Nel 1991, l’ex dipendente di una nota casa d’aste londinese viene processato e condannato per reati legati al furto di antichità e denaro ai danni della sua datrice di lavoro. Prima che i suoi crimini vengano scoperti, l’uomo sottrae e fotocopia numerosi documenti interni della casa d’aste, attestanti condotte non trasparenti tenute dalla stessa con riferimento al commercio di antichità. Scoperto e tratto in arresto per i crimini commessi, consegna la documentazione compromettente al giornalista investigativo Peter Watson. Il materiale costituisce la premessa di varie inchieste giornalistiche mirate a verificare la regolarità del modus operandi della casa d’aste in questione, ponendo le basi per ulteriori sviluppi in tal senso, che si registreranno nel corso degli anni Novanta.
Agosto 1995: un ex capitano Guardia di Finanza, Pasquale Camera, rimane vittima di un incidente stradale mentre percorre l’autostrada del Sole. Nel vano portaoggetti della sua vettura, la polizia rinviene una pistola e alcune fotografie Polaroid di reperti archeologici. Ulteriori indagini consentono di acquisire un documento, scritto a mano dallo stesso Camera, che ricostruisce l’organigramma completo di una vasta e ramificata organizzazione dedita al traffico illecito di manufatti antichi, dalle bande dei cosiddetti tombaroli e i loro capi agli intermediari che contrabbandano i tesori saccheggiati fuori dall’Italia e da altri Paesi, dai mercanti d’arte internazionali che collocano la refurtiva attraverso le case d’asta, ai curatori museali, le istituzioni e i collezionisti privati che la acquistano.
La documentazione rivela, tra l’altro, che una holding con sede in Svizzera, denominata Editions Services, gestita da un prestanome dell’antiquario Giacomo Medici, ha venduto tre antiche sculture in marmo precedentemente rubate da una collezione italiana.
13 settembre 1995: agenti della polizia italiana e svizzera fanno irruzione negli uffici di Editions Services siti presso il porto franco di Ginevra, “la speciale zona commerciale nei pressi dell’aeroporto dove è possibile immagazzinare, acquistare e vendere merci internazionali in modo discreto e esente da imposte.”1
L’inchiesta permette di recuperare centinaia di opere d’arte dell’antica Grecia, di Roma ed etrusche: tra queste ultime, dei piatti da tavola del valore di due milioni di dollari. Sequestrati poi corposi registri contenenti documentazione di vendita e corrispondenza tra l’organizzazione di Medici e i mercanti d’arte di Londra e New York, nonché raccoglitori e scatole con migliaia di fotografie di reperti. La documentazione fotografica, in particolare, dà conto della “storia” di singoli pezzi, dal rinvenimento negli scavi clandestini, alla ricostruzione e all’immissione sul mercato, dove questi vengono venduti per decine di migliaia, e talvolta milioni, di dollari. In alcuni casi, le foto documentano persino la collocazione dei pezzi all’interno di famosi musei.2
Dalla documentazione recuperata, è possibile accertare il coinvolgimento della banda negli scavi e nel saccheggio di almeno una villa romana a Pompei, in precedenza sconosciuta: nella circostanza, sono stati rimossi dalle mura diversi affreschi completi.
La vicenda ha proporzioni assai consistenti e articolatissimi sviluppi: per una sua puntuale ricostruzione, rinviamo all’inchiesta giornalistica che Watson e Todeschini le hanno dedicato nel 20063. L’indagine giudiziaria vede numerosissimi inquisiti; Giacomo Medici, in particolare, viene arrestato nel 1997 e, nel 2011, condannato in via definitiva a otto anni di reclusione, e a un risarcimento milionario in favore del Ministero dei Beni Culturali, per traffico illecito di reperti archeologici, ricettazione ed esportazione illegale. Nelle carte dell’indagine compaiono, tra gli altri, anche un mercante inglese, Robin Symes, un collezionista americano, Robert “Bob” Hecht e Marion True, ex curatrice del Getty Museum: assolti per intervenuta prescrizione dei reati loro contestati.4
Il cratere di Eufronio
Medici viene a sua volta prosciolto, per intervenuta prescrizione, dal reato di ricettazione del celebre vaso di Eufronio, noto anche come cratere di Sarpedonte. È un calice decorato a figure rosse, alto 45,7 cm con un diametro di 55.1 cm, realizzato dal ceramista Euxitheos e dipinto dal ceramografo Eufronio verso il 515 a.C.: entrambi sono considerati tra i maggiori maestri della tecnica della ceramica a figure rosse5.
