C’è un modo comodo di leggere il Rapporto annuale dell’Inps: dire che l’Italia ha più occupati. E c’è un modo più onesto: chiedersi che lavoro sia. Perché dietro il record dell’occupazione c’è un mercato che paga poco, lavora a pezzi e versa pochi contributi. Il problema non è più soltanto avere o non avere un lavoro.
Il problema è che una parte crescente del lavoro disponibile non basta a vivere, non costruisce sicurezza e rischia di trasformare la povertà di oggi nella pensione povera di domani.
Nel 2025 la retribuzione media annua effettiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, esclusi domestici e operai agricoli, è stata di 27.649 euro lordi. Una cifra che, presa da sola, racconta poco. Perché la media mette insieme situazioni molto diverse. Chi lavora full time per tutto l’anno arriva a 41.872 euro lordi.
Ma 3,7 milioni di persone che lavorano part time e mediamente per non più di 171 giorni l’anno si fermano a 9.170 euro. In mezzo ci sono altri milioni di lavoratori che oscillano intorno ai 19 mila euro, perché lavorano part time per tutto l’anno o full time solo per una parte dell’anno.
La narrazione dell’occupazione record si incrina proprio qui. Un contratto non è automaticamente una protezione dalla povertà. Conta quante ore si fanno, per quanti mesi, con quale salario, in quale settore e con quale continuità. Se il lavoro è intermittente, part-time involontario, stagionale, povero o spezzato, il reddito annuale resta basso anche quando le statistiche generali migliorano.
L’Inps lo dice in modo meno politico ma molto chiaro: l’occupazione è ai massimi storici, trainata dal lavoro dipendente a tempo indeterminato, ma restano fragilità strutturali. Il tasso di occupazione italiano rimane sotto quello delle principali economie europee, il divario di genere è ancora forte, l’inattività resta elevata, soprattutto tra donne e Mezzogiorno. E soprattutto le retribuzioni nominali sono cresciute senza recuperare pienamente il potere d’acquisto perso negli anni dell’inflazione.
La questione centrale è che il lavoro di oggi costruisce la pensione di domani. Se oggi si lavora poco, male e a salari bassi, domani si accumuleranno pochi contributi. La povertà salariale non resta confinata alla busta paga: diventa povertà previdenziale. È questo il punto più duro del Rapporto Inps.
La previdenza non comincia quando si va in pensione. Comincia nel primo contratto, nella prima retribuzione, nella continuità dei versamenti. Dove mancano queste tre cose, il futuro è già più fragile.
La fragilità comincia presto. L’Inps segnala che i giovani entrano nel mercato del lavoro con percorsi più discontinui e accumulano meno contributi nei primi anni di carriera. I nati nel 1990, nei primi tre anni dopo l’ingresso nel lavoro, hanno un montante contributivo più basso del 18 per cento per gli uomini e del 20 per cento per le donne rispetto ai nati nel 1980.
Significa che la generazione che dovrebbe sostenere il sistema previdenziale parte già con meno salario, meno continuità, meno contributi.

Il dato diventa ancora più grave se lo si guarda territorialmente. In alcune province siciliane, tra le donne tra i 20 e i 25 anni, oltre il 60 per cento non ha alcuna contribuzione. Non è solo disoccupazione. È esclusione dal lavoro regolare proprio nella fase in cui si dovrebbe iniziare a costruire autonomia economica.
E quando non si entra nel sistema contributivo, non si costruisce solo meno pensione: si costruisce meno indipendenza, meno potere contrattuale, meno possibilità di uscire dalla povertà.
A cambiare è anche la struttura del lavoro. La crescita occupazionale si concentra sempre di più nei servizi, dove salari e produttività sono mediamente più bassi e la continuità lavorativa è più debole. L’industria, che per decenni ha garantito retribuzioni più alte e carriere contributive più solide, pesa meno.
Nel 2007 le imprese industriali erano il 36 per cento del totale e occupavano il 43 per cento dei dipendenti. Nel 2025 sono scese al 27 per cento delle imprese e al 33 per cento dei dipendenti.
Dentro questa trasformazione cresce il lavoro spezzato. Nel 2024 quasi un milione di lavoratori ha avuto almeno un rapporto di lavoro in somministrazione. Non è più una nicchia. È una componente strutturale del mercato del lavoro privato. Il lavoratore formalmente dipende da un’agenzia, ma lavora per un’altra impresa.
L’Inps lo inserisce nel più ampio processo del “fissured workplace”: appalti, subfornitura, piattaforme digitali, agenzie interinali. In altre parole, il lavoro c’è, ma il rapporto tra lavoratore, impresa e responsabilità si frammenta.
Lo stesso vale per la Gestione Separata. Tra il 2022 e il 2025 gli iscritti sono aumentati del 17,5 per cento, mentre calano artigiani, commercianti e coltivatori diretti. È un segnale importante: il lavoro autonomo tradizionale si riduce, mentre crescono forme più flessibili, discontinue e meno riconducibili agli schemi previdenziali classici. Non sempre è vera autonomia. Spesso è lavoro debole, intermittente, con redditi bassi e poca capacità di diventare carriera.
I collaboratori della Gestione Separata mostrano bene questa instabilità. Nella coorte del 2019, più della metà esce entro il 2024. Tra le donne la quota sale al 62 per cento, tra gli under 29 arriva al 78 per cento. Chi resta tende ad avere redditi più alti e maggiore forza contrattuale. Chi esce, invece, aveva già all’inizio redditi molto più bassi. È il lavoro flessibile che non diventa ascensore sociale: seleziona chi ce la fa e lascia fuori gli altri.
Per questo gli sgravi e i bonus non bastano. Negli ultimi anni lo Stato è intervenuto con riduzioni fiscali e contributive per difendere i redditi medio-bassi dall’inflazione. In parte ha funzionato: il netto è stato sostenuto, soprattutto nelle fasce più basse. Ma se per rendere tollerabili gli stipendi serve correggerli continuamente con la fiscalità generale, significa che il mercato del lavoro non paga abbastanza da solo. Lo Stato mette una toppa, ma la falla resta.
La stessa dinamica si vede nelle pensioni. Oggi le donne percepiscono assegni medi molto più bassi degli uomini: 1.619 euro al mese contro 2.166. Il divario è del 34 per cento. La ragione è nota: carriere più discontinue, salari inferiori, part-time, lavoro di cura non pagato. È la dimostrazione di ciò che accadrà anche domani se non cambia la qualità del lavoro: chi oggi accumula meno contributi domani riceverà meno pensione.
La domanda, allora, non è più soltanto quanti lavorano. È quanti riescono a vivere del proprio lavoro. Un Paese che aumenta gli occupati ma lascia crescere salari poveri, carriere discontinue e pensioni future fragili non ha risolto la questione sociale. L’ha solo spostata più avanti.
Il punto vero è questo: l’Italia non ha solo bisogno di più lavoro. Ha bisogno di lavoro che paghi abbastanza, duri abbastanza e versi abbastanza contributi. Altrimenti l’occupazione record diventa una statistica buona per i comunicati, ma insufficiente per chi deve pagare affitto, bollette, figli e futuro. Un Paese dove si lavora di più ma si resta poveri non ha sconfitto la povertà. L’ha portata dentro il mercato del lavoro.



