Sudafrica, la caccia ai migranti casa per casa

A Johannesburg, giovedì 9 luglio, gruppi anti-immigrazione sono entrati casa per casa nel quartiere di Alexandra, sfondando porte e consegnando alla polizia persone ritenute straniere senza documenti. Un giornalista ha visto portare via anche una donna con un bambino piccolo del Malawi e un cittadino zimbabwese che diceva di essere regolarmente in Sudafrica con uno Zimbabwean Exemption Permit, il permesso speciale che consente a decine di migliaia di zimbabwesi di vivere e lavorare nel Paese. Manifestazioni simili si sono svolte anche a Soweto e Durban.

Non è un episodio isolato. È l’ultima fase di una campagna anti-migranti cresciuta negli ultimi mesi intorno alla data del 30 giugno, indicata da gruppi xenofobi come scadenza non ufficiale per l’uscita dal Paese degli stranieri senza documenti.

La leader più visibile di questa mobilitazione è Jacinta Ngobese-Zuma, ex conduttrice radiofonica e figura del gruppo March and March, che chiede controlli di frontiera più duri, deportazioni di massa e priorità ai sudafricani in scuole e strutture sanitarie. Dopo il 30 giugno, ha annunciato proteste ogni giovedì.

Il governo sudafricano ha risposto schierando l’esercito a sostegno della polizia. Il 3 luglio Reuters ha riferito che il presidente Cyril Ramaphosa ha autorizzato il dispiegamento di 3.405 militari, dal 28 giugno, per un costo stimato di 54,6 milioni di rand, circa 3,37 milioni di dollari. Le autorità hanno parlato di oltre 900 arresti legati alle proteste e a violazioni dell’immigrazione.

Il dato centrale, però, smentisce la rappresentazione dell’invasione. Secondo l’Institute for Security Studies, l’ultimo censimento di Statistics South Africa indica che i nati all’estero sono il 3,9% della popolazione sudafricana, altre stime parlano di migranti pari a circa il 5% della popolazione nel 2024.

Nonostante questi numeri, l’immigrazione è diventata uno dei principali capri espiatori di disoccupazione, criminalità, crisi dei servizi pubblici e stagnazione economica.

Il Sudafrica ha uno dei tassi di disoccupazione più alti al mondo e una crisi sociale profonda. È dentro questo contesto che i movimenti anti-migranti hanno costruito consenso, soprattutto nelle township e nei quartieri poveri, accusando stranieri africani e asiatici di togliere lavoro, occupare case, congestionare ospedali e scuole, alimentare criminalità.

Il presidente Ramaphosa ha messo in guardia contro la trasformazione degli immigrati in capri espiatori e ha ricordato che i cittadini non hanno il diritto di farsi giustizia da soli in materia di immigrazione.

La dinamica, però, precede il caso di Alexandra. Human Rights Watch, il 20 maggio 2026, aveva già denunciato una nuova ondata di attacchi xenofobi contro cittadini stranieri africani e asiatici, con una risposta “scarsa o insufficiente” da parte della polizia e delle autorità.

Il problema non nasce quest’anno: la violenza xenofoba nel Sudafrica democratico ha radici almeno dagli anni Novanta e ha avuto esplosioni molto gravi, a partire dal 2008, quando gli attacchi contro stranieri causarono oltre 60 morti.

“Helping out at the shelter” by DFID – UK Department for International Development is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Negli ultimi anni un ruolo centrale lo ha avuto Operation Dudula, movimento anti-immigrati nato nelle township e diventato noto per blitz contro negozi, case, ospedali e luoghi di lavoro. Il nome “dudula” significa più o meno “spingere via” in zulu.

Il gruppo sostiene di voler combattere immigrazione irregolare e criminalità, ma le organizzazioni per i diritti umani lo accusano di intimidazioni, violenze e discriminazioni contro migranti e rifugiati.

Uno dei fronti più gravi è quello sanitario. In diverse aree, attivisti anti-migranti hanno impedito o cercato di impedire l’accesso di stranieri alle strutture pubbliche, chiedendo documenti all’ingresso degli ospedali o dei presidi sanitari.

Il 30 giugno 2026 un gruppo di professionisti della sanità pubblica ha pubblicato una dichiarazione in cui ricordava che la mobilità interna al Sudafrica è molto più ampia dell’immigrazione internazionale e che la xenofobia colpisce anche il diritto alla salute di migranti, rifugiati e richiedenti asilo.

Le conseguenze diplomatiche sono già visibili. Il Malawi ha dichiarato che oltre 38.000 suoi cittadini sono rientrati dal Sudafrica nelle ultime settimane per ragioni di sicurezza. Più di 60.000 persone sono rientrate anche nello Zimbabwe.

La Nigeria ha denunciato la morte di due suoi cittadini durante la recente violenza anti-migranti: uno sarebbe stato ucciso da agenti di polizia, l’altro da aggressori non identificati.

C’è anche un costo economico. Reuters ha segnalato che la fuga di migranti può colpire settori che dipendono in modo significativo da manodopera straniera: costruzioni, agricoltura, trasporti, commercio e servizi.

Alcuni ricercatori stimano che i migranti contribuiscano fino al 9% del PIL sudafricano e ricordano che molti lavorano nell’economia informale, aprono piccole attività e occupano posti difficili da coprire. Il caso di Shoprite, dove le consegne sono state interrotte perché molti driver stranieri non si sono presentati per paura delle proteste, mostra quanto il fenomeno possa incidere anche sulla vita quotidiana.

La scena di Alexandra, quindi, non è solo la cronaca di una caccia porta a porta. È il punto di arrivo di una crisi lunga: disoccupazione di massa, servizi pubblici sotto pressione, storia ricorrente di violenza xenofoba, gruppi organizzati che trasformano la rabbia sociale in pattugliamento etnico, polizia che arresta migranti mentre dovrebbe impedire ai civili di sostituirsi allo Stato.

Il risultato è un Paese in cui la questione migratoria viene trattata non come materia di diritto, lavoro e protezione sociale, ma come una caccia al corpo straniero.

Il paradosso è che tutto questo avviene in una nazione costruita sulla memoria dell’apartheid e dell’esilio, dove milioni di sudafricani hanno conosciuto migrazione, espulsione, confini, documenti, permessi e umiliazione amministrativa.

Oggi quella memoria sembra rovesciarsi: il problema non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il vicino mozambicano, malawiano, zimbabwese, nigeriano o bangladese che diventa il volto visibile di una crisi molto più grande.

Ad Alexandra non hanno soltanto sfondato porte. Hanno mostrato che, quando uno Stato lascia crescere l’idea che i diritti dipendano dalla nazionalità, prima o poi qualcuno decide di andare a “stanare” gi stranieri casa per casa.

Photo by UNAMID licensed under CC BY-NC-ND 2.0.