Make Accountability Great Again

Siamo al terzo giorno di bombardamenti — adesso anche dal mare — di Stati Uniti e Israele sull’Iran. Fin dal primo giorno abbiamo assistito alla “decapitazione” politica e militare della Repubblica islamica: la morte di Ali Khamenei e di altre decine di assassini e massacratori del popolo iraniano, colpiti dentro l’apparato militare e di sicurezza e dentro la dirigenza che regge il regime.

Sul terreno, la guerra ha già prodotto un numero di vittime civili che nessun comunicato militare riesce a rendere “collaterale”. Le cifre variano per fonte e sono per definizione provvisorie, anche perché l’Iran è difficilmente verificabile in modo indipendente durante un’offensiva. Il dato più solido, ripreso da più testate, parla di almeno 201 morti in Iran in un primo bilancio; dentro questa contabilità c’è un episodio che da solo sintetizza la deriva: il bombardamento di una scuola femminile a Minab, con un bilancio riportato fino a 165 morti.

Per questo abbiamo dato come titolo a questa riflessione “Make Accountability Great Again”, parafrasando lo slogan nazionalista di Trump. Letteralmente significa: “Rendiamo di nuovo grande la responsabilità di rendere conto”. Rendere conto soprattutto del bilancio civile, perché è lì che la politica mostra il suo vero volto: quando decide chi deve morire.

Il paradosso di legittimità

Un criminale dittatore, Khamenei, eliminato da due criminali eletti democraticamente, Netanyahu e Trump. Il paradosso sta tutto in questa formula. Non contiene un’equivalenza fra sistemi: una teocrazia del terrore non è comparabile a due democrazie. Contiene una constatazione più scomoda: i metodi stanno spingendo le democrazie a pratiche da potenza imperiale, poi rivestite di linguaggio morale.

Quando una democrazia rivendica il diritto di uccidere un capo politico straniero come atto risolutivo, il problema non è la simpatia per il bersaglio (nessuna). Il problema è la normalizzazione dell’idea che la legittimità si misuri nella capacità di colpire per primi, più forte, più lontano, più in alto nella catena di comando. La democrazia resta democrazia, ma diventa più povera nella sua parte migliore: limiti, controllo, responsabilità pubblica.

Diogene Notizie si è schierato senza esitazioni contro l’invasione della Russia e sostiene la resistenza ucraina. Nessun dubbio sulla legittimità dello Stato di Israele. Il pogrom del 7 ottobre ha innescato una reazione israeliana che, all’inizio, risultava politicamente prevedibile. Poi quella reazione si è trasformata in altro: non guerra a Hamas, ma sterminio dei palestinesi. Una guerra condotta in modo tale da rendere i civili la materia prima dell’operazione: morti, fame, sfollamento, distruzione sistematica di spazi vitali.

Hamas, Hezbollah, talebani, mullah, ayatollah iraniani vanno sradicati senza se e senza ma. Non sono “avversari” di una parte politica: sono nemici dell’umanità perché costruiscono potere su fanatismo, misoginia, repressione e terrore. Questo non autorizza qualunque mezzo, soprattutto per chi si dichiara “amico” dell’umanità. “Sradicare” non significa incenerire un territorio e sperare che dalle rovine emerga automaticamente una società migliore.

La dimostrazione tragica arriva anche dalla resa di Medici Senza Frontiere, costretti ad abbandonare gli ospedali di Gaza per la presenza di uomini armati di Hamas che continuano a operare. Decine di migliaia di morti palestinesi non sono serviti allo scopo dietro cui il governo israeliano ha mascherato la macellazione di un popolo, estendendo la sua azione fino all’annessione di territori della Cisgiordania. Non era Hamas l’obiettivo. Erano i civili palestinesi.

Decapitare non significa trasformare

La morte di Khamenei e il colpo ai vertici ripropongono lo stesso schema: non equivalgono al collasso del sistema teocratico. Il regime iraniano non è un uomo: è una rete di apparati, fedeltà, controllo sociale e coercizione. Le ricostruzioni occidentali insistono sul carattere “chirurgico” dell’operazione e sulla rapidità con cui avrebbe eliminato decine di figure di comando; questo, sul piano interno iraniano, non garantisce transizione democratica. Può garantire anche l’opposto: serrata securitaria e riorganizzazione del potere attorno ai corpi più duri.

Dopo tre giorni di bombardamenti non c’è traccia di una rivolta organizzata capace di usare il vuoto al vertice per rovesciare la teocrazia e costruire una democrazia. In strada si vedono reazioni frammentate: mobilitazioni ufficiali di lutto e propaganda, ma anche segnali di sollievo privato e paura. Il quadro è quello di un paese in cui l’iniziativa politica autonoma è stata smontata negli anni e in cui, nel mezzo di una guerra, lo spazio per organizzarsi si restringe ulteriormente.

