A pochi giorni dai referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno, l’Italia si trova di fronte a un paradosso inquietante: mentre milioni di cittadini saranno chiamati a esprimersi su diritti fondamentali come il lavoro e la cittadinanza, la gran parte dell’informazione pubblica tace. Un silenzio assordante che, più che disattenzione, ha i contorni netti di una scelta politica.
Secondo l’Osservatorio di Pavia, nel mese di maggio le principali reti Rai hanno dedicato in media appena 12 minuti al giorno alla questione referendaria. Sui canali del servizio pubblico, nessun confronto, nessun dibattito di rilievo, solo brevi spot istituzionali relegati a orari marginali. Eppure si tratta di quesiti che toccano la carne viva del Paese: dai contratti a termine ai licenziamenti illegittimi, dalla cittadinanza ai giovani migranti alla responsabilità negli appalti. Temi su cui, evidentemente, è meglio non far riflettere troppo l’opinione pubblica.
La sentenza che svela la linea della Rai sotto padrone
Ma c’è di più. Nei giorni scorsi il Tribunale del lavoro di Busto Arsizio ha pronunciato una sentenza destinata a far discutere. La magistratura ha dichiarato “discriminatoria” la circolare della Direzione generale Rai che imponeva ferie forzate o aspettativa non retribuita a dipendenti e collaboratori che avessero partecipato alla campagna referendaria, anche solo come simpatizzanti o membri di comitati.
Il provvedimento — indirizzato a cameraman, fonici, tecnici delle luci e altri operatori — veniva motivato con presunte esigenze di “terzietà” aziendale. Ma la sentenza parla chiaro: si tratta di una discriminazione basata su opinioni politiche e attività civiche legittime. Il ricorso è stato presentato dall’Associazione nazionale lotta alle discriminazioni (Anlod) con il sostegno del Sindacato lavoratori della comunicazione della Cgil.
È un fatto gravissimo: un’azienda pubblica — peraltro già sotto accusa per la scarsa copertura informativa — arriva a punire chi esercita pacificamente i propri diritti politici. E lo fa con mezzi burocratici meschini, come il collocamento forzato in ferie. Se questa non è censura preventiva, poco ci manca.
Mentre la Rai prova a giustificarsi sostenendo che “nessuno è stato obbligato” e che si tratta di “norme consuete”, il tribunale ha sentenziato l’opposto: quella circolare è un atto discriminatorio. Un abuso silenzioso, ma non per questo meno grave.
Un referendum che fa paura a chi comanda
La verità è che questo referendum non è una semplice consultazione tra le tante. È qualcosa di più: è l’esercizio diretto della sovranità popolare su temi fondamentali, fuori dalle liturgie dei partiti, al di là degli schieramenti tradizionali. È un momento in cui cittadini, comitati, sindacati, associazioni mettono in discussione assetti consolidati: il precariato legalizzato, i diritti ridotti, le disuguaglianze crescenti. Per questo fa paura.
Non è un caso se a promuovere quattro dei cinque quesiti è stata la CGIL, un sindacato che prova a riportare la voce dei lavoratori al centro del dibattito pubblico. Non è un caso se la grande stampa, con poche eccezioni, ha scelto il silenzio o l’accenno distratto. Non è un caso se i telegiornali pubblici hanno preferito il dibattito sterile sul calcio mercato a un confronto su temi come lavoro, cittadinanza, dignità.
L’informazione negata è un attentato alla democrazia
Quando si nega l’informazione su un referendum, non si limita la libertà di stampa: si limita il diritto dei cittadini a scegliere consapevolmente. È un attentato alla democrazia, portato avanti non con carri armati, ma con il telecomando, con le omissioni, con le ferie forzate ai tecnici “scomodi”.
Ecco perché questo silenzio non può essere ignorato. Non è solo una colpa professionale o una scelta editoriale: è una responsabilità politica. E, in uno Stato che si dice democratico, dovrebbe essere uno scandalo.



