La recente scomparsa di Franco Ferrarotti ha trovato adeguata risonanza nei maggiori media nazionali oltre che nel mondo universitario e della ricerca scientifica. Ma quasi nessuno ha colto l’interesse non episodico che il padre della “sociologia critica” riservava al mondo dell’agricoltura.
Ho conosciuto Ferrarotti nel 2009, in occasione del cinquantenario della fondazione dell’Istituto nazionale di sociologia rurale (Insor). Veniva presentato un ricco volume curato da Corrado Barberis dal titolo Ruritalia. La rivincita delle campagne (Donzelli 2009). E per dare al lettore un’idea della distanza che oggi, anche in campagna, ci separa dal mondo rurale di una volta, il sociologo rurale si era valso di una testimonianza di Ferrarotti, sotto il titolo Rurale antico, posta in apertura del volume. Intervenendo, il professore tornò su quel testo che avrebbe costituito una pagina della sua storia personale di vita in cui racconta la campagna d’una volta. Si veda Atman, il respiro del bosco (Edizioni Empiria, 2012), ora in Opere, Scritti autobiografici, vol. 1, Marietti Editore 2020, pp. 25-27.
Una lezione sulla crisi della società rurale
Egli considerava un privilegio essere nato in una campagna povera della Bassa Vercellese. Aveva così potuto fare esperienza del modo di vivere dei contadini prima che l’agricoltura si ammodernasse. “La campagna di oggi è stata urbanizzata – spiegava Ferrarotti – tanto che è lecito parlare di un continuum urbano-rurale, in cui più dei richiami degli uccelli o i muggiti delle mucche o i nitriti dei cavalli sono i clangori meccanici delle macchine mietitrici e gli strepiti dei trattori e dei motori a scoppio a tenere il campo”. La campagna in cui era nato era, invece, quella dell’”economia del cavallo, in cui il cavallo era ancora una forza, uno strumento di produzione importante”.
Ricordo quella breve lezione sulla crisi della società rurale, quando il trattore era arrivato a sostituire gli amati cavalli di suo padre. E nel descrivere questo padre diffidente verso la società delle macchine e impaurito dai rumori di queste ultime, il sociologo metteva in risalto il silenzio, la tenacia, la decisione nell’azione mostrate dai contadini. Ma anche l’odio che il padre esprimeva verso “la boria della cultura puramente libresca”. Temeva che il figlio, sempre intento a leggere libri, si trasformasse in un “uomo di carta”. Insomma, quell’antico mondo rurale gli aveva inculcato un’idea che gli era stata molto utile nel suo percorso intellettuale: “Le cose si conoscono facendole, toccandole. S’impara sporcandosi le mani”.
Mi fermai a parlare con Ferrarotti e, commentando il titolo del libro curato da Barberis, ci trovammo entrambi in disaccordo con l’idea che le campagne avessero avuto la loro rivincita. Del resto, le rivincite sono necessariamente precedute dalla sconfitta. Le campagne sono state industrializzate. L’antico mondo rurale è scomparso per sempre: non può più risorgere. Neanche il territorio rurale può ricostruirsi come prima. Ed è stato un bene che i contadini si siano liberati dalla miseria, dalla fame e dalla fatica. Non si può, dunque, nutrire nostalgia di quel mondo.

“Con Pier Paolo Pasolini – mi raccontò – io ebbi una garbata polemica che partiva dal fatto che egli usava il termine ‘omologazione’: afflitto dalla ‘scomparsa delle lucciole’, egli si doleva del fatto che dal balcone di una casa che si affaccia su una piazza, una volta si poteva dire, guardando sulla piazza, quello è un meccanico, l’altro è un contadino, ecc. Poi, ad un certo punto, queste persone sono state tutte omologate. Io rispondevo: ha guadagnato terreno l’uguaglianza sociale, con un miglioramento del tenore di vita, per cui anche un muratore, per fare un esempio, va a mangiare in una tavola calda. Egli, invece, da esteta, vedeva tutto questo come un fatto ‘terribile’. Indubbiamente, per la vecchia idea fascista l’omologazione era un fatto sconvolgente, perché, per esempio, una domestica ad ore comperava ed usava lo stesso collant della signora per cui lavorava”.
