Lo scandalo del processo agli operatori umanitari di Lesbo

Sette anni dopo gli arresti, le vite di ventiquattro ex operatori umanitari sono ancora appese a un’aula di tribunale sull’isola di Lesbo. In questi giorni la Corte d’appello di Mytilene ha ripreso un procedimento che, fin dall’inizio, va molto oltre le biografie dei singoli imputati: riguarda il confine mobile tra soccorso in mare e favoreggiamento dell’immigrazione irregolare in un’Unione Europea che ha scelto la linea dura sui movimenti di persone.

Gli imputati sono per lo più giovani che, tra il 2016 e il 2018, hanno lavorato come volontari per l’Emergency Response Center International (ERCI), una piccola organizzazione attiva a Lesbo con squadre di ricerca e soccorso, supporto logistico alle autorità locali e assistenza di base alle persone sbarcate dopo la traversata dall’altra sponda dell’Egeo.

Lesbo, allora, era uno dei principali punti di ingresso dei profughi verso l’Europa: centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini in pochi anni, almeno 805 morti o dispersi nel solo 2015, secondo le stime internazionali.

Fra i ventiquattro ci sono nomi che hanno fatto il giro del mondo. Sarah Mardini, rifugiata siriana ed ex nuotatrice agonista, era arrivata sull’isola come profuga nel 2015 e aveva contribuito a salvare la vita ad altre persone su un gommone in avaria; poi era tornata come volontaria. Seán Binder, sub addestrato, si era arruolato nelle operazioni di ricerca in mare proprio per mettere al servizio quella competenza. Entrambi, insieme ad altri, furono arrestati nel 2018 con l’accusa di aver trasformato l’attività di soccorso in un sistema di sostegno ai trafficanti.

Per anni la vicenda si è mossa in una zona grigia. In un primo momento i magistrati greci avevano contestato una serie di reati minori, fra cui “spionaggio” e accesso illecito a comunicazioni dello Stato, oltre a reati legati all’immigrazione. Secondo la polizia, i volontari avrebbero monitorato le frequenze radio marittime e usato canali crittografati per anticipare i movimenti delle imbarcazioni dei migranti e intervenire prima delle autorità.

Nel gennaio 2023, però, le accuse di spionaggio sono crollate: la corte di Lesbo le ha dichiarate improcedibili per gravi vizi formali e difetti negli atti, e per alcune analoghe vicende ha ritenuto che non ci fossero prove sufficienti per portare avanti il processo.

Il fascicolo non è stato chiuso. Negli anni successivi è rimasta aperta la parte più pesante, quella che oggi torna al centro della scena: tre capi di imputazione di natura criminale. La procura sostiene che le attività di ERCI non fossero semplici interventi umanitari ma il braccio operativo di un’organizzazione che avrebbe favorito l’ingresso irregolare di cittadini di Paesi terzi in Grecia.

In questo schema, le campagne di raccolta fondi dell’ONG vengono reinterpretate come possibili episodi di riciclaggio. Se questa ricostruzione verrà accolta, le pene previste arrivano fino a vent’anni di reclusione.

Le persone finte sul banco degli imputati raccontano da anni una versione opposta. Fin dall’inizio hanno rivendicato di aver operato alla luce del sole, in coordinamento con la Guardia costiera, seguendo il principio basilare del diritto del mare che obbliga a prestare soccorso a chi è in pericolo. Per loro non si è trattato di “aprire un corridoio” verso l’Europa ma di ridurre il numero di cadaveri in un tratto di mare che, nella seconda metà degli anni 2010, è stato uno dei più letali al mondo per richiedenti asilo e migranti.

Il caso, intanto, è diventato un simbolo. Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno analizzato i fascicoli e parlano di accuse infondate costruite su una logica distorta: se il soccorso viene ridefinito come “aiuto al traffico”, l’ONG diventa per definizione un’associazione criminale e i finanziamenti ricevuti si trasformano per definizione in “denaro sporco”.

Underaged refugees in a camp located at the northeastern Greek – island of Lesbos, 30 January 2016 – Photo Mstyslav Chernov/Unframe Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license.

Il Parlamento europeo, in una sua presa di posizione, ha indicato questo procedimento come il più grande caso di criminalizzazione della solidarietà in Europa, con il timore che il messaggio politico vada oltre la Grecia: chi salva vite rischia di essere trattato come un trafficante.

Il processo di questi giorni non cade nel vuoto. Dal 2019 la linea del governo greco sui movimenti migratori si è indurita: più barriere fisiche al confine terrestre con la Turchia, più pattugliamenti in mare, nuove leggi che prevedono multe salate e, in certi casi, pene detentive per chi viene ritenuto colpevole di ingresso illegale, fino alla possibilità di imporre braccialetti elettronici ai richiedenti asilo respinti.

In parallelo, la normativa che punisce il favoreggiamento dell’ingresso irregolare è stata ampliata in modo tale da rendere la distinzione fra soccorso e “aiuto all’immigrazione clandestina” sempre più sottile.

La Grecia non è un’eccezione isolata. Negli ultimi anni diversi Stati membri hanno contestato reati simili a comandanti di navi umanitarie nel Mediterraneo centrale o a persone che, semplicemente, si sono messe al timone di gommoni sovraccarichi per sostituire trafficanti fuggiti all’ultimo momento.

In alcuni casi i tribunali hanno assolto gli imputati, riconoscendo che assumere il controllo di un’imbarcazione in condizioni di pericolo non equivale a “traffico di esseri umani”. In altri procedimenti, invece, le condanne hanno consolidato un clima di incertezza giuridica che scoraggia interventi di soccorso.

Il rischio, ora, è che la vicenda di Lesbo faccia scuola in un senso o nell’altro. Un’assoluzione piena dei ventiquattro volontari segnerebbe un limite chiaro all’uso del diritto penale contro chi interviene per evitare naufragi e metterebbe in discussione la costruzione, da parte degli apparati di sicurezza, di una narrazione che assimila qualsiasi intervento non statale in mare a un sostegno alle reti di passatori.

Una condanna, soprattutto se severa, rafforzerebbe invece l’idea che chi presta soccorso si espone a rischi giudiziari analoghi a quelli di chi organizza le traversate a pagamento.

Nel frattempo, per le persone coinvolte, la questione è molto meno astratta. Per anni molti imputati non hanno potuto tornare in Grecia, altri hanno visto sospesi studi, lavoro, relazioni personali. Il procedimento è stato rinviato più volte, con errori formali, notifiche mancanti o atti incompleti, tanto da essere indicato da alcuni giuristi come un esempio di “accanimento procedurale”.

In un’Europa che chiede a gran voce più controlli alle frontiere e meno arrivi via mare, la vicenda dei ventiquattro di Lesbo non riguarda solo il passato delle operazioni di ERCI. È un test sul futuro: stabilirà quanto spazio resta, nel Mediterraneo e ai confini terrestri dell’Unione, per la solidarietà non governativa verso chi fugge da guerre e persecuzioni.

Se soccorrere in mare verrà stabilmente assimilato a un crimine, non saranno solo ventiquattro vite a essere stravolte: a finire sotto processo, in controluce, sarà l’idea stessa che un essere umano in difficoltà debba essere aiutato prima di tutto, e discusso nei tribunali solo dopo.

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