Sul lato A vi è la raffigurazione della morte di Sarpedonte, eroe semidio, figlio di Zeus e Laodamia, re dei Lici, ucciso da Patroclo durante la guerra di Troia. Il suo corpo senza vita e privo di armatura viene trasportato da Hypnos e Thanathos in Licia per essere sepolto. Sullo sfondo, Hermes psicopompo, accompagnatore di anime. Ai lati, Hyppolitos e Leodamas. Il lato B raffigura tre giovani guerrieri che si accingono alla battaglia, armandosi in presenza di due opliti.
Il cratere viene rinvenuto nel 1971, nel corso di scavi clandestini condotti presso la necropoli etrusca di Greppe Sant’Angelo, in località Monte Sant’Antonio, a Cerveteri. Viene condotto in Svizzera, in attesa che venga approntata la documentazione falsa che ne attesti una diversa provenienza e successivamente acquistato dal Metropolitan Museum of Art di New York6, per un milione di dollari. La circostanza ha ampio risalto mediatico, il New York Times gli dedica un corposo articolo sul Magazine della domenica, attirando l’attenzione di molti esperti e archeologi, che subito si dicono perplessi e dubitano che un reperto tanto significativo sia rimasto fino a quel momento sconosciuto7.
Solo nel 2006, in seguito alle indagini condotte dai Carabinieri dell’allora Nucleo Tutela Patrimonio Artistico ed al lavoro dell’Avvocatura dello Stato, del Ministero dei Beni Culturali e della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale, si giunge alla sottoscrizione di un accordo per il rimpatrio del cratere. Tornato in Italia nel 2008, viene inizialmente esposto al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e, dal 2015, presso il Museo Nazionale Archeologico di Cerveteri8.

Le dinamiche del traffico
Quella che abbiamo riportato, per sommi capi e senza alcuna pretesa di completezza, è una vicenda che potremmo definire paradigmatica di un fenomeno, quello del traffico illecito di reperti archeologici, che costituisce uno dei mercati criminali transnazionali più redditizi, complessi e problematici, posto all’intersezione tra criminalità organizzata, white-collar crime e mercato d’arte d’élite. La moderna ricerca criminologica si interessa a esso non inquadrandolo semplicemente nella fattispecie del mero furto di beni materiali, ma come fattore determinante la distruzione dell’assetto stratigrafico dei contesti archeologici e dunque, come irreversibile vulnus alla memoria storica condivisa.
Il traffico di antichità si configura come un mercato grigio, grazie al quale merci d’origine illegale vengono progressivamente integrate nel circuito legale. Un contributo decisivo in tal senso viene fornito dai cosiddetti “facilitatori” – antiquari, periti, curatori, etc. – che, attraverso l’omissione delle opportune verifiche o persino la certificazione dell’origine fittizia di un reperto, rendono arduo identificarne l’effettiva, illecita provenienza.
Il reperto archeologico costituisce, ovviamente, una risorsa finita e non rinnovabile. La filiera criminale che lo riguarda si snoda lungo tre principali vettori:
- gli Stati sorgente: il saccheggio avviene prevalentemente in aree archeologiche vulnerabili, zone di conflitto o Paesi in via di sviluppo. E i tombaroli locali, spesso indotti a dedicarsi a questo traffico da critiche condizioni socio-economiche, finiscono per ottenere, a titolo di compenso, una frazione infinitesimale del valore finale di mercato dell’oggetto del traffico;
- gli snodi di transito: attraverso porti franchi e intermediari regionali, i reperti vengono provvisti di documentazione di esportazione falsa o contraffatta, per occultarne la reale provenienza geografica;
- i mercati di destinazione: i reperti vengono infine acquisiti da gallerie d’arte, case d’asta, collezionisti privati e, in alcuni casi, persino musei di Paesi ad alto reddito.
