L’Italia festeggia la disoccupazione al 5% e tace su un dato che nessun governo ha voglia di commentare: chi lavora oggi ha un potere d’acquisto inferiore del 6,1% a cinque anni fa, e la crescita dei salari si è fermata quarant’anni fa. Secondo l’Inps la responsabilità sta quasi tutta dal lato delle imprese
Cominciamo dal numero che conta. Secondo le Prospettive sull’occupazione 2026 dell’Ocse, nel primo trimestre di quest’anno i salari reali italiani erano inferiori del 6,1% a quelli del primo trimestre 2021. È il risultato peggiore fra le grandi economie dell’area. Andrea Garnero, economista dell’Ocse e co-curatore del rapporto, ha tradotto quella percentuale in una misura comprensibile: equivale a lavorare circa venti giornate all’anno senza essere pagati.
Non è una perdita momentanea in via di riassorbimento. L’Ocse prevede per il 2026 un ulteriore calo dello 0,9% e per il 2027 un recupero dello 0,2%, che non recupera nulla. La caduta del potere d’acquisto provocata dall’inflazione del 2022 e 2023, in Italia, si è trasformata in una perdita permanente, mentre altrove è stata riassorbita.
Nelle stesse settimane il governo ha celebrato il tasso di disoccupazione al 5%, minimo storico, e il numero record di occupati, oltre 24 milioni secondo l’Inps. Entrambi i dati sono veri. Ed entrambi servono, nel dibattito pubblico, a non parlare del resto.
Il record che non regge al confronto
Il tasso di occupazione italiano è al 62,8% secondo l’Ocse, contro una media dell’area del 72,1%. È il massimo storico per l’Italia e resta il più basso tra i cinque Paesi più popolosi dell’Unione europea. Il divario di genere è di 17 punti: 71,6% per gli uomini, 54,4% per le donne.
Il primato, insomma, è su noi stessi. E riguarda la quantità del lavoro, non il suo prezzo. È esattamente la ragione per cui viene esibito.
Il declino comincia nel 1980, non nel 2022
Il XXV Rapporto annuale dell’Inps, presentato in luglio, contiene la ricostruzione più solida disponibile. Maria De Paola dell’Università della Calabria e Fabiano Schivardi della Luiss hanno analizzato gli archivi dell’istituto sui dipendenti del settore privato non agricolo dal 1975 al 2024, al netto dell’inflazione.
Il risultato smonta la narrazione dell’emergenza. La crescita media dei salari reali era intorno al 3% l’anno tra il 1976 e il 1979. Scende a valori prossimi allo zero tra il 1996 e il 2000. Da lì oscilla attorno allo zero per un quarto di secolo, senza mai recuperare. Il minimo si registra nel quinquennio 2020-2024, con una contrazione media dello 0,6% l’anno, aggravata dall’inflazione del biennio 2022-2023.
Un lavoratore che oggi ha trent’anni guadagna, in termini reali, quanto guadagnava un suo coetaneo trent’anni fa. Non è un effetto della pandemia, del Covid, della guerra in Ucraina o della transizione ecologica. Tutti eventi comodi, perché nessuno ne è responsabile.
Chi ha fermato i salari
Qui arriva il passaggio che i commenti sul Rapporto Inps hanno in larga parte evitato. Applicando un modello che separa il contributo delle caratteristiche dei lavoratori da quello delle imprese, gli autori attribuiscono quasi per intero la frenata alla componente d’impresa. Il tasso di crescita dell’effetto impresa passa da circa il 3% del periodo 1976-1979 a circa lo 0,2% degli anni recenti.
In italiano corrente: i salari non sono fermi perché i lavoratori italiani valgono meno di prima. Sono fermi perché le imprese in cui lavorano producono meno valore, e perché il mercato non ha spostato le persone verso quelle che pagano di più.
L’analisi indica due meccanismi. Il primo è che le aziende che entrano sul mercato tendono a pagare meno della media, fenomeno accentuato a partire dal 2004: segnala una specializzazione crescente in settori a bassa produttività e a basso contenuto tecnologico, soprattutto nei servizi. Il secondo è che non si è mai attivata una selezione capace di far crescere le imprese più produttive a scapito delle altre. Il tessuto resta dominato da aziende piccole e piccolissime, che non investono in innovazione, digitalizzazione e formazione, dipendono quasi solo dal credito bancario e competono sul costo del lavoro perché non sanno competere su altro.
Va detto con chiarezza, perché da vent’anni si racconta il contrario: la produttività non è ferma per colpa di chi lavora poco. È ferma per come è fatto il capitalismo italiano, e per le scelte di chi lo dirige e di chi lo ha protetto.

I contratti scaduti come strumento di politica salariale
C’è poi un meccanismo più diretto, che agisce nel breve periodo e che nessuno ha interesse a chiamare con il suo nome. I contratti collettivi nazionali si rinnovano in ritardo, e il ritardo produce risparmio per chi paga.
All’inizio del 2021 lavorava con un contratto scaduto quasi l’80% dei dipendenti italiani. La fiammata inflazionistica ha accelerato i rinnovi e ridotto l’attesa media da 22,6 a 14,9 mesi, ma ancora oggi circa un terzo dei dipendenti, il 32%, ha un contratto scaduto. Nel frattempo i prezzi salivano. Quando gli aumenti sono arrivati, l’inflazione era già scesa e il potere d’acquisto perso non è più tornato.
L’Ocse indica proprio in questo il motivo della previsione negativa per il 2026 e il 2027: nel calendario dei prossimi due anni ci sono poche scadenze contrattuali significative. Tradotto in previsione politica, la perdita è già programmata, ed è nota a tutti i soggetti che siedono ai tavoli.
