Quando i fondi “sostenibili” investono in industrie belliche

L’etichetta “verde” oggi ha un problema: non dice più dove finiscono i soldi, ma dove vogliamo credere che finiscano. E dentro questa zona grigia si è infilata l’industria delle armi. Non con un colpo di mano, ma con una serie di passaggi tecnici abbastanza noiosi da non fare notizia e abbastanza decisivi da cambiare la realtà.

Una recente inchiesta internazionale coordinata da Voxeurop, con pubblicazioni parallele in più Paesi europei, ricostruisce come la finanza venduta come ESG (Environmental, Social and Governance: criteri ambientali, sociali e di governance) abbia aumentato l’esposizione verso società della difesa.

Il dato che resta addosso è questo: dentro fondi commercializzati come “sostenibili”, gli investimenti in aziende del comparto bellico passano da 14,5 miliardi di euro nel 2021 a 49,8 miliardi nel 2025, su un perimetro di 118 società quotate analizzate con dati di mercato. Se quei numeri sono corretti, non stiamo parlando di un incidente di percorso: stiamo parlando di una normalizzazione.

Il punto chiave non è “qualche fondo ha sbagliato”. Il punto è il meccanismo: la sostenibilità, nella sua forma regolatoria europea, nasce più come obbligo di dichiarare che come obbligo di escludere. L’SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation: Regolamento UE sulla trasparenza della finanza sostenibile) impone ai gestori di spiegare come integrano i fattori di sostenibilità e che cosa fanno rispetto ai rischi e agli impatti, ma non introduce un divieto settoriale automatico. Tradotto: se non c’è un “no” esplicito, il mercato trova il modo di dire “sì” e di venderlo bene.

La partita si gioca su un dettaglio che dettaglio non è: cosa viene considerato “controverso” e dunque da escludere. Nella ricostruzione dell’inchiesta, l’asticella delle esclusioni si è progressivamente ristretta alle sole armi vietate da convenzioni internazionali — mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche — lasciando nel perimetro del “tollerabile” praticamente tutto il resto: sistemi d’arma convenzionali, munizionamento, droni, missili, componentistica. A quel punto la sostenibilità non è più un confine morale: è un linguaggio elastico, compatibile con quasi tutto, purché si compili correttamente la modulistica.

Questa torsione non è rimasta confinata nei prospetti. È diventata un discorso pubblico e un orientamento politico: l’idea che “non c’è sostenibilità senza sicurezza”, ripetuta nei contesti europei sul tema difesa, trasforma una scelta industriale in un dovere etico. È una frase perfetta perché ribalta il senso comune: non è più l’arma a dover giustificare la propria presenza nei portafogli “verdi”, è chi la contesta a dover spiegare perché sarebbe “contro la sicurezza”. Così la pace esce dal lessico e la guerra entra nei bilanci con una camicia pulita.

Poi arriva la spinta geopolitica, che rende tutto più facile da vendere. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Commissione europea ha prodotto comunicazioni e iniziative volte a rafforzare la base industriale della difesa e a facilitare l’accesso ai finanziamenti, anche privati. Il passaggio concettuale è chiaro: la difesa viene descritta come settore strategico e, se è strategico, deve poter essere finanziato.

Non è un complotto. È una scelta di indirizzo. Il problema è che questa scelta viaggia su binari paralleli rispetto al consenso informato dei cittadini: molti continuano a pensare che “sostenibile” significhi “non armi”, mentre il sistema lavora per rendere le armi “compatibili”.

I nomi, in questa storia, contano. Nel pacchetto di aziende europee che raccolgono più capitali “verdi” secondo la ricostruzione dell’inchiesta compaiono gruppi come Safran e Rheinmetall, insieme ad altri colossi del settore. E tra i beneficiari citati entra anche l’Italia: Leonardo viene indicata tra le società europee che attraggono investimenti provenienti da fondi etichettati come sostenibili. Il punto non è demonizzare un’azienda; è fotografare un fatto: se il capitale ESG confluisce in imprese della difesa, significa che la promessa al risparmiatore si è spostata, e spesso senza dirlo con chiarezza.

“Israeli destruction on al-Seqaly Street in Khan Younis, Gaza War, June 11 2024” by Rawanmurad2025 is licensed under CC BY-SA 4.0.