Per quanto riguarda i Paesi d’origine, si registrano aree di saccheggio nell’Europa Mediterranea e Orientale (Italia, Grecia, Turchia, Bulgaria): nonostante incisive strategie di contrasto, l’estrema ricchezza del patrimonio archeologico alimenta costantemente lo scavo clandestino. In Medio Oriente e Nord Africa (Iraq, Siria, Egitto, Libia, Yemen), i conflitti armati e le crisi istituzionali hanno reso tale contesto, secondo certe valutazioni, l’epicentro degli scavi clandestini. Gruppi criminali e milizie locali hanno spesso utilizzato il traffico di antichità per finanziare attività belliche. Nell’Africa Subsahariana (Mali, Nigeria) il fenomeno si registra in proporzioni assai consistenti, come nell’Asia Meridionale e Sud-Orientale (Afghanistan, Pakistan, Cambogia, India) e in America Latina (Messico, Perù, Guatemala, Bolivia).
Gli snodi di transito e i porti franchi – come quelli di Ginevra, di Singapore, del Lussemburgo, di Pechino e di Shangai9 – ospitano contesti in cui la merce può sostare anche per periodi assai prolungati, essere venduta in regime di esenzione fiscale e con piena tutela dell’anonimato delle parti coinvolte. Con riferimento alla fattispecie in esame, in simili contesti è possibile conservare i reperti in attesa della realizzazione dei necessari documenti di provenienza fittizi o della prescrizione dei reati connessi alla loro illecita acquisizione. Si registrano, in questi casi, anche fenomeni come il frazionamento dei carichi e l’errata dichiarazione doganale (reperti etichettati, ad esempio, come “falsi moderni” o “oggetti d’arredo”).
I principali Paesi ad alto reddito che fungono da mercati di destinazione, assorbendo i flussi del traffico illecito, coincidono storicamente con le nazioni ospitanti i mercati dell’arte più floridi e i più grandi musei cosiddetti enciclopedici: gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, la Francia, la Svizzera e il Giappone10.
I proventi su scala mondiale
Le stime globali sui proventi del traffico illecito di reperti archeologici e beni culturali non sembrano approdare a esiti conclusivi. Secondo l’Unesco, non risulterebbe possibile acquisire cifre esatte a causa della difficoltà di individuare e monitorare simili attività illecite; tuttavia: a) la Museum Association stima che i profitti derivanti dal commercio illecito di antichità vadano da 225 milioni a 3 miliardi di dollari l’anno; b) l’Organized Crime Group della polizia metropolitana del Regno Unito e l’Interpol calcolano che questi stessi profitti ammontano annualmente tra 300 milioni e 6 miliardi di dollari; c) il Fondo Monetario Internazionale ha osservato che la somma disponibile per il riciclaggio di denaro attraverso il mercato dell’arte ammontava al 2,7% del Pil mondiale nel 2009, pari a 1,6 miliardi di dollari11.
Analisi indipendenti e studi specifici, tra cui quelli della Rand Corporation, ritengono molte stime plurimilionarie prive di effettivi riscontri12. Recenti ricerche concludono inoltre che il giro d’affari effettivo delle sole antichità illecite si aggirerebbe verosimilmente nell’ordine di poche centinaia di milioni di dollari, attesa la difficoltà di separare i circuiti legali da quelli illegali13.
L’opinione dell’archeologo
Eric H. Cline, Direttore del Capitol Archaeological Institute presso la George Washington University, con all’attivo più di trenta campagne di scavo in Israele, Egitto, Giordania, Cipro, Grecia e Creta, illustra efficacemente, in un suo contributo, le deleterie conseguenze del trafugamento di reperti dal sito di origine, come abbiamo visto spesso associato alla creazione di falsi “pedegree”: “…ogni oggetto in uno scavo archeologico […] ha un contesto”, scrive. “Quest’ultimo è cruciale per comprendere l’oggetto in questione e include quanto è stato ritrovato insieme ad esso […] e comprende ciò che gli sta intorno fisicamente […]. Conoscere il contesto di un manufatto spesso può aiutarci a capire come ci è arrivato. E di frequente permette di stabilirne anche la data assoluta […]. È per lo più il contesto di ciascun oggetto antico a renderlo così importante e a distinguere il lavoro dell’archeologo da quello del cercatore di tesori o del tombarolo.”14
Dunque, “i falsi e le contraffazioni possono alterare in modo irrimediabile […] la nostra conoscenza del mondo antico.”15
1 “Breaking Up the Art Mob”, Men’s Vogue, vol. 2, no. 3, November-December 2006, p. 44 (“the special commercial zone near the airport where international goods can be stored, bought, and sold, discreetly and tax-free”).
