Amnesty denuncia la cooperazione Ue con la Libia

La denuncia di Amnesty International arriva nel momento più scomodo per Bruxelles: mentre in Libia si moltiplicano arresti di massa, detenzioni arbitrarie ed espulsioni collettive contro migranti e rifugiati, l’Unione europea prova ad allargare la propria cooperazione con le autorità libiche.

Non solo con il governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma anche con il blocco orientale legato a Khalifa Haftar, cioè con un sistema di potere fatto di amministrazioni rivali, milizie e gruppi armati che da anni controllano pezzi di territorio, coste, centri di detenzione e rotte migratorie.

Secondo Amnesty, entrambe le autorità libiche stanno alimentando una campagna repressiva sostenuta da discorsi xenofobi e razzisti. La formula è ormai nota: i migranti vengono descritti come minaccia alla sicurezza, alla stabilità e all’identità nazionale; poi arrivano retate, sgomberi, arresti, espulsioni verso il deserto o verso Paesi dove molte persone rischiano persecuzioni, guerra, fame.

È il copione dell’emergenza permanente: prima si produce il nemico interno, poi si presenta la repressione come misura inevitabile.

La novità è che tutto questo non interrompe la cooperazione europea. La accompagna. L’UE continua a sostenere il sistema libico di controllo delle partenze e, secondo le informazioni emerse nelle ultime settimane, punta anche a rafforzarlo nella parte orientale del Paese, con un centro di coordinamento marittimo a Bengasi.

In teoria dovrebbe servire alla ricerca e soccorso. In pratica rischia di dare legittimità operativa e politica a forze che intercettano le barche e riportano le persone in un Paese che non può essere considerato un porto sicuro.

È questo il punto della denuncia di Amnesty: l’Europa non può dire di “salvare vite” se il risultato concreto delle intercettazioni è riportare uomini, donne e bambini dentro un sistema di abusi.

Chi viene fermato in mare e ricondotto in Libia viene spesso trasferito in centri di detenzione dove organizzazioni internazionali e agenzie delle Nazioni Unite documentano da anni violenze, estorsioni, lavoro forzato, torture, sparizioni. La Libia non è solo un Paese di transito: è diventata una trappola costruita anche per conto dell’Europa.

I numeri spiegano la scala del problema. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, all’inizio del 2026 in Libia erano presenti oltre 936 mila migranti, distribuiti in tutte le aree del Paese. Le comunità più numerose arrivano da Sudan, Niger, Egitto, Ciad e Nigeria.

Molti sono lavoratori migranti, altri fuggono da guerre e persecuzioni, in particolare dal Sudan. Per tutti, però, la condizione giuridica resta fragile: la Libia non ha un sistema di asilo funzionante e la migrazione irregolare è criminalizzata.

Dentro questa fragilità si inserisce la politica europea. Dal memorandum Italia-Libia del 2017 in poi, la linea è stata sempre la stessa: impedire che le persone arrivino sulle coste europee, anche se questo significa delegare il controllo dei confini a Paesi e attori che non garantiscono diritti fondamentali.

La guardia costiera libica è stata finanziata, addestrata, equipaggiata e inserita in un dispositivo di sorveglianza mediterraneo che comprende anche il supporto informativo europeo. Il risultato viene presentato come lotta ai trafficanti. Ma, nella pratica, spesso coincide con il respingimento indiretto verso luoghi di detenzione e violenza.

La decisione europea di rafforzare i rapporti con la Libia orientale va letta dentro un quadro più ampio. Il Parlamento europeo ha appena sostenuto una stretta sui rimpatri e la possibilità di utilizzare centri fuori dal territorio dell’Unione per trattenere persone da espellere.

È lo stesso orizzonte politico dei “return hub”: spostare fuori dai confini europei la gestione materiale della migrazione, trattenere le persone lontano dallo sguardo pubblico, trasformare il diritto d’asilo in una procedura sempre più remota, amministrativa, differita.

In questa architettura la Libia occupa un posto centrale, perché è insieme frontiera, filtro e zona grigia. Non è abbastanza stabile per garantire protezione, ma è abbastanza utile per fermare le partenze. Non è un porto sicuro, ma viene trattata come se potesse diventarlo per via amministrativa.

