Ispra mappa l’acqua d’Italia, ma i tubi la disperdono

C’è una cifra, in questa storia, che nessuno ha messo in prima riga. L’ISPRA ha appena pubblicato la nuova carta dell’acqua sotterranea italiana, e ci dice una cosa che fa piacere sentire: sotto i nostri piedi c’è un serbatoio enorme, che da solo copre più dell’ottantaquattro per cento dell’acqua potabile che beviamo ogni giorno. Dalle grandi sorgenti del Paese, quasi mille, censite una per una, tiriamo su qualcosa come 2,7 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Un tesoro, dice giustamente chi quella mappa l’ha disegnata.

Peccato che ne perdiamo di più. Ogni anno, solo nel tratto tra il serbatoio e il rubinetto, l’Italia lascia scappare dai tubi 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua potabile: il 42 per cento di quella che immette in rete (l’ultimo conto della CGIA di Mestre, di questi giorni, arrotonda a 3,8 miliardi).

Fermiamoci un secondo, perché è qui il punto: perdiamo per strada più acqua di quanta ne raccogliamo da tutte le grandi sorgenti d’Italia messe insieme. È come riempire un secchio bucato e poi vantarsi di quanto è profondo il pozzo.

Per capire quanta roba è, mettiamola così: l’acqua che sprechiamo in un anno basterebbe a far bere tre italiani su quattro per dodici mesi. E costa: quasi dieci miliardi di euro l’anno, calcola sempre la CGIA. Non è acqua che sparisce nel nulla. È acqua captata, resa potabile, pompata, pagata, e poi persa sotto l’asfalto prima di arrivare a casa di qualcuno.

Come mai un colabrodo simile? Per la ragione più semplice e più italiana che ci sia: i tubi sono vecchi e nessuno li cambia. Sei chilometri di rete su dieci sono stati posati più di trent’anni fa, uno su quattro ne ha più di cinquanta. E li sostituiamo così lentamente che, andando di questo passo, per rifare tutta la rete servirebbero più di due secoli e mezzo.

Nel frattempo, per tenerla in piedi, spendiamo circa un terzo di quello che spende in media un Paese europeo. In certe province — Latina, Siracusa, Belluno — dai tubi sparisce più acqua di quanta ne arrivi davvero ai rubinetti.

L’ISPRA non gestisce l’acqua, la studia. Fa le mappe, misura, conosce. La gestione è un’altra faccenda, ed è lì il vero guaio: dell’acqua italiana si occupano oltre milleseicento enti per tirarla su e quasi duemila per distribuirla, ognuno per conto proprio, in un mosaico che l’ISTAT chiama con eleganza “parcellizzazione” e che noi chiameremmo più semplicemente confusione.

L’ISPRA consegna alle istituzioni una mappa precisa di dove sta l’acqua. Poi quella mappa finisce sul tavolo di chi dovrebbe agire, e lì si ferma.

Foto Marco Miluzzi. Licenza: Creative Commons CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Perché — e la presidente dell’ISPRA lo dice quasi senza accorgersene — la carta serve a “mettere le istituzioni nelle condizioni di gestire meglio”. Vero. Ma la conoscenza c’era anche prima. Che perdiamo il quaranta per cento dell’acqua lo sappiamo da anni, lo ripetono ISTAT e Banca Mondiale a ogni giro.

Non ci mancava la mappa. Ci mancava, e ci manca, qualcuno che si prenda la responsabilità di aprire i cantieri giusti. Che non sono quelli che si inaugurano col nastro.

Nella stessa carta l’ISPRA suggerisce una cosa intelligente: usare i serbatoi naturali del sottosuolo per immagazzinare acqua, così da costruire meno dighe nuove in superficie. È buon senso — prima di scavare invasi costosi, smetti di perdere quella che hai già. Ma il buon senso, da noi, ha un problema di immagine.

Tappare un tubo non si intitola a nessuno, non taglia nessun nastro, non finisce in un video. Costruire una diga sì. È lo stesso vizio che ci fa franare le colline mentre discutiamo di grandi opere: la manutenzione, quella noiosa, non fa notizia, e così non si fa.

L’acqua che coliamo dai tubi e la terra che ci scivola addosso a ogni alluvione non sono due problemi diversi. Sono lo stesso problema: un Paese che tratta la cura di quello che ha già come una spesa da rimandare, non come un investimento da fare.

Ecco perché la notizia vera non è la mappa. La mappa è bellissima e utile, e chi l’ha fatta merita rispetto. La notizia vera è quello che la mappa ci mette davanti: siamo un Paese ricchissimo d’acqua che si comporta come se fosse a secco. E il problema, da quarant’anni a questa parte, non è mai stato sapere dov’è l’acqua. È decidere di non buttarla.

Foto da https://www.bmscience.net/blog/le-acque-sotteranee-le-falde-e-le-sorgenti-termali/