Affittasi Italia, corrente inclusa

In un capannone senza finestre dell’hinterland milanese migliaia di processori lavorano giorno e notte per un modello di intelligenza artificiale che non è stato costruito in Italia, non appartiene a nessuna azienda italiana e risponde a clienti che italiani non sono.

Quel capannone divora elettricità quanto una cittadina. Nello stesso Paese, in Calabria, quasi una famiglia su cinque non riesce a tenere la casa calda.

Mettete le due cose nello stesso quadro. E adesso abbiate la pazienza di seguire il filo, perchè troppo spesso queste due realtà vengono raccontate separatamente. Diogene Notizie invece le ritiene facce della stessa medaglia. Cerchiamo insieme di capire il perchè.

Per anni ci hanno raccontato la rivoluzione digitale come qualcosa di leggero: la “nuvola”, i dati, l’immateriale. L’intelligenza artificiale ha tolto la maschera. È pesante. Mangia corrente, terra, acqua, cemento. E in Italia mangia una cosa che non si può ordinare dall’estero in fretta: la potenza della rete elettrica.

I numeri di Terna, che la rete la gestisce, sembrano un errore di stampa per quanto sono macroscopici. Le richieste di allacciarsi all’alta tensione erano 15 gigawatt nel 2020. Sono diventate 45 nel 2023. A fine 2025 hanno toccato 68.

Per capirci: nel suo momento di massimo sforzo, un pomeriggio di luglio, condizionatori accesi in tutta Italia, l’intero Paese consuma circa 56 gigawatt. Le richieste superano quello che sappiamo produrre.

Non si costruirà tutto: molte di quelle richieste sono prenotazioni, opzioni su terreni, scommesse. Ma la direzione è una sola. E ogni euro che la rete spende per collegare i capannoni dell’intelligenza artificiale è un euro che non spende per arrivare meglio nelle case e far scendere le bollette.

Dall’altra parte della bilancia ci sono 2,4 milioni di famiglie italiane in povertà energetica: il 9,1%, il dato più alto mai registrato, secondo l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica. Più di una su cinque in Calabria. Una su quattro tra le famiglie straniere. Gente che la corrente la raziona, mentre il capannone la beve senza guardare il contatore.

E c’è un dettaglio che smonta la favola della “ricaduta sul territorio”. I data center si ammassano dove la rete è forte e i soldi pure: due su tre tra Lombardia e Lazio. La povertà energetica sta dall’altra parte, al Sud, nelle isole, nei paesi piccoli.

Il calore di scarto dei server, promettono, scalderà 50.000 case entro il 2030. Le famiglie al freddo sono 2,4 milioni. È un cerotto venduto come cura.

A questo punto di solito parte il discorso americano: l’intelligenza artificiale si prende tutti i soldi e li toglie alle case, alle fabbriche, alle imprese che nascono. Negli Stati Uniti ha senso, perché lì i soldi almeno restano: diventano aziende americane, lavoro americano. In Italia no. Noi i modelli non li costruiamo. Li affittiamo.

oto: Gideonwills44, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Occore capire chi sta arrivando da noi. Dei data center annunciati per i prossimi tre anni, oltre 25 miliardi di euro, conta l’Osservatorio del Politecnico di Milano, quasi tre quarti sono di operatori stranieri mai visti prima da queste parti, e metà degli impianti è già prenotata dai giganti del cloud.

Noi ci mettiamo il terreno, la corrente, l’acqua, il cemento e gli operai. Loro ci mettono il marchio e si tengono la rendita. Il mercato italiano dell’intelligenza artificiale vera, quella che resta qui, vale poco più di un miliardo.

Quello che esce dal Paese sotto forma di licenze, abbonamenti e profitti è un altro ordine di grandezza. Nei comunicati si chiama “sovranità digitale”. In realtà un affitto. Stiamo noleggiando il Paese.

E il lavoro? Qui bisogna stare attenti, perché la versione facile, “l’intelligenza artificiale si mangia i posti”, è anche quella sbagliata. Per ora i numeri dicono poco e in maniera confusa: molti dei licenziamenti del 2025 erano tagli decisi per altri motivi e poi spacciati come “colpa dell’IA”, perché suona meglio dire che è strategia e non che si era assunto male.

Ma una cosa già si vede: dove l’intelligenza artificiale entra, entra per sostituire, non per aiutare. Quattro aziende su dieci, quando la adottano, la usano per tagliare persone, non per potenziarle.

In Italia purtroppo il colpo mortale al lavoro è doppio. Negli Stati Uniti chi perde il posto, in teoria, può trovarne uno nuovo nei settori che l’IA fa nascere. Ma quei settori nascono in California, non a Foggia. Noi rischiamo la sottrazione senza l’addizione: la porta che si chiude qui si riapre dall’altra parte dell’oceano.

Resta la promessa, quella che si sente ripetere a ogni convegno: pazienza, oggi si perde ma domani si guadagna. È la frase con cui si è sempre giustificato il conto.

La ferrovia americana, alla fine, ha costruito Los Angeles, ma lungo la strada ha fatto fallire diciottomila imprese e portato la disoccupazione al quattordici per cento. Il beneficio è arrivato. Ma è arrivato a persone diverse da quelle che lo avevano pagato.

“Si perde ora, si guadagna poi” può essere vero, in linea di massima vero. Ma è una frase generica, un “prima o poi” che non può soddisfare nessuno. Al momento sappiamo solo chi ci rimette, senza nessuna promessa: è la spiegazione esatta di come funziona il trucco. I costi adesso, in basso, qui. I guadagni dopo, in alto, altrove.

Può andare diversamente? Sì, a tre condizioni: che l’intelligenza artificiale alzi davvero la produttività di un Paese che ne ha un bisogno disperato; che i guadagni vengano tassati e ridistribuiti; che la corsa all’energia serva ad abbassare le bollette e non solo a nutrire i capannoni.

Tre “se”. Nessuno dei tre è la strada che stiamo prendendo. Il resto è una bolletta che arriva puntuale, e una luce che, questa sì, immateriale, se ne va da un’altra parte.

Foto: Pinotto992, via Wikimedia Commons