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Non ha istituzioni unitarie, ma l’Europa dialoga con i diversi centri di potere quando servono al contenimento dei flussi. Il paradosso è tutto qui: più la Libia è fragile, più diventa funzionale alla politica europea dell’esternalizzazione.

Intanto il Mediterraneo centrale continua a essere una rotta di morte. A giugno 2026, un naufragio al largo della Libia orientale ha lasciato decine di morti e dispersi. Nei primi mesi dell’anno, secondo i dati citati dall’OIM, centinaia di persone sono già morte o scomparse lungo la rotta centrale.

Nel 2025 i morti e dispersi erano stati più di 1.300. Sono numeri che non includono tutto: molti naufragi restano invisibili, soprattutto quando non ci sono superstiti, segnalazioni o corpi recuperati.

Il dramma non comincia in mare. Comincia prima, nel deserto, nei centri di raccolta, nei magazzini dei trafficanti, nelle prigioni ufficiali e non ufficiali. Comincia quando una persona sudanese, eritrea, somala, nigerina o ciadiana attraversa la Libia e scopre che il viaggio verso l’Europa è diventato un sistema di cattura.

Chi non paga viene picchiato. Chi prova a partire viene intercettato. Chi viene riportato indietro rischia di sparire in detenzione. Chi denuncia non ha quasi mai accesso a un giudice, a un avvocato, a una procedura d’asilo.

La repressione libica delle ultime settimane non è quindi una deviazione dal modello: è il modello che si mostra senza maschera. Le manifestazioni contro migranti e rifugiati a Tripoli, le dichiarazioni xenofobe, le espulsioni collettive e perfino il bando imposto nell’est del Paese contro cittadini di Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia indicano una direzione precisa.

La Libia sta chiudendo lo spazio di sopravvivenza per le persone migranti proprio mentre l’Europa cerca di farne il proprio avamposto.

Bruxelles sostiene che la cooperazione serve a ridurre le partenze, contrastare i trafficanti e prevenire le morti in mare. Ma una politica non si giudica dalle formule con cui si presenta: si giudica dai suoi effetti.

Se l’effetto è intercettare persone in fuga e riportarle in luoghi dove subiscono detenzione arbitraria, torture, estorsioni ed espulsioni illegali, allora il problema non è un abuso collaterale. È la struttura stessa della politica.

La domanda, a questo punto, non è se l’Europa sappia che cosa accade in Libia. Lo sa da anni. Lo dicono Amnesty, le Nazioni Unite, le ONG, i sopravvissuti, le inchieste giornalistiche, perfino i tribunali internazionali.

La domanda è perché continui a finanziare, normalizzare e allargare quella cooperazione. La risposta è brutale: perché funziona, se l’unico criterio è impedire alle persone di arrivare.

Ma funziona solo a quel prezzo. Il prezzo è la trasformazione del Mediterraneo in una frontiera delegata a milizie e apparati repressivi. Il prezzo è l’erosione del diritto d’asilo. Il prezzo è l’abitudine a considerare accettabile che migliaia di persone restino intrappolate in un Paese dove non hanno protezione, non hanno diritti e spesso non hanno nemmeno un nome.

La denuncia di Amnesty serve allora a rimettere la questione nel suo ordine reale. Non siamo davanti a una cooperazione tecnica, ma a una scelta politica. Non si tratta di “gestire i flussi”, ma di decidere quanta violenza l’Europa è disposta a finanziare pur di non vedere arrivare i migranti sulle proprie coste.

La Libia è lo specchio di questa scelta: un Paese frammentato, attraversato da milizie e abusi, trasformato nel guardiano esterno della frontiera europea.

E dentro quello specchio ci sono le persone che continuano a partire. Non perché ignorino il rischio, ma perché spesso il rischio è l’unica alternativa rimasta. Fuggono da guerre, crisi economiche, persecuzioni, deserti e prigioni. Trovano davanti a sé un mare sempre più militarizzato e dietro di sé un Paese che li arresta. L’Europa chiama tutto questo cooperazione. Amnesty lo chiama complicità.

“‘Olmo Calvo, Belgrade, août 2015’, exposition ‘Migrantes’, Casa del Lector, Matadero Madrid, Legazpi, Madrid, Castille, Espagne.” by byb64 is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.