C’è poi un altro passaggio, più politico e più italiano: le interlocuzioni tra industria e istituzioni europee. Nella ricostruzione giornalistica viene richiamato un incontro del 2021 tra Alessandro Profumo, allora amministratore delegato di Leonardo, e un alto dirigente della Commissione competente per industria/defence & space, nel quale si esprimeva preoccupazione per l’esclusione della difesa dalla tassonomia UE (il sistema europeo che definisce quali attività possono essere considerate “sostenibili” ai fini di quel quadro).

Anche qui: non serve insinuare. Basta leggere la direzione del vento. Se il settore chiede legittimazione “green”, è perché quella legittimazione apre rubinetti di capitale e riduce il costo reputazionale dell’investimento.

La parte più delicata, e più rivelatrice, è quando il denaro “sostenibile” incontra aziende coinvolte in conflitti contemporanei. La stessa inchiesta segnala investimenti complessivi di 23 milioni di euro, da parte di 25 fondi etichettati come sostenibili, in Elbit Systems, grande produttore israeliano di armamenti e droni. Vengono citati, tra gli esempi, prodotti di grandi gestori internazionali e fondi con denominazioni legate alla transizione o all’ottimizzazione ESG.

Non è una sentenza morale, è un problema di verità commerciale: se un prodotto si presenta come “transizione” e dentro ci sono titoli di un’azienda bellica, non basta dire “abbiamo seguito le regole”. Bisogna ammettere che le regole, così come sono, permettono una cosa che molta gente ritiene incompatibile con l’idea stessa di sostenibilità.

E gli italiani? Gli italiani sono dentro questo sistema in due modi: come cittadini e come risparmiatori. Da un lato, perché una quota importante della domanda di finanza ESG passa anche dal nostro mercato. Dall’altro, perché l’interesse dichiarato per prodotti ESG è alto, e quindi l’etichetta funziona come scorciatoia di fiducia. Qui sta il punto che dovrebbe far scattare l’allarme: quando la fiducia diventa automatica, il marketing diventa potere.

In questo quadro, Banca Etica è un simbolo e per questo è anche un terreno di conflitto interno. Ed è importante dirlo con precisione: non perché “finanzia armi”, ma perché un gruppo di socie e soci ha sollevato una contestazione sulla filiera. La critica, per come è formulata pubblicamente, riguarda il fatto che Etica SGR (società di gestione del risparmio collegata al mondo della finanza etica) abbia nella propria compagine e/o nella propria rete di collocamento anche banche che, secondo quel gruppo, risultano coinvolte in operazioni legate all’export di armamenti (nel dibattito italiano spesso si usa l’etichetta “banche armate”, con riferimento alla rendicontazione connessa alla Legge 185/90).

La tesi dei contestatori non è “il fondo etico compra armi”, ma “una parte del valore generato da gestione e collocamento dei fondi può tradursi in utili e commissioni a vantaggio di istituti che fanno anche affari con l’industria bellica”. In quella ricostruzione compaiono anche cifre attribuite dai contestatori: distribuzioni di utili e flussi commissionali indicati come rilevanti. Proprio perché si tratta di un punto sensibile, la cosa che conta giornalisticamente è questa: esiste un conflitto documentato tra una narrazione pubblica di finanza etica e un dibattito interno sulla coerenza complessiva della filiera.

Qui la tentazione è chiuderla con una frase “etica”. Ma è il modo migliore per non capire nulla. Questa storia è materiale, non spirituale. È fatta di regolamenti che non vietano, lobby che riscrivono confini, istituzioni che spostano il lessico dalla pace alla sicurezza, gestori che inseguono rendimenti, e risparmiatori che comprano un aggettivo credendo che basti. È così che la guerra diventa sostenibile: non quando la gente smette di essere pacifista, ma quando le parole smettono di significare qualcosa di verificabile.

Se vogliamo evitare che “sostenibile” diventi una parola vuota, la richiesta minima è una sola: trasparenza reale e criteri comprensibili, non una neutralità che assolve tutto. Perché quando il confine morale si restringe alle sole armi vietate dai trattati, la sostenibilità non è più un progetto. È un’etichetta elastica. E in quella elasticità, a rimetterci, sono sempre gli stessi: cittadini convinti di investire nel futuro mentre finanziano l’industria del presente più violento.

“Anti-terrorist operation in eastern Ukraine (War Ukraine)” by Ministry of Defense of Ukraine is licensed under CC BY-SA 2.0.