Sumud Flotilla, l’asse d’affari tra Grecia e Israele

La marina israeliana ha fermato di nuovo la Global Sumud Flotilla nel Mediterraneo orientale, al largo di Cipro, lontano dalla costa di Gaza. Le imbarcazioni erano partite dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti nella Striscia e rompere il blocco navale imposto da Israele.

Le navi sono state abbordate in acque internazionali; Israele sostiene invece di aver agito per impedire una violazione del blocco su Gaza. Almeno 50 barche intercettate e oltre 400 attivisti trasferiti sotto controllo israeliano; gli organizzatori denunciano anche colpi sparati contro due imbarcazioni.

Il punto, è sia giuridico che politico. Perché quell’arrembaggio non avviene in un mare qualunque. Avviene nel Mediterraneo orientale, cioè nello spazio dove negli ultimi anni Israele, Grecia e Cipro hanno costruito un asse sempre più stretto fatto di sicurezza marittima, esercitazioni militari, energia, infrastrutture e controllo delle rotte.

Non c’è, almeno nelle fonti pubbliche disponibili, una prova che la Grecia abbia autorizzato l’operazione israeliana. Ma Atene non è fuori scena: è parte dell’architettura strategica dentro cui Israele si muove.

Non era la prima volta. Il 30 aprile, pochi giorni prima, la stessa Global Sumud Flotilla era già stata intercettata in acque internazionali vicino alla Grecia. In quel caso il ministero degli Esteri greco disse ufficialmente di aver chiesto a Israele di ritirare le proprie navi dall’area, ma aggiunse anche di aver offerto assistenza diplomatica accettando di ospitare i passeggeri sul territorio greco e di garantirne il rientro nei Paesi d’origine.

È un passaggio decisivo. Quella nota non prova che Atene abbia dato il via libera all’arrembaggio. Dice anzi il contrario sul piano formale: la Grecia afferma di aver chiesto a Israele di ritirare le navi.

Ma dimostra anche che, già prima dell’episodio al largo di Cipro, esisteva un canale diplomatico e operativo tra Grecia e Israele sulla gestione della Flotilla. Israele ferma le navi; la Grecia prende le distanze sul piano pubblico, ma gestisce il dopo: sbarco, assistenza, rimpatrio.

Da qui nasce la domanda politica: davvero la Grecia può essere considerata un soggetto estraneo a ciò che accade in quel tratto di Mediterraneo?

La risposta è che non ci sono prove ufficiali pubbliche di un coinvolgimento diretto greco nell’arrembaggio. La risposta politica è invece più scomoda: la Grecia è uno degli alleati regionali più importanti di Israele proprio nell’area in cui la Flotilla è stata fermata.

Il 22 dicembre 2025, a Gerusalemme, si è tenuto il decimo vertice trilaterale tra Israele, Grecia e Cipro. Nella dichiarazione finale i tre governi hanno ribadito la volontà di rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza, difesa, energia, protezione delle infrastrutture critiche e sicurezza marittima.

Non solo: il documento collega esplicitamente la stabilità del Mediterraneo orientale alla protezione delle rotte, delle infrastrutture energetiche e dei corridoi regionali.

In quella stessa dichiarazione c’è un altro punto rilevante per il caso della Flotilla. Grecia, Israele e Cipro indicano gli aiuti umanitari a Gaza come materia da gestire attraverso canali coordinati. È una formula diplomatica, ma il significato politico è chiaro: gli aiuti non devono passare da iniziative autonome, non controllate dai governi coinvolti.

La Global Sumud Flotilla si colloca esattamente fuori da quella cornice, per spezzare un blocco illegale nonostante le giustificazioni israeliane, Tel Aviv invoca il blocco navale su Gaza: sostiene che, se una nave dichiara di volerlo violare, può essere fermata anche prima di arrivare davanti alla Striscia.

Di fatto si tratta di un abbordaggio in acque internazionali, in un Mediterraneo orientale dove la sicurezza marittima è ormai un capitolo condiviso con Grecia e Cipro. La cooperazione non è simbolica. A fine dicembre Grecia, Israele e Cipro hanno concordato di intensificare nel 2026 le esercitazioni aeree e navali congiunte nel Mediterraneo orientale.

