Meno sbarchi, più morti: la deterrenza che uccide

I dati di Frontex e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni restituiscono due immagini apparentemente opposte della stessa realtà: diminuiscono gli arrivi alle frontiere europee, mentre aumentano le persone che muoiono o scompaiono durante il viaggio. Lo documenta Francesca Ghirardelli in un articolo pubblicato oggi da Avvenire,

Nei primi sei mesi del 2026 gli attraversamenti irregolari rilevati alle frontiere esterne dell’Unione europea sono stati circa 49 mila, il 37 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella che conduce soprattutto verso l’Italia, la riduzione ha raggiunto il 52 per cento.

Questi numeri vengono frequentemente presentati come la prova dell’efficacia delle politiche europee di contenimento: accordi con i Paesi di partenza e di transito, rafforzamento dei controlli, pattugliamenti e ostacoli alle partenze. Ma il numero degli sbarchi racconta soltanto chi è riuscito ad arrivare. Non dice quante persone siano partite, quante siano state intercettate, quante siano state riportate indietro e quante non abbiano mai raggiunto una costa.

Il quadro cambia radicalmente quando si osservano i dati del Missing Migrants Project dell’Oim. Tra gennaio e giugno 2026, almeno 1.570 persone sono morte o risultano disperse lungo le rotte marittime dirette verso l’Europa. Nello stesso periodo del 2025 erano state 1.232: un aumento del 27 per cento.

Limitando l’analisi al Mediterraneo, l’incremento è ancora più drammatico. Le vittime accertate sono passate da 851 a 1.410, con una crescita del 65 per cento. Sulla rotta centrale i morti sono stati almeno 865, contro i 552 dell’anno precedente. Su quella orientale, diretta soprattutto verso la Grecia, il bilancio è salito da 120 a 320 vittime.

Sono cifre minime, non definitive. Il database dell’Oim comprende soltanto i casi che possono essere verificati attraverso testimonianze, segnalazioni, ritrovamenti o altre fonti attendibili. Molti naufragi avvengono lontano dalle coste e senza sopravvissuti. Intere imbarcazioni possono scomparire senza lasciare traccia, soprattutto nelle zone in cui le attività di ricerca e soccorso sono scarse o assenti.

La riduzione delle partenze da alcune aree non elimina il bisogno di partire. Cambia piuttosto la geografia dei viaggi. Quando una rotta viene chiusa o sottoposta a controlli più rigidi, le reti dei trafficanti e le persone migranti cercano percorsi alternativi. Le traversate diventano più lunghe, costose e difficili da sorvegliare.

È quanto sta avvenendo lungo la rotta che parte dalla Libia orientale e punta verso Creta. Le imbarcazioni devono percorrere circa trecento chilometri di mare aperto, spesso senza mezzi adeguati e in un’area con capacità di soccorso estremamente limitate. Il risultato non è la fine della migrazione, ma l’aumento del rischio per chi continua a tentare il viaggio.

La deterrenza, dunque, può ridurre il numero delle persone visibili sulle coste europee senza rendere più sicuro il percorso. Può persino produrre l’effetto opposto: spostare le partenze fuori dallo sguardo pubblico e trasformare le morti in eventi sempre meno documentabili.

Per valutare davvero una politica migratoria non basta contare gli sbarchi. Bisogna considerare anche le vittime, i dispersi, i respingimenti, le intercettazioni e le condizioni in cui le persone vengono trattenute nei Paesi con cui l’Europa stringe accordi. Un confine non è più sicuro soltanto perché meno persone riescono ad attraversarlo.

Il Mediterraneo continua a essere una delle frontiere più mortali del mondo. La diminuzione degli arrivi non rappresenta necessariamente un successo: può essere il segnale che un numero crescente di persone non riesce più a raggiungere la terraferma. Quando gli sbarchi calano e i morti aumentano, il problema non è risolto. È stato soltanto spinto più lontano, dove è più difficile vederlo.

Foto Óglaigh na hÉireann CC BY 2.0