In Italia vivono stabilmente 5 milioni e 371mila cittadini stranieri, il 9,1% della popolazione residente. Aggiungendo i regolari non ancora iscritti all’anagrafe e gli irregolari, la presenza complessiva sfiora i 5,9 milioni.
È il quadro tracciato dal 31° Rapporto sulle migrazioni 2025 della Fondazione ISMU, che descrive un fenomeno ormai strutturale, assai più stabile di quanto suggeriscano il linguaggio politico e la rappresentazione quotidiana degli sbarchi.
Il primo dato è demografico. Tra il 2012 e il 2024 i residenti con cittadinanza italiana sono diminuiti di 2 milioni e 274mila unità, mentre gli stranieri sono aumentati di un milione e 103mila, dimezzando la contrazione complessiva della popolazione.
Entro il 2055 l’Italia perderebbe quasi sei milioni di residenti anche mantenendo un saldo migratorio positivo; senza migrazioni, la perdita sarebbe più che doppia. Nella popolazione in età lavorativa il calo previsto è di quasi otto milioni, oltre dodici milioni a saldo migratorio nullo.
Non si tratta dunque di stabilire se l’Italia abbia bisogno dell’immigrazione. Ne ha già bisogno per sostenere il lavoro, il sistema previdenziale e una società che invecchia. Il problema è la qualità dell’inclusione.
Gli occupati stranieri sono circa 2 milioni e 450mila, il 10,6% del totale, ma restano concentrati nei settori meno qualificati e più faticosi: servizi alla persona, agricoltura, turismo ed edilizia. L’86% lavora alle dipendenze. Alla loro presenza, ormai essenziale, continuano ad associarsi bassi salari, scarsa mobilità professionale e spreco delle competenze.
La penalizzazione è ancora più evidente per le donne provenienti da Paesi esterni all’Unione europea. Al peso dell’origine si sommano le disuguaglianze di genere e, nel Mezzogiorno, quelle territoriali. Una parte consistente delle occupate resta confinata nel lavoro domestico e di assistenza.
Le «catene della cura» spiegano la prevalenza femminile nelle comunità ucraine, polacche, moldave, filippine e peruviane: l’Italia affida una quota rilevante della cura di anziani e famiglie a donne arrivate dall’estero, senza trasformare questo contributo in vera emancipazione sociale.
Il radicamento emerge dalle famiglie e dalle cittadinanze. Nel Paese vivono 2 milioni e 743mila famiglie con almeno un componente straniero, più del 10% del totale. Nel 2024 sono state concesse 217.448 cittadinanze italiane; nell’ultimo decennio le acquisizioni hanno superato un milione e 660mila e oltre 620mila hanno riguardato persone con meno di vent’anni.
Sono ragazzi nati o cresciuti in Italia che diventano formalmente italiani dopo averlo già fatto nella scuola, nella lingua e nelle relazioni quotidiane.

La scuola è il principale laboratorio di questa trasformazione. Quasi mezzo milione di giovani tra gli 11 e i 19 anni ha cittadinanza straniera e circa sei su dieci sono nati in Italia. La Lombardia accoglie il 26% degli alunni con cittadinanza non italiana; in Emilia-Romagna rappresentano il 18,7% della popolazione scolastica.
Eppure persistono divari nei risultati, nei ritardi, nelle scelte dopo la scuola media e nell’accesso agli studi superiori. La scuola include, ma non riesce ancora a interrompere la trasmissione delle disuguaglianze.
Il dato più duro riguarda la povertà. Nel 2024 era povero in termini assoluti il 30,4% delle famiglie con almeno uno straniero, contro il 6,2% di quelle composte soltanto da italiani. La quota saliva al 35,2% nelle famiglie interamente straniere e al 40,5% quando erano presenti minori.
L’immigrazione è una risorsa per l’economia italiana, ma chi emigra resta esposto a un rischio di esclusione enormemente superiore. Spesso neppure lavorare basta per uscire dalla povertà.
Sul fronte degli arrivi il Rapporto ridimensiona la narrazione dell’invasione. Gli sbarchi del 2025 sono sostanzialmente in linea con il 2024 e lontani dai picchi del 2023. Nei primi otto mesi l’88% delle partenze è avvenuto dalla Libia, dopo gli accordi che hanno frenato la rotta tunisina.
Le domande d’asilo erano state circa 151mila nel 2024 e sono scese a 81mila nei primi otto mesi del 2025, ma le pratiche in attesa hanno raggiunto quota 216mila. Nei primi sei mesi dell’anno il 69,5% delle richieste è stato respinto in prima istanza, mentre molti ricorsi hanno successivamente ottenuto una forma di protezione.
È questa la contraddizione centrale: la società italiana incorpora lentamente l’immigrazione, mentre la politica continua a trattarla quasi soltanto come una questione di confini, rimpatri e sicurezza.
L’opinione pubblica appare meno rigida della sua rappresentazione: nel 2024 il 57% considerava gli immigrati una risorsa, contro il 41% del 1998; la quota di chi riteneva che «rubino il lavoro» agli italiani è scesa dal 54 al 32%.
L’Italia immigrata non è un’ipotesi futura né un’emergenza passeggera. È una componente decisiva del presente. La vera emergenza è l’assenza di una politica capace di governarla: programmare ingressi legali, contrastare lo sfruttamento, riconoscere le competenze, ridurre la povertà e garantire scuola, salute e cittadinanza.
Continuare a discutere soltanto di barche significa ignorare milioni di persone che sono già parte del Paese e dalle quali dipende una quota crescente del suo futuro.