Lo Stato paga il conto che dovrebbero pagare le imprese
Nel frattempo qualcuno ha tamponato. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’Irpef ha aumentato in modo consistente la propria capacità redistributiva: l’indice calcolato dall’Upb passa da 0,028 nel 1990 a 0,065 nel 2026, e circa l’80% dell’aumento si spiega con le riforme fiscali, dal bonus Irpef del 2014 fino all’intervento del 2025 che ha trasferito nell’imposta gli sgravi contributivi.
Il meccanismo è questo: le imprese non aumentano i salari lordi, lo Stato riduce il prelievo sui redditi bassi e medi per far arrivare qualcosa in più in busta paga, e il costo di questa operazione ricade sulla fiscalità generale, cioè su chi le tasse le paga fino all’ultimo euro, i lavoratori dipendenti. Il Rapporto Inps lo conferma dal lato dei numeri: nel 2025 la retribuzione netta media dei dipendenti a tempo pieno per l’intero anno è cresciuta del 4,3%, più del lordo, fermo al 3,8%. La differenza non l’hanno messa i datori di lavoro.
L’Upb avverte che il modello è vicino al proprio limite: si è redistribuito abbassando il prelievo sui redditi bassi e caricando la parte medio-alta, e non c’è molto altro margine. Resta il fatto che il fisco può spostare reddito, non può crearlo. Nessuna detrazione produce un salario.
Sul carico complessivo, intanto, l’Italia resta dove è sempre stata. Secondo il rapporto Taxing Wages 2026 dell’Ocse, riferito al 2025, il cuneo fiscale per un lavoratore single con salario medio è sceso al 45,8% dal 47% dell’anno precedente, contro una media Ocse del 35,1%. Quinto posto assoluto, dietro Belgio, Germania, Austria e Francia.
I giovani pagano il prezzo pieno
Il punto in cui il sistema si vede meglio è l’ingresso nel mercato del lavoro. La Total Remuneration Survey 2025 di Mercer, costruita su 735 aziende italiane e circa 270 mila osservazioni retributive, colloca a 32 mila euro la retribuzione media d’ingresso di un neolaureato, in crescita del 7% rispetto al 2022. Nel confronto europeo l’Italia sta nelle ultime posizioni, davanti soltanto a Spagna e Polonia, mentre in Austria e Germania si viaggia intorno ai 57 mila e in Svizzera vicino ai 90 mila.
Non è solo questione di stipendio d’ingresso. Secondo la stessa indagine, soltanto il 16% delle aziende italiane dichiara di avere una politica dedicata ai neolaureati e il 36% offre percorsi di carriera formalizzati. Meno della metà investe in formazione strutturata. Le riforme del lavoro degli anni Novanta e Duemila hanno concentrato la flessibilità sui nuovi entranti lasciando intatte le tutele di chi era già dentro, con il risultato di carriere discontinue, meno esperienza accumulata e potere contrattuale prossimo a zero.
Il conto arriva puntuale: oltre centomila laureati hanno lasciato l’Italia in cinque anni. Il Paese forma capitale umano con soldi pubblici e lo consegna gratis alle economie che lo pagano. La fuga non è soltanto un effetto dei bassi salari, è anche una delle ragioni per cui restano bassi.
E chi resta fa i conti con il costo della vita. A Milano e a Roma, una volta pagato l’affitto, il reddito residuo di uno stipendio medio si avvicina allo zero.
Il sorpasso al contrario
Il confronto europeo chiude il quadro. Secondo i dati Eurostat, nel 2024 la retribuzione media annua per dipendente in Italia era di 33.523 euro, contro una media dell’Unione di 39.800. La Germania sta a 53.791, la Francia a 43.790, la Spagna a 33.700. L’Italia è sotto la media europea e ormai insegue anche la Spagna.
Vent’anni fa la fotografia era rovesciata. Nel 2004 il Pil pro capite italiano a parità di potere d’acquisto superava la media europea, circa 24.200 euro contro 21.300. Oggi il rapporto è invertito: circa 39.900 euro contro 41.600. Un sorpasso al contrario maturato nell’arco di una sola generazione, mentre la politica italiana discuteva d’altro.
Non è un incidente, è un modello
Mettiamo in fila. Un sistema produttivo che non cresce e compete sul costo del lavoro. Contratti che si rinnovano quando la perdita è già avvenuta. Uno Stato che compensa con la leva fiscale ciò che le imprese non pagano, e lo fa con i soldi degli stessi lavoratori. Nuove generazioni assunte a condizioni peggiori di quelle dei padri e libere soltanto di andarsene. Un dibattito pubblico che ogni trimestre esibisce il dato sull’occupazione e ogni volta si dimentica quello sui salari.
Chiamarla stagnazione è un modo elegante di non attribuire responsabilità. La stagnazione è il risultato, non la causa. La causa è una scelta ripetuta per quarant’anni da governi di ogni colore e da un sistema d’impresa che ha preferito la compressione dei salari agli investimenti, e che ha trovato ogni volta un interlocutore politico disponibile.
Il rischio, adesso, è che il meccanismo si avviti. Chi guadagna poco consuma meno, risparmia meno, non si forma. Le imprese che vendono meno investono meno e pagano meno. I giovani qualificati se ne vanno e portano via la produttività che servirebbe per uscirne. È un’economia che perde nello stesso momento potere d’acquisto, capitale umano e capacità di crescere. E che continua a chiamare tutto questo, nei comunicati, buona notizia.

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