L’Angola senza fondi per bonificare mille campi minati

A oltre vent’anni dalla fine della guerra civile, l’Angola continua a combattere un nemico invisibile ma letale: le mine antiuomo disseminate su tutto il territorio nazionale. Le stime più recenti indicano che ci sono ancora circa 975 campi minati da bonificare, un’eredità esplosiva di un conflitto che si è concluso nel 2002 dopo 27 anni di violenze.

Secondo l’Agenzia Nazionale per l’Azione contro le Mine, guidata dal generale di brigata Leonardo Sapalo, per completare le operazioni serviranno 240 milioni di dollari, con un costo medio di 3,10 dollari al metro quadrato.

Il dato è allarmante non solo per l’ampiezza dell’area contaminata, ma per le sue implicazioni sociali ed economiche. Le mine hanno provocato migliaia di vittime civili, disabilità permanenti e interi villaggi ancora sfollati perché troppo pericolosi da abitare.

Eppure, la minaccia non riguarda solo le comunità isolate, ma tocca anche uno dei più ambiziosi progetti infrastrutturali del continente africano: il Corridoio di Lobito.

Il corridoio è una linea ferroviaria strategica, sostenuta dagli Stati Uniti, che collega le ricchissime miniere di rame e cobalto della Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia al porto di Lobito, sull’Oceano Atlantico.

Una parte consistente di questa ferrovia — 192 campi minati secondo Sapalo — attraversa aree ancora contaminate. La linea principale è stata sminata per permettere la riabilitazione dei treni, ma intere zone adiacenti restano pericolose, limitando l’espansione e la sicurezza del traffico merci.

A oggi, il lavoro compiuto è stato ingente ma insufficiente: l’ONG britannica HALO Trust, da anni attiva nel Paese, ha già bonificato più di 43.000 mine antiuomo, oltre 2.400 mine anticarro e ben 235.000 ordigni inesplosi lungo il tracciato del corridoio. Ma si tratta solo di una parte del puzzle. Senza ulteriori fondi e coordinamento internazionale, il progetto rischia di inciampare sulle stesse mine che dovrebbe superare.

“UNMIS Staff Destroy Anti-Personnel Mines” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

La questione è diventata anche un simbolo umanitario internazionale. Nel 1997, la principessa Diana percorse a piedi un campo minato in Angola con addosso una semplice visiera protettiva, attirando per la prima volta i riflettori mondiali sul dramma angolano.

Suo figlio, il principe Harry, ha ripreso quell’impegno visitando l’area di Dirico nel 2019, ribadendo che le mine non sono un problema politico, ma umano. Eppure, da allora, la situazione è rimasta sostanzialmente in stallo.

Le mine non sono solo residui di guerra: sono barriere al progresso. In Angola impediscono l’agricoltura, frenano lo sviluppo rurale, ostacolano i piani di urbanizzazione e infrastrutture. Le famiglie non possono tornare a vivere nei villaggi, i bambini non possono andare a scuola senza rischiare la vita, i progetti internazionali vengono ritardati o ostacolati.

A peggiorare il quadro, c’è la difficoltà di raccogliere fondi, in un contesto internazionale in cui le emergenze umanitarie si moltiplicano e l’attenzione cala rapidamente. Eppure, il costo della bonifica è poca cosa rispetto ai danni causati dalla paralisi territoriale. Ogni metro quadro sminato rappresenta terra restituita, libertà di movimento, vita quotidiana possibile.

Il generale Sapalo ha sottolineato che il lavoro “non è fermo, ma ha bisogno di energia”. E quell’energia, oggi, può arrivare solo da una pressione diplomatica coordinata, da investimenti mirati e da un rinnovato impegno della comunità internazionale. Soprattutto ora che l’Angola tenta di rilanciare la sua economia puntando su infrastrutture e transiti commerciali regionali.

Sminare l’Angola non è solo un’azione tecnica, ma una scelta politica e morale. È decidere se il passato continuerà a definire il futuro, o se finalmente il Paese potrà camminare — letteralmente — su una terra libera.

“PMN anti-personnel mine” by Bestalex is licensed under CC BY-SA 3.0.