In nome del popolo iraniano?

L’intervento contro l’Iran è stato giustificato, tra le altre cose, come una liberazione: sottrarre la popolazione all’oppressione degli ayatollah. È la più nobile delle giustificazioni e anche la più verificabile, perché si misura su un solo dato — che cosa è accaduto, in concreto, agli iraniani nel cui nome si diceva di combattere. Misurata così, non si limita a crollare: rivela qualcosa di peggio dell’ipocrisia.

Conviene prendere sul serio quella promessa, non liquidarla. La guerra non è stata venduta soltanto come questione di sicurezza e di nucleare; portava con sé l’argomento più antico e più seducente — colpire il regime per restituire il paese alla sua gente.

L’assassinio di Khamenei rientrava nel copione: si recide il tiranno, il popolo respira. La popolazione iraniana, in quel racconto, non stava ai margini. Era il cuore morale dell’impresa, la sua autorizzazione.

Una promessa di liberazione, però, è falsificabile. Non si giudica dalle intenzioni dichiarate, ma da ciò che capita a coloro che si dice di voler liberare. Applichiamo il test.

A quegli iraniani in carne e ossa è toccato un blocco navale che per definizione strangola i rifornimenti civili — cibo, carburante, medicine — e che ha lasciato ventimila marittimi prigionieri su duemila navi; la distruzione dei serbatoi idrici di Sirik, ventimila persone senz’acqua in un colpo solo; e sì, anche una scuola a Minab nella prima ora di guerra.

Ma il dato politico pesa quanto quello materiale: non liberazione, bensì repressione inasprita — blackout, carceri sovraccariche, uno Stato sotto assedio che stringe la presa invece di allentarla. La guerra esterna è da sempre la migliore alleata dell’autocrazia interna. La “liberazione” ha aggravato, in modo del tutto prevedibile, l’oppressione che invocava.

Il nodo è qui, e non è semplice ipocrisia. In questa storia ci sono due popoli iraniani. C’è il Popolo dei discorsi: astratto, oppresso, assetato di libertà — uno schermo su cui l’Occidente proietta la propria immagine di liberatore.

E ci sono i civili concreti, che hanno sete davvero, che fuggono davvero, che muoiono davvero. La guerra ha amato il primo e scartato i secondi. L’indifferenza, qui, non è il rozzo non curarsi di niente: è la sostituzione di una popolazione reale con una retorica.

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Il silenzio sui morti lo conferma. I caduti israeliani e americani hanno nome, data, numero. I civili iraniani arrivano come forbice, fornita da Teheran o dalle organizzazioni indipendenti, mai da chi ha sganciato. Quelli che dicevi di voler liberare non ti prendi nemmeno la briga di contarli.

E allora la chiusura tentennante si illumina. Se la guerra fosse stata per il popolo, la sua fine si misurerebbe sulle condizioni del popolo. Si misura invece sul programma nucleare, sulla riapertura di Hormuz, sulle sanzioni: gli attributi strategici dello Stato, gli asset del regime.

La pace si tratta con l’apparato, su clausole tecniche; la popolazione esce dall’equazione esattamente nel momento dell’accordo — prova che non vi era mai entrata. La liberazione è stata dimenticata nell’istante preciso in cui ha smesso di servire come pretesto di guerra.

Si obietterà che gli ayatollah opprimono davvero, che il desiderio di libertà degli iraniani è reale. È vero — ed è precisamente ciò che viene sfruttato. Ma una cura autentica per quella libertà non si esprime bombardando chi la porta dentro di sé e rinforzandone il carceriere.

Resta la conclusione più scomoda. Liberare un popolo dall’esterno, a colpi di bombe, non è il contrario del disprezzo per quel popolo: ne è una forma. Trattare una popolazione come qualcosa da liberare per procura significa già trattarla come oggetto — una massa su cui agire, una giustificazione da spendere, mai un soggetto con cui parlare.

I morti di Minab non tradiscono la logica della liberazione: ne sono il prodotto. La guerra in nome del popolo iraniano è stata, fin dalla prima ora, una guerra che degli iraniani veri non sapeva che farsene.

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