Libano, Hezbollah rifiuta di disarmarsi. Stato alla prova

A Beirut, nel fine settimana del 27 settembre, le bandiere gialle hanno riempito Dahieh: un anno dopo l’uccisione di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah ucciso dagli israeliani, migliaia di sostenitori hanno marciato fino al suo mausoleo. Sul palco, Naim Qassem — oggi alla guida del movimento sciita — ha ripetuto che Hezbollah non deporrà le armi.

Il messaggio è duplice: riconoscere le perdite e insieme mostrare che la catena di comando resiste, malgrado il colpo inferto dagli attacchi israeliani del 27 settembre 2024 e l’eliminazione, poche settimane dopo, dell’erede designato Hashem Safieddine.

La cornice militare resta tesa anche lontano dalle cerimonie. Lungo la Linea Blu, incidenti quasi quotidiani ricordano quanto sia fragile l’equilibrio: pochi giorni fa un drone israeliano senza armamento è precipitato sul quartier generale di UNIFIL a Naqoura — nessun ferito, ma violazione della 1701 secondo la missione ONU — a testimonianza di un confine dove il cessate il fuoco tiene più per stanchezza che per accordo compiuto.

Eppure il quadro politico interno non è immobile come un anno fa. A gennaio il Parlamento ha eletto presidente il comandante dell’esercito Joseph Aoun, chiudendo due anni di vacanza istituzionale; pochi giorni dopo, il giurista ed ex ambasciatore all’ONU Nawaf Salam ha ricevuto l’incarico di formare il governo.

È la prima di una serie di scosse telluriche che hanno ridisegnato i rapporti di forza: Hezbollah, indebolito dal conflitto e dalla perdita della leadership storica, ha meno agibilità di prima e guarda con sospetto a un capo dello Stato che rivendica il monopolio delle armi in mano allo Stato.

Sul fronte di Hezbollah, il bilancio di dodici mesi è ambiguo. La struttura ha incassato la perdita del suo volto più riconoscibile e di gran parte dell’apparato superiore; ha subito fughe d’informazioni, interruzioni nelle linee logistiche verso la Siria — complicate dal crollo del regime alleato di Bashar al-Assad — e una lunga guerra che ha lasciato rovine nel Sud e nelle periferie sciite di Beirut.

E tuttavia la base sociale non si è dissolta: il partito si è riorganizzato, è in parte sceso in clandestinità, ha ridotto la visibilità per aumentare la sicurezza operativa, e continua a mobilitare nelle piazze e alle urne locali. La resilienza è reale, ma lo è anche l’erosione di prestigio e di capacità militare.

Di Khamenei.ir, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=82898026

Il Libano, intanto, prova a respirare in altri modi. La crisi economica nata nel 2019 non è finita, ma la combinazione di nuova leadership e pressioni dei partner ha rimesso alcuni dossier sul tavolo: riforma bancaria, bilancio 2026, ricostruzione postbellica.

La missione del Fondo monetario di fine settembre ha preso atto dei passi — ancora parziali — e ha annunciato che il confronto proseguirà nelle riunioni annuali di ottobre. La vera cartina di tornasole resta l’energia: senza elettricità stabile non c’è industria, non c’è turismo, non c’è Stato.

Qui il paradosso libanese si vede meglio che altrove. Sul lato buio stanno le centrali a gasolio, una rete logorata, un’azienda elettrica (EDL) che eroga poche ore al giorno e scarica il resto sui generatori privati. Sul lato chiaro sta la rivoluzione dal basso: tra il 2021 e il 2024 il fotovoltaico è esploso, soprattutto su tetti domestici e municipali, fino a superare il gigawatt di capacità installata.

È un’energia di necessità, non di moda: l’autoproduzione che tiene accese pompe dell’acqua, ascensori, piccoli laboratori. Ora il nodo è trasformare l’emergenza in sistema — tariffe realistiche, reti intelligenti, regole per lo scambio sul posto — perché la ricostruzione non si faccia a colpi di generatori.

A Baabda, sede della presidenza libanese — Aoun presidente, Salam premier incaricato — cerca qui il suo primo dividendo di credibilità: riportare più ore di luce nelle case e, parallelamente, negoziare con i partner pacchetti di aiuti che non si dissolvano in sussidi, ma comprino riforme e manutenzione.

Alcuni segnali esistono: proposte di ristrutturazione del settore, discussioni su tariffe “a costo” e microreti, un flusso di analisi e policy note che prova a tradurre la resilienza spontanea in politica pubblica. Ma la distanza tra slide e cantieri resta grande.

Sul piano sociale, il Paese è in apnea da anni: depositi bancari congelati, salari erosi, emigrazione di massa di medici e ingegneri. E tuttavia i sismografi dell’opinione registrano un dato inatteso: dopo il voto presidenziale di gennaio, la fiducia nel governo è risalita ai massimi da un decennio, segno che una parte del Paese riconosce nel cambio di fase — cessate il fuoco fragili, disarmo sul tavolo, riforme annunciate — un’opportunità di normalizzazione. È un capitale politico volatile: bastano una settimana di blackout o un razzo oltre confine a bruciarlo.

Che cosa resta, allora, a un anno dall’omicidio che ha cambiato la traiettoria di Hezbollah e del Libano? Resta un movimento sciita ferito, che non abdica; un esercito e una presidenza che rivendicano il primato dello Stato; una frontiera dove la pace è un’ipotesi più che un fatto; una società che sperimenta soluzioni di sopravvivenza e chiede che diventino strada maestra.

In mezzo, la diplomazia: dagli inviati americani alla missione ONU, il Paese è ancora un dossier internazionale, sospeso tra deterrenza israeliana, calcoli iraniani e stanchezza dei donatori. Se il 2024 è stato l’anno dello shock, il 2025 può essere quello della scelta: o consolidare una “resilienza con regole”, che riporti energia, conti e armi sotto un’unica autorità, oppure tornare alla deriva in cui ogni fazione vive a spese dell’altra. La finestra è stretta; ma per la prima volta da tempo, è davvero aperta.

“BEYROUTH SUD” by LALLA – ALI is licensed under CC BY-ND 2.0.