Grecia-Turchia, nuovo gelo nel Mediterraneo orientale

La fragile distensione tra Grecia e Turchia si sta incrinando di nuovo. Dopo i segnali di disgelo del 2023 e il tentativo, ancora a febbraio 2026, di mantenere aperto un canale politico sui contenziosi marittimi, nelle ultime settimane Atene e Ankara sono tornate a scontrarsi su Egeo, Mediterraneo orientale e sicurezza regionale.

A gennaio la Turchia ha contestato con una Navtex senza scadenza (un avviso con cui un Paese segnala attività marittime in una certa area) le attività greche in acque contese, chiedendo che Atene le coordinasse con Ankara.

Pochi giorni prima, il ministro degli Esteri greco George Gerapetritis aveva ribadito l’intenzione di estendere ulteriormente le acque territoriali greche, anche potenzialmente nell’Egeo, nonostante il tradizionale avvertimento turco che considera un simile passo un casus belli.

Il nuovo irrigidimento, però, non nasce da un solo incidente. Si innesta su una rivalità mai risolta: confini marittimi, spazio aereo, sfruttamento energetico e status di Cipro restano i dossier che continuano a separare i due Paesi, due alleati Nato ma rivali storici. Il punto è che oggi queste vecchie dispute stanno tornando a caricarsi di una dimensione nuova, più militare e più regionale. Ed è qui che entra in gioco Israele.

L’accordo tra Grecia e Israele non va letto come un’intesa analoga al memorandum quadro Italia-Israele che Roma ha appena deciso di non rinnovare. Nel caso italiano, l’oggetto era una cornice generale di cooperazione militare e industriale. Nel caso greco, invece, il punto più visibile è un accordo operativo.

Il parlamento di Atene ha approvato l’acquisto di 36 sistemi lanciarazzi PULS israeliani per circa 650-700 milioni di euro, con una gittata fino a 300 chilometri e con componenti prodotti anche in Grecia. Reuters collega esplicitamente l’operazione al piano greco di rafforzamento militare volto a mantenere la parità strategica con la Turchia.

Ma il contratto sui PULS è soltanto il livello più immediato. A gennaio 2026 il ministro della Difesa greco Nikos Dendias ha annunciato con il collega israeliano Israel Katz una cooperazione più ampia su sistemi anti-drone e cybersecurity.

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A marzo, una commissione parlamentare greca ha approvato anche un investimento di circa 3 miliardi di euro per il nuovo “Achilles Shield”, uno scudo multilivello contro minacce aeree e droni, per il quale Atene sta negoziando con Israele una parte importante dei sistemi. La sostanza è che il rapporto greco-israeliano si sta spostando dall’acquisto di singoli apparati a una vera integrazione di capacità militari e tecnologiche.

Per Ankara questo è il punto più sensibile. Perché l’intesa non riguarda solo la Grecia ma si salda sempre di più con Cipro. A fine 2025 Grecia, Israele e Cipro hanno concordato di intensificare nel 2026 esercitazioni aeree e navali congiunte nel Mediterraneo orientale, dentro una cooperazione che lega sicurezza marittima, difesa ed energia.

L’approfondimento di questo triangolo avviene anche sullo sfondo delle tensioni con la Turchia. In altre parole, Ankara non vede soltanto un riarmo greco: vede consolidarsi un asse Atene-Nicosia-Tel Aviv in un’area che considera cruciale per i propri interessi strategici.

È per questo che la questione di Cipro torna centrale. L’isola resta divisa dal 1974 tra la Repubblica di Cipro, internazionalmente riconosciuta e membro dell’Unione europea, e il nord controllato dai turco-ciprioti e sostenuto militarmente da Ankara.

Sul piano politico, la distanza resta ampia: nel novembre 2025 Erdogan ha rilanciato la linea della soluzione a due Stati, mentre Nicosia continua a puntare su un quadro diverso e a legare anche il rapporto con Ankara all’evoluzione del dossier europeo. Ogni rafforzamento della cooperazione militare tra Grecia, Cipro e Israele viene quindi letto dalla Turchia come una pressione indiretta su uno dei suoi fronti più sensibili.

La guerra con l’Iran ha reso tutto questo ancora più instabile. Non perché Grecia e Turchia siano entrate nello stesso conflitto nello stesso modo, ma perché l’escalation regionale ha aumentato il peso strategico del Mediterraneo orientale, delle basi, delle rotte marittime e della sicurezza energetica. La guerra ha già prodotto effetti economici visibili su Cipro e, in misura minore, sulla Grecia, con cancellazioni turistiche e minori prenotazioni.

Sul piano politico, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha espresso preoccupazione per qualsiasi nuova regolazione sul transito nello stretto di Hormuz e, secondo varie ricostruzioni, ha anche indicato l’espansione della cooperazione tra Israele, Grecia e Cipro come motivo di allarme per Ankara. La guerra regionale, insomma, non crea da zero la rivalità tra Atene e Ankara, ma la spinge dentro una cornice geopolitica molto più tesa.

Il punto politico, allora, è che l’accordo tra Grecia e Israele non è la causa unica del nuovo gelo tra Atene e Ankara, ma ne è il moltiplicatore più evidente. Per anni le tensioni tra i due Paesi si sono concentrate su isole, piattaforme continentali, sorvoli e gas. Oggi a questi dossier si aggiunge un fattore ulteriore: la formazione di un asse militare e tecnologico che unisce Grecia, Israele e Cipro proprio mentre il Medio Oriente si militarizza di nuovo.

Per la Grecia è una risposta difensiva e un investimento in deterrenza. Per la Turchia, invece, rischia di somigliare sempre di più a un accerchiamento strategico.

“Boeing CH-47D Chinook c/n M3392 Greece Army serial ES926” by Erwin’s photo’s is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.