In questo scenario l’Iran resta stretto tra due esiti plausibili e ugualmente tossici: un Khamenei 2.0 selezionato dall’apparato e sostenuto dai segmenti più coercitivi, oppure una gestione dall’esterno, un potere percepito come eterodiretto, cioè un governo “di transizione” che nasce già delegittimato perché associato alla forza straniera. In entrambi i casi la democratizzazione non arriva “per inerzia”: serve società civile, organizzazione, leadership alternativa, e servono condizioni minime di sicurezza. Non è ciò che produce una campagna di bombardamenti.

Foto IDF Spokesperson’s Unit CC BY-SA 3.0

Fondamentalismi: sconfitta necessaria, metodi disastrosi

Lo sradicamento del fondamentalismo religioso è necessario: non solo quello islamico in Medio Oriente, ma anche quello cristiano suprematista negli Stati Uniti e in Occidente, contro ogni forma di integralismo che trasformi Dio, patria o identità in licenza di violenza. La necessità non risolve il modo. Oggi il modo è quasi sempre questo: colpire, punire, devastare, amministrare poi le macerie.

Il risultato politico è ripetitivo: si eliminano quadri, si distruggono città, si ottiene una pausa tattica; nel frattempo si crea una generazione che cresce dentro lutto e umiliazione. Non “per cultura”, ma per esperienza: la violenza subita diventa biografia. La radicalizzazione non è un virus metafisico, è una catena materiale. Ne pagheremo le conseguenze tra un decennio.

Dentro questa catena si inserisce anche il cinismo post-bellico: Gaza rasa al suolo e immaginata come spazio di “ripianificazione” e valorizzazione immobiliare da board e tavoli internazionali non è pace, è conversione delle rovine in rendita. La lottizzazione delle macerie.

I popoli restano ostaggi

I popoli restano ostaggi. Quello israeliano e quello statunitense pagheranno con ulteriori strette alla democrazia: più eccezione, più sicurezza come ideologia, più controllo e meno dissenso legittimo. Il dovere nazionalista di stringersi intorno ai leader “impegnati nella lotta contro il male” diventa un dispositivo interno di disciplinamento. In nome della guerra si tollera l’autoritarismo, e lo si chiama responsabilità.

Quello iraniano, al momento privo di una società civile in grado di trasformare il trauma in progetto politico, resta schiacciato tra la continuità repressiva e l’ipotesi di un potere percepito come imposto. Il rischio immediato non è la democrazia. È la stabilizzazione di un nuovo blocco coercitivo, o la frammentazione violenta.

E i civili restano il centro reale della storia, anche quando sono lasciati ai margini della narrazione: famiglie iraniane sotto le bombe, israeliani sotto le ritorsioni e dentro l’emergenza permanente, palestinesi ridotti a popolazione sacrificabile; statunitensi non allineati, in un clima di intimidazione e restringimento degli spazi di dissenso, alimentato dagli omicidi politici degli apparati federali come l’ICE.

Resta una sensazione persino fisica di impotenza, per noi civili. Politicamente siamo una minoranza senza speranze immediate di spegnere l’incendio del mondo, derisi quando riproponiamo dialogo mentre si spara.

L’ordine che ha ormai preso forma è semplice e crudele: la violenza come unico linguaggio legittimo, l’eccezione come normalità, la propaganda come morale. In questo ordine la posizione più difficile è quella più elementare: stare dalla parte dei civili senza trasformare i civili in scudi retorici; rifiutare i carnefici senza diventare tifosi di altri carnefici; riconoscere i nemici dell’umanità senza concedere a nessuno la licenza di colpire “in nome dell’umanità”.

Non c’è una via d’uscita chiara dentro il rumore di fondo dei missili e delle vendette. C’è solo una disciplina: nominare i fatti, rifiutare le mistificazioni, non accettare che la distruzione diventi amministrazione ordinaria del mondo. Difendere la distinzione che oggi viene schiacciata: non tra “buoni e cattivi”, ma tra potere e vita. Tra chi decide e chi muore.

Chi scrive, come chi legge, non ha un potere da esercitare; ha una responsabilità da non tradire. Restare lucidi mentre tutto chiede appartenenza. Restare umani mentre tutto chiede disumanizzazione. Piangendo i civili morti e chiedendoci fino a quando saremo costretti ad avere paura dei vivi.

Foto Amiralis CC BY-SA 3.0