In Italia quasi un cittadino su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. I numeri li sciorina l’Istat, con l’aria di chi aggiorna l’orario dei treni: 23,1% della popolazione. Quattro milioni e mezzo di italiani che saltano cure e visite, un po’ perché il portafoglio è vuoto, un po’ perché l’attesa è più lunga della vita stessa.
Ma niente paura: siamo sempre “il paese della longevità”. Peccato che la speranza di vivere in buona salute si fermi a 59 anni. Dopo si sopravvive. A condizione di avere il conto in banca a sostegno, o l’umiltà di accettare che la malattia diventi compagnia quotidiana.
La sanità pubblica resiste solo nelle brochure. Otto regioni italiane, tutte nel Sud o nelle isole, non garantiscono i livelli minimi di assistenza. Chi può si arrangia privatamente. Chi non può, aspetta. E chi aspetta, muore.
Nel frattempo, mentre la povertà sanitaria cresce, c’è chi combatte per difendere il proprio status quo. I medici di famiglia, per esempio.
Da anni si oppongono a ogni tentativo di riforma: ogni proposta che li avvicini al servizio pubblico è respinta con campagne d’allarme degne di una rivoluzione. Locandine, petizioni, lettere ai sindaci, slogan strappalacrime tipo “Proteggi il tuo medico di famiglia”, come se fossero loro la specie in via di estinzione.

In realtà, il punto è chiaro: oggi il medico di famiglia è un libero professionista convenzionato, con ampi margini di autonomia. Decide se aderire o meno ai modelli organizzativi, se lavorare da solo o in gruppo, se collaborare con le nuove Case della Comunità o starsene tranquillo nel proprio studio.
Durante il Covid si è visto il risultato: un’assistenza territoriale a pezzi, medici impossibilitati o restii ad agire su tamponi e cure domiciliari, cittadini abbandonati alle liste d’attesa infinite.
Eppure, ancora oggi, ogni tentativo di trasformare i nuovi medici di base in dipendenti del sistema pubblico viene demonizzato. Con un copione stanco e prevedibile: “Perderete il vostro medico di fiducia”, “Salta il rapporto personale”, “È la fine della medicina territoriale”.
In realtà, si difende un privilegio travestito da libertà: quello di scegliere orari, organizzazione, responsabilità senza rispondere a nessuno. E poco importa se, intanto, milioni di persone sono costrette a pagare prestazioni private o a rinunciare del tutto a curarsi.
Nel vuoto lasciato dallo Stato, entra il Terzo Settore. Con competenza, dedizione e pochi mezzi, prova a mettere pezze su un tessuto che si sta sbriciolando. Ma la verità è che viene usato come alibi: affidare cure e assistenza ai volontari costa meno che riparare un sistema sanitario pubblico in crisi.
Così funziona il nuovo ordine delle cose: chi ha soldi compra tempo e salute, chi non li ha aspetta il proprio turno sapendo che, forse, non arriverà mai.
Sono stati spesi due miliardi per costruire le Case della Comunità. Senza medici disposti a lavorarci, rischiano di restare monumenti al paradosso: strutture moderne, vuote, in un sistema sanitario che celebra i diritti sulla carta e li nega nella pratica.
In Italia si può morire di povertà sanitaria senza far rumore. Senza urla, senza scandali. Senza nemmeno disturbare.


