Nel cuore della capitale della Tasmania, un monumento insolito ha attirato l’attenzione per mesi: un paio di piedi di bronzo mozzati, residuo di una statua che per oltre un secolo ha dominato il parco di Hobart.
Si tratta della figura del chirurgo e politico William Crowther, a cui in una notte di maggio, qualcuno ha sottratto il corpo, lasciando solo quelle gambe e un messaggio inciso alla base: “What goes around” (ciò che va in giro). Questo gesto era carico di significato, riportando alla memoria un capitolo oscuro della storia coloniale australiana.
La statua di Crowther, oggi mutilata, non è più solo una scultura; è diventata il simbolo di una ferita ancora aperta. Ogni giorno, cittadini e turisti osservano quei piedi solitari, che sembrano raccontare più di quanto facesse l’intera effigie.
Rimuovere la statua avrebbe potuto cancellare la memoria storica. Ma ora che ne sono rimasti solo frammenti, il paradosso è che quel vuoto grida una verità che prima restava nascosta.
Più di 150 anni fa, Crowther fu accusato di aver profanato il corpo di William Lanne, un aborigeno Palawa considerato l’ultimo uomo della sua tribù. In una notte del 1869, il chirurgo avrebbe tagliato la testa di Lanne e trafugato il cranio, innescando una macabra competizione tra medici europei per possedere frammenti del corpo dell’aborigeno.
In quell’epoca, il furto di resti umani aborigeni non era raro, ma il caso di Lanne rappresentò un momento particolarmente inquietante nella storia della colonizzazione.
La Tasmania, una delle regioni più segnate dal tentativo di annientare la popolazione aborigena, fu teatro di una vera e propria guerra di sterminio. Nel 1804, i coloni britannici aprirono il fuoco contro un gruppo di Mumirimina che si erano radunati per cacciare, dando il via a una campagna di violenze e massacri che avrebbe ridotto la popolazione originaria a poche migliaia di persone.
I sopravvissuti furono confinati in campi isolati, con l’intento di cancellare ogni traccia di quella cultura antichissima.
L’episodio legato alla statua di Crowther è emblematico di una più ampia battaglia culturale. Per molti discendenti degli aborigeni, quel monumento non rappresentava solo un chirurgo, ma la brutalità coloniale e la disumanizzazione subita dalla loro gente.
La rimozione della statua, quindi, non è stata solo un atto simbolico, ma una forma di giustizia postuma, un riconoscimento della sofferenza inflitta ai popoli nativi.

Tuttavia, il dibattito non si è fermato. In Australia, come in altre nazioni segnate da un passato coloniale, la discussione su quali statue meritino di restare al loro posto è accesa. Da alcuni, la rimozione è vista come un attacco alla memoria storica, un tentativo di cancellare il passato invece di affrontarlo.
Per altri, è un passo necessario verso una vera riconciliazione, un modo per ammettere e correggere i torti del passato.
Questo scontro di visioni riflette le tensioni presenti anche in altri Paesi, dove la cultura woke ha portato alla rimozione di statue considerate offensive per le loro implicazioni razziste o coloniali. Le statue, per loro natura, cristallizzano un momento storico, ma le interpretazioni di quel momento cambiano con il tempo.
La figura di Crowther, un tempo celebrata per i suoi contributi alla medicina, oggi viene ricordata soprattutto per il suo ruolo nella profanazione dei resti di un aborigeno.
Nonostante la rimozione della statua, molti abitanti di Hobart credono che il piedistallo vuoto racconti una storia molto più potente di quanto facesse la scultura stessa. La sua assenza diventa un simbolo di riflessione collettiva, un promemoria delle atrocità commesse durante l’epoca coloniale.
La comunità aborigena della Tasmania, i Palawa, continua a lottare per la visibilità e il riconoscimento, cercando di riscrivere una storia che per troppo tempo è stata raccontata solo dal punto di vista dei colonizzatori.
La battaglia per la verità storica è ancora aperta, in Australia come altrove. Mentre alcuni vorrebbero conservare i monumenti per non dimenticare il passato, altri ritengono che rimuoverli sia un passo necessario per costruire un futuro più giusto.
In fondo, come affermano molti discendenti aborigeni, non si tratta solo di statue: si tratta di giustizia, memoria e riconciliazione con un passato che non può più essere ignorato.
La cultura woke, in particolare nei Paesi anglosassoni, ha portato all’abbattimento di statue legate a un passato di schiavitù e razzismo. La statua di Edward Colston a Bristol, in Inghilterra, durante le proteste del movimento Black Lives Matter, nel 2020, fu abbattuta e gettata nel fiume. Un un gesto simbolico contro il razzismo sistemico e la memoria distorta del colonialismo.
Negli Stati Uniti, nel pieno delle proteste contro la brutalità della polizia, numerose statue confederate sono state rimosse, a partire da quella di Robert E. Lee a Richmond, in Virginia, vista come simbolo del razzismo e della supremazia bianca.
Un altro caso emblematico riguarda il Belgio, dove diverse statue del re Leopoldo II sono state danneggiate o rimosse. Leopoldo II fu responsabile di atrocità inaudite nella gestione del Congo come proprietà privata, causando la morte di milioni di africani
In Australia, la questione è ancora più delicata, perché si intreccia con la lotta degli aborigeni per il riconoscimento dei loro diritti e della loro stessa esistenza.



