Sussidi e portali: il welfare che lascia fuori i poveri

Non è certo tra chi prova a occuparsi di povertà che valga la pena battibeccare, come se la miseria fosse un derby e non una ferita sociale. Anzi: proprio perché il campo è già abbastanza pieno di cinismo, ogni spunto serio merita di essere preso e usato per chiarire i concetti, anche quando poi bisogna avere il coraggio di portarli fino in fondo.

E uno spunto utile arriva dall’articolo di Leonardo Becchetti pubblicato su Avvenire il 13 dicembre 2025: la povertà non si cura solo con i sussidi, perché non basta mettere a disposizione soldi, piattaforme e sportelli se poi una parte di chi ne avrebbe diritto resta fuori, si perde, rinuncia, non completa una procedura, non capisce una lingua amministrativa scritta apposta per chi ha tempo, strumenti e lucidità.

La diagnosi, fin qui, è difficile contestarla. Se per accedere a una misura devi passare da portali, requisiti, certificazioni, SPID, appuntamenti, documenti, password e scadenze, la povertà non è più soltanto mancanza di reddito: diventa mancanza di energia, di rete, di competenze, di salute mentale, di una casa stabile, di qualcuno che ti dica dove cominciare.

E allora sì, l’accompagnamento conta. Conta eccome. Conta più di un comunicato stampa che annuncia “la misura è attiva”, come se il fatto che esista sulla carta significasse automaticamente che sia raggiungibile.

Ma è proprio qui che il ragionamento va completato, altrimenti resta una consolazione. Perché se l’accompagnamento è la chiave, non può essere lasciato in fondo al corridoio, come un favore che ti fanno i “Samaritani” quando riescono, o come un premio di cittadinanza da certificare con badge e attestati.

L’accompagnamento non è un extra morale: è una funzione pubblica. È la sostanza concreta di un welfare che non si limita a distribuire moduli e a misurare requisiti, ma prende in carico persone reali, con vite disordinate, problemi intrecciati, fragilità che non stanno dentro un form.

Quando si dice “mancano gli angeli sociali”, come spesso le culture confessionali definiscono i lavoratori del sociale, sminuendone senza volere la professionalità, si rischia di raccontare come virtù ciò che in realtà è un vuoto. Perché se per ottenere un diritto serve un “angelo”, vuol dire che il diritto, così com’è costruito, non è universale: è selettivo. È per chi sa orientarsi, per chi ha qualcuno che lo aiuta, per chi non è schiacciato dall’urgenza quotidiana.

Nenad Stojkovic, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Gli altri restano al palo e poi vengono catalogati come “mancato accesso”, “mancata domanda”, “non take-up”: parole pulite per dire che li abbiamo persi per strada e abbiamo trasformato la fatica in colpa.

Questo non significa svalutare il Terzo settore, i Caf, le Caritas, le associazioni locali, le reti di prossimità. Significa, al contrario, smettere di usarle come scudo narrativo. Perché è comodo dire che la comunità si arrangia, che la solidarietà supplisce, che qualcuno ci mette il cuore.

È comodo, soprattutto, per chi governa e può continuare a ridurre il problema a una questione di incentivi e piattaforme, mentre l’anello mancante resta quello più banale e più costoso: persone nei servizi, tempo di lavoro, presenza territoriale, presa in carico vera. Non un click. Non un portale. Non una procedura. Un essere umano che segue un altro essere umano.

La povertà non si cura solo con i sussidi: vero. Ma non si cura nemmeno con la retorica della cura se la cura diventa una delega permanente a chi “si fa prossimo” mentre lo Stato resta distante, digitale, intermittente. Il punto non è scegliere tra denaro e accompagnamento.

Il punto è decidere se l’accompagnamento sia un diritto organizzato e garantito, oppure un favore che capita, un volontariato da celebrare, un eroismo civile necessario perché abbiamo disegnato misure che funzionano soprattutto per chi è già in piedi.

E allora lo spunto di Becchetti va tenuto stretto, ma anche trasformato in domanda politica. Se sappiamo che senza relazione le misure non arrivano ai più fragili, perché continuiamo a costruire diritti a ostacoli? Perché continuiamo a chiamare “efficienza” ciò che, di fatto, filtra via gli ultimi? Perché ci emozioniamo per gli “angeli” invece di pretendere che il welfare abbia gambe, volti, turni, organici e responsabilità?

La povertà non è un difetto individuale da correggere con un tutorial. È un fatto sociale. E o lo affronti con servizi capaci di esserci davvero, oppure continuerai a raccontarti che “gli ingredienti ci sono”, mentre a mancare — come sempre — è la parte più importante: la presenza.

Buddpaul, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons