Il problema di chiamarsi Banca Etica è che, prima o poi, l’etica presenta il conto. Diogene Notizie quel conto ce l’ha davvero. E non per convenienza: un conto completo per un’organizzazione costa 240 euro l’anno se non si è soci, 168 se lo si è, poi ci sono bonifici, carte e operazioni oltre la franchigia. Non è una rapina, ma neppure beneficenza. E per associazioni, cooperative, ONG e realtà senza fini di lucro, cioè una parte importante della clientela della banca, ogni euro pesa.
Perché allora scegliere Banca Etica? Perché non si compra soltanto un servizio bancario. Si compra una promessa: che il denaro non sia neutro, che non tutto ciò che è legale o conveniente sia per questo anche giusto, che una banca possa comportarsi diversamente dalle altre.
È questa promessa che il caso Autistici/Inventati mette oggi sotto processo.
Il 26 agosto il Tesoro degli Stati Uniti inserisce il collettivo italiano di attivisti digitali nella lista SDN dell’OFAC come Specially Designated Global Terrorist. Non lo accusa di avere materialmente compiuto attentati: sostiene che abbia fornito infrastrutture digitali a gruppi considerati terroristici o violenti. Due giorni dopo il dominio autistici.org sparisce dalla rete. PayPal blocca i pagamenti. Il primo settembre Banca Etica congela di fatto l’operatività del conto. Il 6 settembre A/I annuncia la chiusura dei servizi; l’8 deposita al Tribunale di Pisa un ricorso d’urgenza contro la banca.
Fin qui la cronaca. Il problema comincia dove la cronaca normalmente finisce.
Chi ha stabilito che Autistici/Inventati sia un’organizzazione da trattare come terrorista? Non un tribunale italiano, non l’Unione europea, non l’ONU. La decisione è amministrativa e americana, fondata sull’Executive Order 13224. Il Tesoro elenca rapporti e servizi forniti a soggetti sanzionati, ma il dossier su cui poggia la designazione non è pubblico nella sua interezza. A/I può chiedere la revisione e ottenere parte del materiale non classificato. Dopo, però. Prima viene colpita; poi deve difendersi.
Per un’infrastruttura digitale è una differenza sostanziale: se perdi dominio, sistemi di pagamento e conto corrente, quando eventualmente ottieni ragione potresti non esistere più. Che è esattamente lo scopo del provvedimento. A proposito di terrorismo, appunto, bloccare il denaro di un’organizzazione dissidente è una forma di terrorismo puro, significa ucciderla. C’è poi una seconda domanda, forse ancora più importante: perché una decisione americana produce effetti in Italia se nessuna autorità italiana l’ha fatta propria?
Perché gli Stati Uniti non hanno bisogno di esportare formalmente la loro legge. Gli basta controllare abbastanza nodi del sistema. L’OFAC può minacciare “secondary sanctions” contro intermediari stranieri che continuino a facilitare determinate transazioni con soggetti designati. Il dollaro, le banche corrispondenti, i circuiti delle carte, i pagamenti extraeuro e una parte dell’infrastruttura finanziaria mondiale trasformano così un atto di Washington in un rischio concreto per una banca di Padova.
È extraterritorialità non tanto del diritto, quanto del potere. Banca Etica lo sa benissimo. Nel comunicato dedicato ad A/I scrive che non esistono indicazioni italiane o europee che le impongano come comportarsi e denuncia apertamente il “dominio delle infrastrutture finanziarie digitali globali” da parte degli operatori statunitensi. Dice anche di considerare inaccettabile l’uso politico delle liste antiterrorismo. Ma contemporaneamente sospende il conto perché teme che continuare il rapporto possa mettere a rischio carte, pagamenti internazionali e, nelle sue parole, perfino la sopravvivenza della banca.
È proprio qui che l’aggettivo “Etica” diventa impegnativo. Non si può rimproverare a un istituto di credito di considerare il rischio sistemico per 130 mila clienti e soci. Ma Banca Etica non si è mai proposta come una banca qualsiasi. Se condanna la misura, riconosce che nessun ordine italiano le impone di applicarla e tuttavia anticipa gli effetti della sanzione per proteggersi, allora sta facendo prevalere la sicurezza economica sul principio politico che dichiara di difendere.
Era già successo con Francesca Albanese. Quando la relatrice ONU, sanzionata dagli Stati Uniti, chiese un conto, Banca Etica spiegò che aprirglielo “non è vietato dalla legge”, ma decise comunque di non farlo per il rischio delle sanzioni secondarie. Con A/I emerge dunque non un incidente, ma una linea di confine: l’etica vale finché il sistema finanziario consente di praticarla senza mettere in pericolo la banca. Chiunque finisca nel mirino di un ente extra nazionale, ed extra comunitario, per aver esercitato il proprio diritto di parola e di critica può subire questo trattamento.
E non è la prima contraddizione discussa dentro la stessa comunità di Banca Etica. Nel 2024 il suo Comitato Etico scriveva che sul rapporto con il settore militare “tutto questo non ci basta” e chiedeva maggiore radicalità nei confronti delle banche socie di Etica Sgr e delle grandi aziende tecnologiche con attività nella difesa. Etica Sgr esclude direttamente i produttori di armi, ma nel suo capitale siedono anche Banco BPM, BPER e Cassa Centrale. La contraddizione non è che Banca Etica compri armi con i soldi dei correntisti: sarebbe falso dirlo. È che perfino il sistema costruito per offrire un’alternativa resta intrecciato a soggetti e infrastrutture che seguono logiche opposte.
Ed è esattamente ciò che il caso Autistici/Inventati rende visibile. Banca Etica chiede a chi la sceglie di pagare qualcosa in più, accettare qualche scomodità in più, investire perfino simbolicamente nel suo capitale sociale, perché quella scelta dovrebbe avere un significato.
Banca Etica invoca la propria sopravvivenza. È bene ricordare che non parliamo di una cassa mutualistica gestita da volontari: nel 2025 la remunerazione lorda complessiva del direttore generale è stata di 177.942 euro e quella del vice di 143.064. Cifre contenute rispetto ai vertici della grande finanza, ma sufficienti a ricordare che l’etica, qui, è anche un’attività bancaria professionale e remunerata.
Se quel significato viene meno proprio quando difenderlo comporta un rischio, resta una banca come le altre con un aggettivo in più nell’insegna e parecchi euro in più da pagare per i clienti. E allora anche i correntisti possono fare una scelta etica: togliere i propri soldi, cambiare banca, invitare associazioni e organizzazioni del Terzo settore a fare altrettanto finché Banca Etica non chiarirà se intende essere un’alternativa al sistema finanziario dominante o soltanto la sua versione con una coscienza migliore.
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