Ci soffermammo a lungo su Pasolini. Per il poeta, figlio di un ufficiale di fanteria, il mondo contadino costituiva un mito: rappresentava l’età dell’oro. Mentre la modernità appariva come l’esito di una mutazione antropologica dei contadini. Essi erano emigrati nelle periferie delle grandi città. E venivano considerati dall’intellettuale friulano ormai catturati da potenze oscure e contaminati dal consumismo. Tutto questo solo perché, nella dieta e nel vestire e nei consumi medi sempre molto bassi in Italia rispetto all’Europa, gli italiani fuggiti con l’emigrazione di massa dalla miseria contadina, avevano cominciato ad assaporare un minimo di benessere, di eguaglianza sociale e di diritti democratici.
Il sociologo mi spiegò che il problema non era, dunque, quello di continuare ad inseguire la parità tra città e campagna e conteggiarla, mediante un uso forse non del tutto appropriato delle statistiche. Ma era quello di comprendere le difficoltà insorte con la trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale. In sintesi, mi disse: “Quella trasformazione è avvenuta nel lasso di tempo di una generazione. In termini sociologici, ci riferiamo al tempo necessario per far crescere una persona fino alla maggiore età, quindi diciamo venti, venticinque anni circa. Fra il 1950 e il 1980, l’Italia si è trasformata secondo le regole di moduli organizzativi di una rivoluzione industriale che in Inghilterra aveva richiesto quasi due secoli.
Questo è, dunque, un paese che è cambiato molto rapidamente. Ma il cambiamento di ordine pratico, il modo di lavorare, e anche di vivere, di commerciare, era in anticipo rispetto alle forme mentali. Quindi, c’era il grande problema di come collegare e raccordare gli schemi logico-mentali, cioè i modi di ragionare, i parametri diciamo – anche i punti di orientamento del ragionamento logico – con le effettive pratiche di vita che andavano per conto loro. Cioè, c’era un pericolo di blanda schizofrenia di massa da tenere sotto controllo. E qual era lo strumento per operare il raccordo? Eh, l’indagine sociologica che nessuno fa più”.
Compresi allora il senso delle polemiche che Ferrarotti sferrava nei confronti dei sociologi contemporanei. La sociologia era morta perché aveva perduto una visione d’insieme della società. La rapidità della trasformazione della società agricola in società industriale aveva stremato il paese che appariva stanco, invecchiato, privo di speranza e di forza. E c’era uno scollamento profondo tra domande della società e capacità di ascoltarle, interpretarle e soddisfarle.
Gli italiani sono ancora un popolo di contadini
Incontrai di nuovo il professore nel maggio 2012 in un convegno organizzato dalla rivista culturale “l’albatros”, sul tema “Cibo Terra Acqua Sostenibilità. Quale futuro per 10 miliardi di persone”, e che si svolse nella Biblioteca del Senato. Agostino Bagnato mi affidò il compito di svolgere la relazione introduttiva e chiese a Ferrarotti di tirare le conclusioni. L’imponente domanda di cibo è messa in discussione – sostenni – dalla crescita costante dello squilibrio tra risorse e popolazione e dall’intreccio di tale fenomeno coi cambiamenti climatici, la crisi energetica, le migrazioni e l’arresto della crescita economica.
Posi, pertanto, il problema di “avviare un cambiamento nelle coscienze individuali, nella società civile organizzata, nella politica, nel sistema della conoscenza e nella responsabilità degli stati che dovrebbero coordinare politiche sempre più complesse a livello globale”. Due nodi si sarebbero dovuti sciogliere. Il primo riguardava la democrazia, la quale, disegnata a livello di singolo paese, si sarebbe dovuta declinare nella dimensione sovranazionale. Il secondo nodo era l’erosione dei beni relazionali, che costituiva la causa principale dell’erosione delle risorse naturali. E misi in risalto che la povertà si sarebbe potuta ridurre solo con la collaborazione tra gli stati per la tutela delle risorse naturali e per la crescita economica.