Foto Aniol CCO

La Grecia dovrebbe partecipare anche alle esercitazioni navali israeliane Noble Dina; Israele fornirà know-how militare a Grecia e Cipro; i tre Paesi hanno firmato un piano d’azione per la difesa.

Dentro questo asse ci sono anche soldi, armi e industria militare. Il Parlamento greco ha approvato l’acquisto di 36 sistemi lanciarazzi PULS prodotti da Israele, per un valore stimato tra 650 e 700 milioni di euro. Il programma rientra in una più ampia modernizzazione delle forze armate greche e serve anche a rafforzare la postura di Atene verso la Turchia e nell’Egeo.

Non è l’unico dossier. La Grecia tratta con Israele anche sistemi antiaerei e antimissile per il cosiddetto “Achilles Shield”, uno scudo di difesa multistrato valutato circa 3 miliardi di euro. A gennaio, dopo un incontro ad Atene tra il ministro greco della Difesa Nikos Dendias e il ministro israeliano Israel Katz, è stato annunciato anche un rafforzamento della cooperazione su sistemi anti-drone e cybersecurity.

La Flotilla quindi attraversa una zona di potere. Attraversa il mare dove Grecia, Israele e Cipro stanno costruendo una piattaforma comune di sicurezza, energia e controllo strategico. Atene ha interesse a mantenere saldo il rapporto con Tel Aviv per ragioni militari, tecnologiche, energetiche e geopolitiche.

Israele ha interesse ad avere nel Mediterraneo orientale partner europei disposti a condividere la sua lettura della sicurezza regionale. Cipro è il terzo vertice di questo triangolo, centrale per rotte, infrastrutture e progetti energetici.

Il capitolo energia rafforza ulteriormente il quadro. Il Great Sea Interconnector, il progetto di collegamento elettrico sottomarino tra Grecia, Cipro e in prospettiva Israele, viene presentato come una delle grandi infrastrutture strategiche del Mediterraneo orientale.

Il progetto punta a connettere le reti elettriche dei tre Paesi e a ridurre l’isolamento energetico di Cipro e Israele. Anche qui il mare non è solo spazio geografico: è infrastruttura, corridoio, interesse economico.

Per questo la domanda “con quale diritto Israele blocca le navi?” resta necessaria, ma non basta. Israele risponde invocando il blocco navale su Gaza. Gli organizzatori rispondono che l’intercettazione è avvenuta in acque internazionali e che le navi trasportavano aiuti umanitari.

Il diritto internazionale è il terreno dello scontro formale. Ma sotto quel terreno c’è una realtà più materiale: Israele esercita forza in un’area dove ha costruito alleanze, convergenze militari e interessi economici con Grecia e Cipro.

Atene ha già gestito il dopo di un precedente arrembaggio. Atene partecipa a un asse militare con Israele e Cipro. Atene compra armi israeliane, sviluppa cooperazione anti-drone con Tel Aviv, lavora su infrastrutture energetiche comuni e condivide con Israele la centralità della sicurezza marittima nel Mediterraneo orientale.

L’arrembaggio della Sumud Flotilla, allora, dice qualcosa di più ampio del blocco su Gaza. Dice che il Mediterraneo orientale è diventato uno spazio militarizzato, dove gli aiuti umanitari non coordinati vengono trattati come minacce politiche, dove le rotte civili incrociano interessi militari, dove il diritto del mare si piega alla logica delle alleanze.

Questa è la domanda che resta dopo l’arrembaggio: non solo con quale diritto Israele fermi navi civili in acque internazionali, ma dentro quale sistema di alleanze può permettersi di farlo.

Israele sostiene di difendere il proprio blocco navale. Gli attivisti denunciano un atto di pirateria in acque internazionali. In mezzo c’è la Grecia: non come firma visibile dell’arrembaggio, ma come pezzo di un sistema regionale che rende quell’arrembaggio politicamente possibile. La domanda che resta è semplice: chi controlla davvero il Mediterraneo orientale?

Foto Brahim Guedich Wikimedia Commons / CC BY 4.0