Istat sul lavoro smonta Meloni: più ore, meno valore

L’Italia lavora di più, ma non meglio. È la prima, scomoda verità che esce dall’ultimo rapporto Istat: le ore complessive impiegate dall’economia crescono ancora (+0,2% sul trimestre, +1,7% sull’anno), mentre l’occupazione destagionalizzata resta ferma e la sua composizione peggiora. Altro che nuovo miracolo: siamo dentro una stagnazione mascherata.

Gli occupati si attestano a 24,169 milioni, sostanzialmente invariati rispetto al trimestre precedente. Sotto il pelo dell’acqua, però, si muove il contrario di ciò che un governo che parla di “lavoro stabile” vorrebbe raccontare: calano i dipendenti a tempo indeterminato (-21 mila) e quelli a termine (-45 mila), e a tenere in piedi il totale è solo il rimbalzo degli indipendenti (+74 mila). Il tasso di occupazione resta inchiodato al 62,6%, come fermi restano disoccupazione (6,3%) e inattività (33,0%). Non è un passo avanti: è un giro su sé stessi.

Nelle imprese dell’industria e dei servizi le posizioni dipendenti aumentano di 0,4% sul trimestre, ma a fronte di ore per dipendente in flessione (-0,5% congiunturale, -0,3% tendenziale). È un paradosso solo apparente: si aprono posizioni, si frammentano gli orari, si risparmia sulla durata. Lo conferma la dinamica dei contratti: la somministrazione scende ancora (-1,7% sul trimestre, -3,6% sull’anno), mentre l’intermittente corre (+1,9% e +6,1%). Meno continuità, più lavoro a chiamata: la “flessibilità” che diventa precarietà strutturale.

Sul fronte delle qualifiche orarie, il part time resta alto ma non cresce: la quota delle posizioni a tempo parziale si ferma al 28,9% (in lieve calo congiunturale). Non è un segno di qualità: è il riflesso di un mercato che rialloca senza costruire carriere. E mentre si spegne il racconto del “mercato caldo”, il tasso di posti vacanti rimane all’1,8% sul trimestre ma scende di 0,4 punti sull’anno: non c’è affanno nel trovare personale, c’è domanda che si raffredda.

I prezzi del lavoro, invece, salgono. L’indice del costo del lavoro per ULA aumenta dello 0,6% sul trimestre e del 3,6% in un anno, trainato sì dalle retribuzioni (+2,9%), ma soprattutto dai contributi sociali (+4,9%). La spinta non arriva da produttività e progressioni, quanto da oneri che risalgono e da un sistema di incentivi a tempo che non cambia la struttura del mercato. È la conferma che il “taglia e cuci” di bonus e decontribuzioni non sostituisce una politica industriale e salariale degna di questo nome.

Il governo rivendica i progressi territoriali. È vero che il Mezzogiorno mostra segnali di recupero – il tasso di occupazione sale nelle regioni meridionali – ma parliamo di un gradino risalito dentro una scala ancora troppo ripida. Al Nord l’indicatore arretra, al Centro è piatto.

“Men at work” by tullio dainese is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

E anche sul profilo demografico il racconto si incrina: l’aumento del tasso riguarda soprattutto le donne e i 50-64enni, mentre gli uomini e gli under 50 arretrano. Un mercato che assorbe chi già c’è e fatica con chi dovrebbe costruire la crescita di domani.

Il quadro tendenziale (dati non destagionalizzati) aggiunge due elementi che dovrebbero raffreddare gli applausi. Primo: la crescita sull’anno degli occupati continua (+226 mila, +0,9%), ma è dimezzata rispetto al trimestre precedente. Secondo: la crescita “buona” non basta a invertire i trend critici. Aumentano gli indeterminati (+296 mila) e gli indipendenti (+150 mila), ma prosegue per l’undicesimo trimestre la caduta dei termini (-221 mila, -7,7%).

Cresce il tempo pieno (+476 mila), ma cala il part time (-250 mila). Diminuiscono i disoccupati di lunga durata (ora il 52% dei disoccupati, 884 mila persone), ma aumenta chi cerca lavoro da meno di un anno e chi è alla prima ricerca. E nella caccia al lavoro comanda ancora l’informale: il 75,4% dei disoccupati si affida a parenti e amici, crescono sì CV e colloqui, ma il sistema pubblico resta un canale di serie B. È la fotografia di un mercato che si muove, ma senza infrastrutture di incontro domanda–offerta all’altezza.

Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni scendono a 12,194 milioni (-150 mila sull’anno), ma la riduzione riguarda soprattutto le forze di lavoro potenziali (chi è vicino al mercato): bene, ma è un bene fragile. Aumenta, infatti, chi non cerca e non è disponibile a iniziare a lavorare. Il tasso di inattività scende al 32,8%, soprattutto al Sud e tra i 50–64enni; tra i più giovani torna a salire. Un Paese che invecchia nel lavoro, mentre i giovani scivolano ai margini, non è un Paese che ha trovato la rotta.

Tutto questo cosa dice del “modello Meloni”? Che la propaganda ha corso più dei numeri. Si sommano ore, ma non valore; si sommano posizioni, ma a bassa intensità; si sommano incentivi, ma non riforme. Il risultato è un mercato che preferisce spezzettare piuttosto che qualificare, spalmare piuttosto che investire, raccontare piuttosto che cambiare.

La lama dell’analisi non è ideologica, è aritmetica: con occupazione ferma, composizione peggiorata, ore per addetto in calo, posti vacanti in discesa e costi che salgono più per contributi che per produttività, la retorica del “nuovo ciclo del lavoro” non sta in piedi.

Servono politiche attive vere, formazione continua, contrattazione che premi la produttività, servizi per l’impiego che funzionino e una strategia industriale che trasformi ore in produttività e posizioni in carriere. Finché questi numeri resteranno così, l’Italia continuerà a muoversi tanto e avanzare poco. E nessun claim di Palazzo Chigi potrà farlo sembrare il contrario.

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