Passai, infine, alle proposte concrete: sostenere l’agricoltura dei paesi in via di sviluppo; promuovere un accesso equo e sicuro alla terra; sperimentare nuove forme civili di gestione dell’acqua; favorire l’intensificazione sostenibile delle produzioni agricole mediante l’utilizzo di tutte le tecnologie disponibili, comprese quelle genetiche; rendere coerenti tutte le politiche agricole con il diritto al cibo.

Nel discorso conclusivo, il sociologo apprezzò il mio sforzo di tenere insieme le diverse questioni, legandole al bisogno di promuovere cambiamenti culturali. Ma tali cambiamenti – precisò – si possono accompagnare se si precisano i caratteri della nostra cultura originaria. È indubbio che gli italiani siano ancora un popolo di contadini. La società industriale italiana può apparire anche più solida di altre perché poggia su un passato che non passa, sui semi positivi e non ancora storicamente inverati della grande cultura mediterranea.
Qui Ferrarotti introdusse un’osservazione molto acuta: “Forse nel Mediterraneo più che altrove è corretto sostenere che, al di là di ogni progetto statuale, formalmente codificato, la società civile pre-istituzionale è più viva, più mobile e inventiva che le sue forme giuridicamente definite”. E aggiunse: “Il Mediterraneo è vitalismo, ossia primato dei ritmi naturali su quelli meccanici e di un fondamentale senso della misura, rispetto, attenzione a non violare l’àperion, ossia l’’illimitato’. Il Mediterraneo è un sentiero che unisce, uno spazio sincronico che esalta la distinzione contro la tragica opposizione, la capacità di sintesi, di coabitazione di tradizioni culturali diverse e anche contrapposte”.
Emergeva così la tipica concezione ferrarottiana di “co-tradizione culturale”, momento teoretico essenziale per la convivenza pluriculturale del Terzo millennio. Una concezione che riprende e riformula alcuni principi dell’antichità classica. Restano fermi quelli del medèn àgan o ne quid nimis. Mentre il senso della proporzione e della misura va riproposto in un concetto di cultura che, dal kalòs kaì agathòs greco e dal vir probus dicendi peritus ciceroniano, si trasforma e riproduce come cultura capace di capire gli altri, non più elitaria, non nemica dei pollòi, non più individualistica in senso esclusivo e aristocratico, non più fondata sulla contrapposizione tra otium e negotium.
Anche la parte finale del discorso del professore va ricordata perché molto significativa. Si trattava di un invito appassionato a tener conto dei limiti della tecnica. Ecco testualmente cosa disse Ferrarotti: “Il mondo odierno si è arreso all’imperativo tecnologico senza rendersi conto che la tecnica è certamente una perfezione, ma una perfezione ottusa, ripetitiva, priva di scopo. Produce e alimenta l’ansia di arrivare – e arrivare velocemente, in fretta – ma non si arriva mai perché, come il viaggiatore di Marco Aurelio, si è dimenticato lo scopo del viaggio lungo la via. O forse non c’è mai stato uno scopo. Si dà allora il correre, ma non più l’accorrere, ossia il correre verso una meta, un correre significativo. Il senso di smarrimento e di inautenticità, il vago, ma reale e penoso, disagio che definisce il vivere odierno hanno probabilmente qui la loro radice. Del resto, non è detto che l’uomo possa vivere alla velocità della luce. Ci vogliono pur sempre nove mesi per procreare un bambino”.
Quelle considerazioni non vanno affatto interpretate come una rinuncia all’innovazione tecnologica o addirittura un’ostilità verso di essa. Vanno invece prese per quello che realmente significano: va bene la tecnica ma ci vuole un pensiero che la orienti per il bene dell’uomo. La fretta senza scopo è come una malattia misteriosa, incurabile, che ci rende inquieti e frenetici senza ragione. “Cos’è stato il Novecento?” si chiedeva il professore.
Ed ecco la risposta: “Nessun dubbio che il Novecento sia stato il secolo delle grandi scoperte scientifiche, dalla relatività (1907) alla fissione controllata dell’atomo (1943), dallo sbarco sulla luna alla clonazione e all’inseminazione artificiale, ai mezzi di comunicazione elettronicamente assistiti, alla Tv, al computer e a Internet. Ma è stato anche il secolo dei Lager nazisti e il secolo in cui sono state per la prima volta sganciate die bombe atomiche su ignare e inermi popolazioni umane”.

