Come diventare analfabeta in ventiquattr’ore

C’è un talento raro, tutto italiano, che non viene insegnato nelle università e non si trova nei manuali di retorica: quello di trasformare un capolavoro letterario in carta igienica nel tempo necessario a leggere un’intervista.

Erri De Luca — scrittore, muratore, alpinista, icona della sinistra extraparlamentare, uomo che ha combattuto con Lotta Continua e si è fatto processare per i No Tav — ha rilasciato un’intervista a un giornale israeliano. Ha detto di essere sionista. Ha detto che a Gaza non c’è genocidio.

E in meno di ventiquattr’ore, decenni di culto letterario sono andati in cenere.

La folla ha deciso: i libri di De Luca vanno bruciati. Strappati. Appesi a testa in giù in biblioteca, come certi dittatori nelle piazze. Ci si sputa sopra. Tre cavalli? Spazzatura. Non ora, non qui? Mai letto, e ci tengo a farlo sapere su Instagram. La prosa asciutta, nervosa, biblica che qualcuno aveva definito unica nella letteratura italiana contemporanea si è rivelata, alla luce dei nuovi fatti, la prosa di un criminale. Come non averlo visto prima!

Il paradosso magnifico è questo: fino all’altroieri, queste stesse persone lo citavano a memoria. Lo portavano in processione. Lo appendevano — ma dritto, stavolta — alle pareti dei circoli culturali. Adesso scoprono di non averlo mai letto. Di non averlo mai sopportato. Di aver sempre sospettato qualcosa.

Io, al contrario, non l’ho mai particolarmente amato. I suoi libri non mi hanno mai preso. Ma ora — ora che la folla lo disprezza — sento quasi il dovere morale di rivalutarlo. Per par condicio nei confronti del mio stesso giudizio. Non lo farò, naturalmente. Perché la mia opinione letteraria non dipende dall’umore di Twitter alle tre del pomeriggio. È un metodo antico, quasi barbaro, ma funziona.

C’è poi la questione di principio, che vale indipendentemente da De Luca, da Israele, da Gaza, da qualunque latitudine del dolore mondiale. Trovo ridicolo — l’ho sempre trovato ridicolo — non far suonare un pianista russo perché Putin ha invaso l’Ucraina. Il pianista non ha invaso niente. Ha suonato Chopin. Ma la coerenza è una virtù noiosa, lo so. Non fa tendenza. Non ottiene like.

Torniamo alla scena madre: lo scrittore idolo che in poche ore diventa lo scrittore nemico. C’è qualcosa di magnificamente rivelatore in questa velocità. Significa che il culto non era mai stato per i libri. Era per la casacca. Finché De Luca indossava quella giusta, i romanzi erano bellissimi.

Appena ha detto ad alta voce quello che pensava i suoi romanzi sono diventati brutti. La prosa non è cambiata di una virgola. È cambiato l’intestatario.

Inserite pure questa crocifissione nell’archivio già ricco e variegato della follia contemporanea, tra il musicista russo che non può suonare Brahms perché Zelensky e lo chef giapponese che non può aprire un ristorante perché Hiroshima. L’archivio è aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, non chiude mai, e accetta nuovi ingressi con generosità commovente.

Erri De Luca nel frattempo è a Gerusalemme, all’International Writers Festival. Scala montagne, legge l’ebraico antico, ha le sue idee. Che piaccia o meno, le ha sempre avute. Il problema non è lui. Il problema è chi, fino a ieri, giurava di averle lette nei suoi libri.

Di Niccolò Caranti – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19234024