Nucleare: produzione record, prezzi alti e reattori vecchi

Nel 2024 l’energia nucleare ha toccato il suo massimo di sempre: circa 2,7 mila miliardi di chilowattora prodotti nel mondo. Significa che l’atomo, oggi, nonostante le crescenti esigenze di sicurezza e di fonti rinnovabili, dà ancora un contributo importante. Ma se guardiamo meglio, la maggior parte delle centrali in funzione è vecchia e i nuovi cantieri si aprono quasi solo in Cina e in Russia. Questo cambia il quadro per l’Europa e per l’Italia.

A metà 2025 ci sono 63 reattori in costruzione in 11 Paesi. Ben 32 sono in Cina. Più di venti cantieri sono già in ritardo. L’età media dei reattori attivi nel mondo è oltre 32 anni: due centrali su tre hanno più di 31 anni, e molte superano i 40. Per mantenere la produzione attuale fino al 2030 servirebbe aprire decine di cantieri in più rispetto al ritmo degli ultimi anni. Con i tempi e i costi di oggi, è molto difficile.

C’è anche un fatto geopolitico: dal 2020 a metà 2025, 44 nuovi avvii su 45 sono stati guidati da aziende di Stato cinesi o russe. In pratica, il “nuovo nucleare” che si costruisce davvero nasce fuori dall’Occidente. Se l’Europa volesse tornare a costruire, come minaccia di fare, dovrebbe ricostruire una filiera industriale: grandi pezzi in acciaio, imprese che progettano e montano gli impianti, e capitali disposti ad aspettare anni prima di rientrare.

Nel frattempo i soldi vanno dove si riesce a costruire più in fretta. Nel 2024 gli investimenti nelle rinnovabili (sole e vento) sono stati 21 volte quelli nel nucleare. E il prezzo delle batterie per gli impianti elettrici è sceso di circa un quinto in un anno, fino a circa 115 dollari per chilowattora. Non è una questione ideologica: con tassi d’interesse alti e tempi lunghi, i progetti che partono prima vincono.

Capitolo fusione (la tecnologia che unisce atomi leggeri). Non esiste ancora una centrale commerciale, ma diverse grandi aziende hanno firmato contratti a lungo termine per prenotare futura elettricità. È successo con Microsoft e Google negli Stati Uniti e, più di recente, con Eni per un impianto da 400 megawatt che una società americana vuole costruire in Virginia all’inizio degli anni Trenta. Questi contratti sono come una caparra: ti garantisci un posto in fila se la tecnologia funziona. Non sono energia pronta domani.

Sugli SMR, cioè i piccoli reattori modulari, il discorso è simile. Se ne parla molto perché promettono di essere più semplici da costruire. Ma, per ora, siamo lontani dal mercato. Negli USA il progetto più avanzato ha speso circa 2 miliardi di dollari per studi e permessi, senza avere ancora un cantiere aperto. In Europa alcune startup stanno affrontando problemi di soldi. È normale per tecnologie nuove, ma questo rende vane anche le promesse di abbassare presto le bollette che giustificano, secondo i governi, la nuova corsa al nucleare.

E l’Italia? La Banca d’Italia ha scritto che il nucleare, anche in versione “piccola”, non abbasserà presto il prezzo medio della bolletta, ma può stabilizzarlo e aiutare la decarbonizzazione. Prima, però, dobbiamo chiudere un compito rimasto a metà: il Deposito nazionale per le scorie. La mappa ufficiale indica 51 aree possibili, e a fine 2023 avevamo circa 78 mila metri cubi di rifiuti da mettere in sicurezza. Senza questo passo, parlare di nuove centrali è poco credibile.

Cosa conviene fare da qui al 2030? Tenere aperta l’opzione nucleare e fusione con investimenti mirati e accordi, ma mettere in sicurezza il sistema con ciò che possiamo costruire davvero in pochi anni: più rinnovabili, reti più robuste, accumuli (le batterie che stanno scendendo di prezzo), consumi più flessibili nelle ore di punta e più cavi con i Paesi vicini per scambiarci energia.

La morale è semplice: l’atomo resta importante, ma oggi i cantieri che contano sono soprattutto in Asia e i ritardi sono frequenti. La fusione merita di essere sostenuta come scommessa sul futuro, e la fissione (il nucleare tradizionale) può tornare protagonista se si riesce davvero a costruire. Nel frattempo la sicurezza della nostra rete elettrica si gioca su ciò che può entrare in funzione prima del 2030. È meno spettacolare, ma è la strada più onesta e utile per i cittadini.