Il nuovo rapporto “Common Capital” è l’ottava radiografia che Fondazione Finanza Etica, Fundación Finanzas Éticas e Febea dedicano alla finanza etica in Europa. È un documento corposo, presentato a Bruxelles il 1° dicembre 2025, che prova a rispondere a una domanda precisa: le banche etiche sono un esperimento marginale oppure un modello bancario vero, capace di stare in piedi sul piano economico e di produrre effetti misurabili su società e ambiente?
Per farlo, il rapporto mette a confronto due mondi. Da un lato ci sono 24 banche etiche europee, aderenti a reti come Febea e GABV, istituti che per statuto finanziano soprattutto economia sociale, cooperazione, terzo settore. Dall’altro ci sono 107 “banche significative” sottoposte alla vigilanza diretta della Banca centrale europea, cioè i grandi gruppi generalisti che dominano il mercato del credito nel continente. L’analisi usa il modello Camel, un acronimo che riassume alcuni parametri chiave: adeguatezza patrimoniale, qualità degli attivi, qualità del management, profitti e liquidità. È il linguaggio standard con cui le autorità di vigilanza guardano alla salute delle banche.
Il quadro che emerge, letto nel modo più neutro possibile, è questo: nel 2023 le banche etiche europee gestiscono complessivamente circa 79 miliardi di euro di attivi. Non sono i numeri dei colossi, ma non sono nemmeno lo sportellino di paese: nell’arco di pochi anni gli attivi sono cresciuti in modo significativo. Il loro tratto distintivo, però, non è la massa, bensì la composizione. Una quota molto elevata dei loro attivi è fatta di prestiti: circa il 68 per cento, più delle grandi banche europee, che si fermano attorno al 61 per cento, e in linea con le banche retail classiche. In alcuni casi, secondo il rapporto, fino al 90 per cento dei finanziamenti erogati va a microimprese spesso escluse dal circuito del credito tradizionale.
La cosa interessante è che questo orientamento verso il credito diretto non si traduce, almeno per ora, in un aumento dei rischi. Anzi. I crediti deteriorati – cioè quelli che non vengono restituiti regolarmente – pesano per circa l’1,6 per cento sui prestiti delle banche etiche, contro l’1,9 per cento delle grandi banche. Sul fronte della redditività, il rapporto segnala un ritorno sugli attivi (ROA) di circa lo 0,75 per cento, superiore allo 0,64 per cento registrato dal campione delle “significative”. In altre parole: non solo l’esperimento regge, ma sul terreno classico del banchiere – prendo soldi, li presto, devo rientrare e generare utile – queste realtà se la cavano persino meglio della media.
Dove il distacco diventa netto è nella destinazione dei prestiti. Più del 70 per cento del credito erogato dalle banche etiche va a soggetti dell’economia sociale: cooperative, associazioni, imprese sociali, fondazioni, organizzazioni non profit. Le grandi banche, su questo fronte, si fermano attorno al 19 per cento. Il rapporto ricorda che nell’Unione europea parliamo di un pezzo non marginale di economia: più di quattro milioni di organizzazioni tra associazioni, cooperative e fondazioni, oltre undici milioni di lavoratori e un fatturato, nei paesi per cui sono disponibili i dati, vicino ai 913 miliardi di euro nel 2021. È un comparto che cresce mentre molti settori industriali tradizionali, come l’automotive, rallentano o arretrano.
Un altro tassello importante del rapporto riguarda l’impatto ambientale e sociale diretto delle banche. Qui entra in gioco la metodologia Besgi, sviluppata da un gruppo di ricercatori dell’Università di Firenze per misurare, con criteri comparabili, consumi energetici, emissioni, politiche del personale, governance, catene di fornitura. Secondo i dati raccolti, le banche etiche consumano meno della metà dell’energia per dipendente rispetto alle grandi banche, utilizzano in media quasi il 90 per cento di energia rinnovabile contro circa il 65 per cento delle altre e registrano emissioni dirette molto più basse.
Sul piano sociale mostrano un leggero vantaggio in termini di stabilità dei lavoratori, maggiore presenza femminile, attenzione ai criteri ESG nella scelta dei fornitori. Nella governance, dove le regole europee impongono standard abbastanza uniformi a tutti, le differenze sono più contenute, ma il rapporto segnala comunque una maggiore presenza di donne nei consigli di amministrazione e una tendenza ad anticipare le richieste normative sulla rendicontazione dei rischi ambientali e sociali.
Il vero salto, però, riguarda gli impatti indiretti, cioè quelli legati ai progetti e ai settori che le banche finanziano. Qui Common Capital sostiene che il 72 per cento del portafoglio crediti delle banche etiche è concentrato in ambiti come economia circolare, gestione dei rifiuti, agricoltura biologica, rigenerazione urbana, terzo settore, welfare, social housing, microcredito.