Per una storia della società civile delle campagne
Ascoltando il sociologo, fui spronato a portare a termine un lavoro che avevo avviato da qualche anno sulla evoluzione della società civile delle campagne dall’Unità ad oggi. Quando lo conclusi, andai a trovare Ferrarotti nei locali di Corso Trieste, sommersi dai libri e da disordinatissime cataste di pubblicazioni. Mi disse che stava partendo per gli Stati Uniti dove si sarebbe fermato alcuni mesi. Volle comunque leggere, sebbene rapidamente, il mio saggio. E dopo un paio di giorni mi mandò il testo della prefazione. Parlammo a lungo mentre scorreva l’indice del manoscritto. “Cos’è oggi l’Italia?” si chiedeva. E la risposta era: “Il paese delle cento città, di cui scriveva con romantica commozione Edmondo De Amicis alla fine dell’Ottocento, si è trasformato nel paese dei cinque grandi sistemi urbani: Torino, Milano, Roma, Napoli, Palermo”.
“È stata una trasformazione radicale e travolgente – mi diceva Ferrarotti -, preceduta dalle grandi, dimenticate migrazioni interne degli anni Sessanta, da un’agricoltura ancora per certi aspetti tecnicamente arretrata a un lavoro industriale non sempre sorretto da una cultura industriale, vale a dire dal senso del compito indipendentemente dall’occhio del padrone; responsabilità oggettiva al di là degli umori personali; potere come servizio alla comunità e non come appannaggio privato parassitario”. E continuava: “Il passaggio dalle strade di polvere e dall’aratro a mano al lavoro meccanizzato della campagna e della fabbrica e a quello informatizzato degli uffici, è stato brusco, fin drastico, con scarsi ammortizzatori sociali e mediazioni politiche carenti”.
Quando lessi la prefazione, ebbi netta l’impressione che il professore avesse letto interamente il mio manoscritto, nonostante la ragguardevole lunghezza del testo. Scrisse che “lo studio si sviluppava sulla base di un’impostazione altamente originale e per questa ragione andava letto e discusso”. Non era “il puro resoconto storico o economico-statistico” né “il commento dell’evoluzione politico-istituzionale e demografica del nostro Paese”.
L’aveva colpito il tentativo, a suo giudizio “largamente riuscito”, di “raccontare lo sviluppo sociale ed economico dell’Italia nel corso degli ultimi due secoli secondo un’impostazione globale, in cui aspetti culturali e storici, economici e politici, sindacali e istituzionali variamente interagivano, si incrociavano, si scontravano e dialetticamente si fronteggiavano”. Volle affermare che, con il mio lavoro, avevo “plausibilmente dimostrato” che quello sviluppo sociale ed economico dell’Italia era dominato da un “antefatto” che poggiava “su una diffusa, consistente, se pur frastagliata realtà contadina”.
E qui Ferrarotti aveva inserito un richiamo al significato etimologico della parola “Italia”: vituli, “bestiame da accudire, attività campestre, lavoro contadino”. E una citazione dell’Eneide: “Humilemque videmus Italiam”. Parole che Virgilio aveva messo in bocca all’eroe troiano appena questi era giunto nelle acque calme del mar Tirreno. Attenti a non tradurre letteralmente il testo del poeta mantovano, avvertiva il professore. L’aggettivo “umile” non va interpretato nel senso di un atteggiamento disponibile, se non servile. “A mio parere – scriveva il sociologo – l’umiltà dell’Italia è semplicemente un richiamo alla ‘terra’, all’humus, a quello splendido avverbio ‘humi’, che sta a indicare l’atteggiamento di chi poggi a terra l’orecchio quasi a cogliere il pulsare profondo del sottosuolo dove oscuramente germina la vita”.
