La Grecia è l’unico paese europeo in cui la spesa per la protezione sociale è diminuita nel corso degli ultimi dieci anni. Lo riporta lo studio di Openpolis pubblicato a novembre 2022, che elabora i dati Eurostat.
Dieci anni in cui la spesa pubblica è stata drasticamente tagliata, quella sociale in particolar modo, con i salari dei dipendenti pubblici congelati o tagliati insieme alle pensioni. Mentre le tasse aumentavano e le privatizzazioni erodevano i beni pubblici e le infrastrutture greche.
I servizi pubblici tra cui ospedali, scuole e università sono stati smantellati e i lavoratori hanno vissuto una precarizzazione degli impieghi come mai prima.
La forte pressione da parte della Commissione europea ha portato l’allora premier Alexis Tsipras a capo di Syriza, il partito eletto dal 2015 al 2019, a disattendere alle promesse fatte in campagna elettorale.
Syriza intendeva fornire elettricità gratis alle famiglie povere e assistenza sanitaria gratuita per i disoccupati, introdurre un programma di garanzia abitativa e rendere impignorabile la prima casa per bloccare i sequestri da parte delle banche.
Il Governo ha invece introdotto nuovi tagli al sistema di welfare greco e imposto un aumento dell’Iva dall’11% al 23%, su prodotti che vanno dai medicinali all’elettricità. Questo perché è stato costretto a seguire le politiche di austerità imposte dalla Commissione europea insieme alla Banca Centrale europea (Bce) e al Fondo Monetario Internazionale (Fmi), la cosiddetta Troika
Il risultato delle politiche di austerità imposte dal 2012 è che il 30% della popolazione è sotto la linea di povertà, con non più di 370 euro disponibili al mese e sette cittadini su dieci sono considerati a rischio.
Oltre mezzo milione di giovani è emigrato, quasi tutti altamente qualificati, principalmente nei paesi del nord Europa.
La Grecia è al momento il paese dell’Unione europea con la percentuale più alta di popolazione sopra ai 65 anni, il 22%. E sono proprio gli anziani la prima voce per la spesa sociale, per cui Atene spende il 65,4% del totale dedicato alla spesa pubblica. Gli anziani possono richiedere l’indennità di alloggio di 362 euro mensili, a loro dedicata in modo specifico.
La spesa per le abitazioni popolari si attesta invece solo allo 0.9% del totale.
I sussidi sociali sono stati ridimensionati e resi accessibili solo a chi si trova in condizioni di povertà estrema, come il reddito minimo garantito. Questo sussidio consente di ricevere 200 euro al mese a persona, più 100 euro per ogni componente del nucleo familiare, con un tetto massimo di 900 euro. L’indennità abitativa invece, l’aiuto per pagare l’alloggio a chi è in difficoltà, è di 70 euro a persona, con un tetto massimo di 210 euro.
Anche il salario minimo è stato tagliato e si attesta sui 713 euro lordi. Una cifra inferiore al 2008 nonostante il recente aumento di 50 euro a maggio 2022.
L’importo degli aiuti per i più poveri non supera il 26% del reddito medio. Basti pensare che a Bruxelles questo dato sale al 50%.
Se nell’Ue di media la spesa per la protezione sociale ammonta a 8.777 euro a persona, quella greca è meno della metà, solo 4.284 euro.
L’austerità non paga, questa è la lezione principale dell’esperienza greca.
Di 290 miliardi di euro di aiuti ricevuti solo il 10% è andato ad Atene, il resto è stato usato per ripagare i debiti e salvare le banche, quelle tedesche e francesi in particolare. La Bce ha invece tagliato fuori le banche greche dal sistema finanziario europeo per evitare l’espandersi della crisi. Il risultato è che queste ora rischiano di non riuscire più a finanziare l’economia nazionale e se fallissero il Governo greco non sarebbe in grado di salvarle.
Il 20 agosto scorso il premier Kyriakos Mitsotakis ha annunciato la fine della sorveglianza speciale imposta dalla Troika.
“Il Paese ora può guardare avanti verso un nuovo orizzonte di sviluppo, unità e prosperità per tutti” ha affermato Mitsotakis. Il ministro dell’Energia Kostas Skrekas ha annunciato l’impegno
Ma dopo gli ultimi colpi sferzati dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina hanno comportato l’ennesimo arresto dell’economia greca e la preoccupazione tra i cittadini è molta.
Mentre il Governo e la Commissione europea celebrano questo momento va ricordata la situazione reale del Paese, che oggi si trova in una condizione peggiore rispetto al periodo in cui è iniziata la crisi nel 2008. Con la differenza che oggi la Commissione ha scelto di ritenere sostenibile il debito greco.
La Grecia ha perso un quarto del suo Prodotto interno lordo e il debito pubblico ricade sul 200% del Pil rispetto al 110% del 2012. La disoccupazione, che nel pieno della crisi aveva raggiunto più del 30% della popolazione, è in media al 12,7% ma sfiora in molte regioni, quelle del nord in particolare, il 17-19%.
La popolazione attiva in età lavorativa non supera il 56% del totale mentre tra i giovani la disoccupazione rimane al 30%, un dato allarmante.
Ventimila cittadini sono scesi in piazza ad Atene, lo scorso 9 novembre, per protestare contro l’inflazione, arrivata al 12% e l’aumento delle bollette nel più grande sciopero generale dal 2012. I greci sono preoccupati per l’inflazione che aumenta e per l’economia, che doveva segnare una ripresa dal 2020 ad oggi soprattutto grazie al turismo, fonte principale di entrate nel Paese.
Molti esercenti hanno chiuso le proprie attività per aderire allo sciopero contro l’aumento dei prezzi, nel momento in cui anche il pane sta diventando un bene di lusso a causa delle bollette insostenibili per i locali e l’Iva al 24%.
Il manifesto della Confederazione generale dei lavoratori greci GSEE, la più grande del Paese, parla chiaro: “L’alto costo della vita è insopportabile […] chiediamo salari più alti e protezione sociale per tutti”. Gli aiuti proposti dal Governo non sono una soluzione accettabile.
Dopo aver condizionato in modo aspro la vita dei cittadini greci anche in materia di accoglienza la Commissione europea ha imposto le sue scelte ad Atene. Il Paese è stato usato come laboratorio per sperimentare il sistema di “hotspot” per i migranti, grandi campi più simili a prigioni che a centri di accoglienza, i principali a Samo, Lesbo, Chios e Kos. Qui i richiedenti asilo sono costretti ad aspettare anche anni senza lasciare i campi, in attesa di veder accolta la propria richiesta.

by DimitraTzanos