Per le grandi banche, una classificazione simile di prestiti “a impatto positivo” si fermerebbe attorno al 19 per cento. È su questi numeri che il rapporto costruisce la tesi centrale: la finanza non è neutrale e una parte del sistema bancario europeo sta già dimostrando che è possibile coniugare stabilità finanziaria, redditività e impatto ambientale e sociale misurabile.
Fin qui, il quadro. Che cosa succede se ci aggiungiamo un “però”, senza scontare i meriti ma rimettendo in prospettiva le grandezze?

Il primo però riguarda le dimensioni. Quando si dice che la finanza etica “non è più una nicchia”, si rischia di dimenticare un ordine di grandezza. I circa 79 miliardi di euro di attivi delle banche etiche vanno confrontati con qualcosa come 32 mila miliardi di attivi complessivi delle banche dell’area euro. È una quota intorno allo zero virgola qualcosa per cento. È vero che il segmento cresce, è vero che non siamo più alla micro-cassa rurale, ma siamo pur sempre in presenza di una goccia nel mare della finanza europea. Dal punto di vista di chi muove davvero i grandi flussi di capitale, finanza etica ed economia sociale restano – per ora – un microclima.
Il secondo però riguarda il confronto scelto. Mettere fianco a fianco 24 banche etiche specializzate e 107 grandi gruppi generalisti sottoposti alla vigilanza BCE vuol dire confrontare modelli di business molto diversi. Le prime fanno quasi solo credito all’economia reale, poco trading, niente grande finanza strutturata, niente speculazioni complesse. Le seconde devono gestire insieme retail, corporate, mercati finanziari, emissioni di titoli, gestione patrimoniale, servizi allo Stato.
Se seleziono un campione di istituti che per missione finanziano il sociale, e lo confronto con banche che fanno di tutto, scoprire che le prime hanno più credito al terzo settore e meno crediti deteriorati non è sorprendente: è in larga parte una conseguenza del modo in cui sono costruite, non solo di una virtù intrinseca.
C’è poi una questione di selezione degli indicatori. Il rapporto scientifico, nelle sue tabelle, mostra un quadro più articolato: accanto a un buon livello di patrimonializzazione e a una qualità del credito solida, le banche etiche presentano in media un cost-to-income ratio più alto delle grandi banche, segno che ogni euro di ricavo costa di più in termini di struttura, personale, organizzazione.
La sintesi giornalistica, invece, tende a mettere l’accento solo sugli indicatori dove le banche etiche performano meglio – NPL più bassi, ROA più alto, impatti diretti e indiretti più favorevoli – e a lasciare sullo sfondo i punti dove il modello, pur virtuoso, paga in efficienza e capacità di scala. Non è un falso, ma è un racconto parziale.
Un altro però tocca la definizione stessa di “impatto positivo”. La metodologia Besgi rappresenta un passo avanti rispetto a certi ESG di facciata, ma si basa comunque su tassonomie, categorie, soglie: decidere che cosa entra nella lista delle attività “buone” è già una scelta politica. La rigenerazione urbana è sempre e comunque emancipatrice, anche quando coincide con processi di gentrificazione e aumento degli affitti?
Tutto ciò che è “biologico” è automaticamente accessibile ai ceti popolari? Il social housing finanziato è realmente sottratto alla logica della rendita, o resta agganciato a modelli che non mettono in discussione la struttura del mercato immobiliare? Il rapporto, per sua natura, non può scendere a questo livello di dettaglio, ma il rischio è che la somma delle etichette “circolare, bio, sociale” venga percepita dal lettore come sinonimo automatico di giustizia sociale, quando spesso ci troviamo dentro zone grigie.
Infine, c’è un però che riguarda il ruolo politico di questa narrazione. È vero che molte istituzioni europee hanno dirottato energie e retorica su competitività, sicurezza, riarmo, e che la grande finanza sta facendo marcia indietro su non pochi impegni climatici presi in anni di entusiasmo ESG. È comprensibile, quindi, che il mondo della finanza etica provi a presentarsi come “la prova vivente” che un altro uso del denaro è possibile. Ma proprio perché i numeri dimostrano che questo altro uso funziona, regge e produce meno danni collaterali, la domanda inevitabile è un’altra: perché resta confinato allo zero virgola del sistema?
Questo è il punto su cui un giornale come Diogene ha interesse a insistere. Common Capital mostra che una banca può fare credito a economia sociale, ridurre l’impronta ecologica, tenere in ordine i conti e non fallire al primo colpo di vento. Il però è che, finché questa pratica resta confinata in un recinto ristretto, serve anche al sistema come vetrina: la prova che la finanza può essere “etica”, senza che i 30 e passa trilioni del resto del settore si sentano davvero obbligati a cambiare rotta.



