Welfare comunale, da 607 a 38 euro: l’Italia dei divari

In Italia anche l’accesso ai servizi sociali ha un codice postale. A seconda del luogo in cui si vive, un Comune può spendere per i propri cittadini diverse volte quanto viene speso altrove. Non si tratta di differenze marginali, ma di una distanza che attraversa il Paese da nord a sud e che diventa ancora più profonda quando si confrontano singole province, piccoli centri e grandi città.

Il quadro emerge dal rapporto sulla spesa sociale dei Comuni pubblicato nel luglio 2026 dall’Area Stato sociale e diritti della Cgil, elaborato sugli ultimi dati disponibili dell’Istat, relativi al 2022. Un’avvertenza temporale necessaria, che tuttavia non riduce la portata di numeri capaci di fotografare un problema strutturale del welfare italiano.

Nel 2022 i Comuni, singolarmente o in forma associata, hanno destinato ai servizi sociali e socio-educativi 8,9 miliardi di euro. A questa cifra vanno aggiunti 1,2 miliardi rimborsati dal Servizio sanitario nazionale e 812 milioni pagati direttamente dagli utenti, per un totale di 10,9 miliardi di euro. Complessivamente, gli interventi e i servizi sociali comunali hanno raggiunto 8,9 milioni di persone.

Ma la media nazionale dice poco. Al netto della compartecipazione degli utenti e del Ssn, i Comuni spendono 150 euro per abitante. Nel Nord-est diventano 207, nel Centro 165, nel Nord-ovest 162 e nelle Isole 144. Nel Sud precipitano a 78 euro, poco più della metà della media italiana e meno del 40 per cento di quanto viene speso nel Nord-est.

Il confronto tra i territori rende ancora più evidente la distanza. Nella provincia autonoma di Bolzano la spesa sociale comunale raggiunge 607 euro per abitante, in Friuli Venezia Giulia 318, in Sardegna 306. In Calabria si ferma a 38 euro, in Basilicata a 68, in Campania a 71. Tra Bolzano e la Calabria il rapporto è di sedici a uno.

E persino le medie regionali nascondono differenze enormi. Dopo Bolzano, tra le province con la spesa più elevata figurano Trieste con 427 euro per abitante, Oristano con 356, Gorizia con 324, Cagliari con 313 e Bologna con 308. Dall’altra parte della graduatoria ci sono Crotone con 42 euro, Catanzaro con 38, Caserta e Cosenza con 37. A Vibo Valentia si arriva ad appena 18 euro per abitante.

Non è soltanto una questione geografica. Conta anche la dimensione del Comune. Nei centri con più di 50 mila abitanti la spesa media arriva a 196 euro pro capite, mentre nei Comuni sotto i 2 mila abitanti scende a 116. Nelle aree centrali si spendono mediamente 158 euro, nelle aree interne 122. Il risultato è che proprio nei territori più piccoli e periferici, dove spesso raggiungere un servizio richiede più tempo e più risorse, il welfare locale dispone di meno denaro.

Foto William Murphy, licenza CC BY-SA 2.0

Una delle ragioni emerge osservando come viene finanziato il sistema. La metà della spesa sociale, il 50 per cento, arriva direttamente dalle risorse proprie dei Comuni. I fondi regionali vincolati rappresentano il 18 per cento, quelli vincolati provenienti dallo Stato o dall’Unione europea il 13 per cento, il fondo indistinto per le politiche sociali l’8 per cento. In altre parole, una quota decisiva della capacità di garantire servizi dipende dalle disponibilità finanziarie dell’ente locale. E quando i territori partono da condizioni economiche profondamente diverse, anche il welfare finisce inevitabilmente per riflettere quelle differenze.

La voce più consistente riguarda famiglie e minori: 3,3 miliardi di euro, il 37 per cento della spesa comunale complessiva, destinati a 2,7 milioni di utenti. Quasi metà delle risorse di quest’area va a nidi e servizi educativi per la prima infanzia. Anche qui la distanza territoriale è impressionante. Considerando la popolazione tra zero e 17 anni, la spesa media è di 362 euro, ma si passa dagli 883 euro di Bolzano ai 96 della Calabria. A livello provinciale Trieste raggiunge 1.048 euro per minore, mentre Vibo Valentia si ferma a 53.

Alle persone con disabilità sono destinati 2,4 miliardi, il 28 per cento della spesa, per oltre 883 mila utenti. È una delle aree che, secondo il rapporto, ha registrato l’incremento più significativo nell’ultimo decennio. La spesa media calcolata sulla popolazione di riferimento è di 2.219 euro, ma ancora una volta la media nazionale nasconde un Paese diviso: 7.491 euro a Bolzano, 395 in Calabria. Tra le province si passa dai 7.181 euro di Oristano ai 188 di Vibo Valentia.

Per gli anziani i Comuni spendono invece 1,3 miliardi, il 15 per cento del totale, una quota che il rapporto segnala in netto calo nell’arco del decennio. Gli utenti sono circa un milione e mezzo. La spesa media per gli ultrasessantacinquenni è di 93 euro a persona, ma raggiunge 1.459 euro a Bolzano e scende a 19 in Calabria. Catanzaro e Vibo Valentia arrivano ad appena 8 euro.

Ci sono poi 800 milioni destinati alla povertà e al disagio degli adulti, per 1,4 milioni di utenti. Dentro questa cifra rientrano interventi di emergenza, contributi per l’alloggio, integrazioni del reddito, buoni spesa, buoni pasto e programmi di inserimento lavorativo. La media nazionale è di appena 22 euro per residente tra 18 e 64 anni. A Cagliari si sale a 113 euro, a Vibo Valentia si scende a uno.

È su questi squilibri che assume un significato concreto la partita dei Leps, i Livelli essenziali delle prestazioni sociali. In teoria dovrebbero stabilire ciò che deve essere garantito a ogni cittadino indipendentemente dal luogo di residenza. Il rapporto ricorda però che il quadro resta frammentato, costruito nel tempo attraverso norme e strumenti differenti e con finanziamenti non sempre adeguati. Tra gli standard previsti c’è, per esempio, la presenza di almeno un assistente sociale ogni 5 mila residenti negli Ambiti territoriali sociali, con un obiettivo intermedio per il 2026 di uno ogni 6.500. Per l’assistenza domiciliare socio-assistenziale alle persone non autosufficienti è prevista un’ora settimanale, ma lo stesso documento segnala che la misura non dispone di un finanziamento nazionale specifico ed è posta a carico dei bilanci locali.

Ma questi numeri non raccontano soltanto quanto spendono i Comuni. Raccontano quale servizio può trovare una famiglia con un bambino piccolo, quale sostegno può ricevere una persona disabile, quanta assistenza domiciliare può ottenere un anziano, quali possibilità ha chi perde il lavoro o non riesce a pagare l’affitto. Se la garanzia di questi servizi continua a dipendere in misura così forte dalle risorse del territorio in cui si vive, il rischio è che un diritto sociale formalmente nazionale rimanga, nella pratica, profondamente locale.

Il problema, insomma, non è soltanto quanto l’Italia spende per il welfare comunale. È dove lo spende. E soprattutto quanto può cambiare la protezione garantita a una persona semplicemente attraversando un confine provinciale.

Foto Sergio D’Afflitto licenza CC BY-SA 4.0