2 Ivi, p. 46.
3 P. Watson, C. Todeschini, The Medici Conspiracy. The Illicit Journey of Looted Antiquities from Italy’s Tomb Raiders to the World’s Greatest Museums, Public Affairs, New York, 2006.
4 P. Biondani, L. Sisti, “Il traffico di reperti rubati per i grandi musei: nei sequestri in Usa sono coinvolti anche trafficanti italiani”, L’Espresso, 30 gennaio 2023, https://lespresso.it/c/inchieste/2023/1/30/il-traffico-di-reperti-rubati-per-i-grandi-musei-nei-sequestri-in-usa-sono-coinvolti-anche-trafficanti-italiani/3659 (consultato il 25 agosto 2026).
5 A. Giuliano, Arte greca. Dall’età classica all’età ellenistica, Il Saggiatore, Milano, 1987; J. Boardman, “Ceramiche attiche a figure rosse”, in Storia dei vasi greci: vasai, pittori e decorazioni, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 2004.
6 C. Cumbo, “Il cratere di Eufronio con la morte di Sarpedonte”, La tutela del patrimonio culturale, 20 aprile 2020, https://latpc.altervista.org/il-cratere-di-eufronio-con-la-morte-di-sarpedonte/ (consultato il 25 agosto 2026).
7 A. Zecca, “Archeomafia: il traffico di opere d’arte trafugate dai siti archeologici italiani”, Terraferma, 26 aprile 2020, https://terraferma.home.blog/2020/04/26/archeomafia-il-traffico-di-opere-darte-trafugate-dai-siti-archeologici-italiani/ (consultato il 25 agosto 2026).
8 “Arte rubata, il cratere torna a Cerveteri”, Il Tempo, 21 dicembre 20214, https://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2014/12/19/gallery/arte-rubata-il-cratere-torna-a-cerveteri-963383 (consultato il 25 agosto 2026).
9 F. Broccardi, “Porti franchi e mani libere. L’arte ai confini della legge”, Artribune, 22 novembre 2025, https://www.artribune.com/attualita/2015/11/porti-franchi-arte-legge (consultato il 25 agosto 2026). Sul porto franco di Ginevra, v., in particolare, R. Galullo, A. Mincuzzi, “Il porto franco di Ginevra ultimo baluardo della segretezza in Svizzera”, Il Sole 24 Ore, 6 dicembre 2027, https://www.ilsole24ore.com/art/il-porto-franco-ginevra-ultimo-baluardo-segretezza-svizzera-AEcwnpMD?refresh_ce=1 (consultato il 25 giugno 2026).
10 V. Noce, “Unesco. Il traffico illecito non vale 10 miliardi di dollari”, Il Giornale dell’Arte, 23 dicembre 2020, https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/UNESCO-%7C-Il-traffico-illecito-non-vale-10-miliardi-di-dollari (consultato il 25 agosto 2026).
11 Unesco. The illicit trafficking of cultural goods shall be recognized as a security issue, 23 November 2023, https://www.unesco.org/en/articles/illicit-trafficking-cultural-goods-shall-be-recognized-security-issue (consultato il 25 agosto 2026).
12 D. Yates, N. Brodie, “The illicit trade in antiquities is not the world’s third largest illicit trade: a critical evaluation of a factoid”, in Antiquity, Vol. 97 (394), 2023, pp. 991-1003.
13 Ibidem.
14 E.H. Cline, Negli scavi. L’archeologia raccontata da chi la fa, Bollati Boringhieri, Torino, 2021, pp. 35-36 (Digging Deeper. How Archaeology Works, Princeton University Press, Princeton, 2020).
15 Ivi, p. 37.