Ma la parte più significativa di quella prefazione è laddove viene apprezzato il risultato della mia ricerca per quanto riguarda lo scavo storico-antropologico delle origini agricole della cooperazione, delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori e degli imprenditori, dei partiti di massa; un fiume carsico che riemerge negli anni Sessanta con la creazione dei distretti industriali nella cosiddetta “Terza Italia”; negli anni Settanta con il movimento dei giovani di provenienza urbana, che creano numerose cooperative in agricoltura, e, infine, nei decenni successivi, con il fenomeno dell’”agricoltura sociale” che va ad integrare il sistema di welfare utilizzando le risorse rurali.
La prefazione si concludeva con un’avvertenza che, in realtà, era un’indicazione di lavoro per future ricerche: “Anche gli operai dell’industria avevano mantenuto viva una certa memoria del passato contadino”. “Per comprendere le caratteristiche originali del processo di industrializzazione – spiegava Ferrarotti – è importante dare la parola a coloro che lo hanno, giorno per giorno, vissuto come esperienza esistenziale diretta, agli operai e alle operaie, al di là e, se necessario, contro i vetri colorati delle varie ideologie”.
Egli era stato tra gli antesignani in quel tipo di approccio. Lo avevano preceduto solo Rocco Scotellaro con Contadini del Sud (Laterza 1954), Danilo Dolci con Inchiesta a Palermo (Einaudi 1958), Franco Cagnetta con Inchiesta su Orgosolo (in Nuovi argomenti, n. 10, 1954), Edio Vallini con Operai del Nord Laterza 1957), Danilo Montaldi e Franco Alasia con Milano, Corea, Inchiesta sugli immigrati (Feltrinelli 1960), Nuto Revelli con Il mondo dei vinti (Einaudi 1977). Di Ferrarotti si veda in particolare “La parola operaia” (Scuola Reiss-Romoli, L’Aquila 1995). Da quei resoconti autobiografici è possibile ricavare un’idea realistica non solo della transizione dal mondo agricolo al mondo industriale in termini macroeconomici e storico-istituzionali, ma anche rendersi conto dell’impatto del cambiamento socio-tecnico sulle pratiche di vita dei singoli e dei gruppi familiari.
Il sociologo ne deduce che la transizione, benché rapida e specialmente accelerata fra gli anni Cinquanta e Ottanta, non sia stata lacerante come altrove. Le grandi migrazioni interne degli anni Sessanta, dal Sud al Nord e dall’Est all’Ovest (all’incirca otto milioni di famiglie) riguardavano lavoratori che non si lasciavano alle spalle una cultura, non erano uomini nel limbo fra una cultura abbandonata e un’altra cultura che non li accoglieva, non erano quindi persone sospese “a mezza parete”, come invece accadrà ai più recenti immigrati extra-unionali.
Scrive Ferrarotti (in Opere, Scritti autobiografici, vol. 1, cit., p. 148): “Le circostanze oggettive, indubbiamente cambiavano. Mutavano, anche radicalmente, i metodi e le tecniche di lavoro. Venivano intaccati i ‘valori’ fondamentali, dalla dimensione e struttura della famiglia al senso del tempo, naturale nel mondo contadino (albe e tramonti), meccanicamente misurato nelle fabbriche e negli uffici – la voce meccanica della sirena all’inizio e alla fine della giornata lavorativa sostituiva il blando, irregolare suono delle campane. Il grande passaggio non coinvolgeva però soltanto la struttura della famiglia e le aspettative di vita degli individui. Scomparivano vecchi mestieri, ormai non più necessari. La stessa agricoltura veniva industrializzata”.
Quando lo studioso tornò dagli Stati Uniti, gli portai una copia del mio libro, intitolato Radici & gemme (Cavinato Editore internazionale, 2013). M’incoraggiò a proseguire la ricerca in ogni ambito della vita del paese. Mi disse: “Vedrà che ovunque si possono trovare ancora sprazzi di memoria dell’antico mondo rurale, modi di pensare che richiamano la mentalità contadina. Vanno raccolti e curati con premurosa attenzione. Sono elementi fondamentali per smorzare i contraccolpi della vita frenetica contemporanea. E chissà, potrebbero servire in futuro per inventare nuove forme di vita comune”. Grazie, professore!



