzio — su Gaza prima, sul Libano adesso.
L’Italia è il paese che rischia di ritrovarsi più esposto, e che finora ha esercitato la voce politica meno proporzionata al proprio ruolo. Roma comanda la missione UNIFIL con il maggiore generale Diodato Abagnara, contribuisce con circa un migliaio di militari — un decimo del totale — e ha investito in programmi di addestramento delle forze armate libanesi. Il presidente Aoun, nel dicembre scorso, ha incontrato il ministro della Difesa Guido Crosetto e ha esplicitamente espresso l’auspicio che l’Italia e altri paesi europei partecipino a qualsiasi forza che subentrasse a UNIFIL nel 2027. Roma, dunque, non è solo un contributore della missione in corso: è già indicata come pilastro di quella futura.
Il rapporto che Guterres presenta oggi al Consiglio di Sicurezza è tecnicamente importante ma politicamente quasi privo di peso. Il Consiglio è paralizzato: gli Stati Uniti coprono Israele con il veto, la Russia usa il Medio Oriente come leva negoziale su altri dossier, la Cina osserva. Le “opzioni” vengono presentate a un organo che non ha la volontà di implementarle.
Eppure la scadenza del 1° giugno vale come cartina di tornasole. Misura il divario — ormai abissale — tra la grammatica obsoleta della diplomazia internazionale e la realtà sul terreno, dove quella grammatica non produce alcun effetto frenante. UNIFIL è nata nel 1978 per garantire il ritiro israeliano dal Libano meridionale e permettere al governo di Beirut di riaffermare la propria autorità nel sud. Quasi cinquant’anni dopo, Israele è di nuovo nel Libano meridionale e il governo di Beirut non controlla il proprio territorio. La missione non ha fallito per incompetenza: ha fallito perché nessuno degli attori che contano ha mai voluto davvero che riuscisse.
La sua fine, sancita con voto unanime sotto pressione americana e israeliana, è l’ammissione collettiva di quel fallimento. L’obiettivo dichiarato dalla Risoluzione 2790 — “rendere il governo libanese l’unico garante della sicurezza nel Libano meridionale” — ha oggi un suono grottesco: il governo libanese non controlla il proprio sud perché ci sono i carri armati israeliani, non perché manchino le buone intenzioni di Salam e Aoun.
Quello che verrà dopo UNIFIL — una possibile missione europea di supporto alle forze armate libanesi, con l’Italia in prima fila — è ancora una pagina bianca. Nasce già in salita se non cambia la volontà politica degli attori che contano. E oggi quella volontà non c’è.
Nel frattempo a Nabatieh si demoliscono case. Gli ordini di evacuazione israeliani coinvolgono ormai circa il 25 per cento della popolazione libanese, costringendo centinaia di migliaia di persone a cercare acqua, cibo e assistenza medica in luoghi che non hanno la capacità di accoglierle.



