Il Sahel prepara la sua moneta sovrana contro la povertà

Tra il 2023 e il 2025 qualcosa di potente e simbolico ha cominciato a muoversi nel cuore dell’Africa. Mali, Burkina Faso e Niger – tre paesi segnati da colpi di Stato, povertà cronica e instabilità militare – hanno detto basta. Basta con la Cedeao, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, considerata ormai un braccio armato dell’Occidente. Basta con la dipendenza dai donatori esterni. Basta soprattutto con la prigione monetaria del franco CFA, la valuta colonial-francese che ancora oggi vincola le economie dell’Africa occidentale.

Così nasce l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES): prima come patto militare, poi come manifesto di autonomia economica. E oggi, come laboratorio di una nuova sovranità finanziaria che punta a una banca comune, tariffe doganali condivise, passaporto unico e forse, domani, una moneta indipendente.

Povertà strutturale, il vero nemico interno
Nel Sahel, oltre il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà assoluta. L’accesso a sanità, istruzione, infrastrutture di base è frammentario e diseguale. Le economie locali dipendono da agricoltura precaria, importazioni costose e aiuti internazionali, mentre i tassi di disoccupazione giovanile sono tra i più alti del continente.

È in questo terreno che cresce anche l’altro volto della crisi: l’espansione dei gruppi jihadisti. Negli ultimi dieci anni, i movimenti armati affiliati ad Al-Qaeda e all’ISIS hanno radicato il loro controllo in vaste aree rurali, approfittando del vuoto statale e offrendo, paradossalmente, servizi e reddito dove lo Stato è assente.

Non più “zona franca”, ma zona Sahel
Nel gennaio 2024, Mali, Niger e Burkina Faso escono ufficialmente dalla CEDEAO. In pochi mesi, eliminano il roaming mobile tra loro, introducono un dazio doganale uniforme dello 0,5% sulle importazioni e avviano la produzione di un passaporto congiunto AES. Mosse simboliche? No. Sono i primi mattoni di un progetto di integrazione economica accelerata che non chiede permessi a Bruxelles o a Parigi.

A maggio 2025 arriva la svolta: la nascita della Banca Confederale per gli Investimenti e lo Sviluppo (BCID-AES) con un capitale iniziale di 500 miliardi di franchi CFA. Ufficialmente servirà per finanziare infrastrutture, sviluppo industriale e sostenere le economie locali. Ma nella sostanza, è un atto politico di rottura.

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“La vera indipendenza è economica, non diplomatica”, ha dichiarato l’economista Magaye Gaye. E in effetti l’obiettivo è chiaro: creare uno spazio autonomo capace di autofinanziarsi e parlare con nuovi partner – dai BRICS ai fondi sovrani africani – senza passare per i soliti tavoli occidentali.

Una moneta del Sahel contro l’insicurezza
L’idea di una moneta comune è già sul tavolo. Non si tratta solo di uscire dal franco CFA, ma di sostituirlo con una valuta africana, costruita per rispondere a bisogni locali, non ai dogmi dell’austerità monetaria imposti da fuori. I tre paesi rappresentano già il 75% del territorio dell’UEMOA e il 50% della sua popolazione. Il potenziale c’è.

Ma qui si gioca anche una partita di sicurezza. Privare i gruppi jihadisti del consenso popolare richiede strumenti economici: lavoro, credito, servizi, autonomia fiscale. Una nuova moneta – se legata a un piano industriale concreto – può rappresentare un’arma politica più efficace di qualsiasi drone militare.

Geopolitica monetaria: il Sahel fuori dall’orbita francese
La fine del franco CFA nel Sahel non è solo un cambiamento tecnico. È uno strappo geopolitico. È il segnale che il tempo della “Françafrique” è davvero al tramonto. Ed è un monito a tutti gli altri paesi dell’Africa occidentale, che ancora oggi appoggiano le loro politiche monetarie a una banca centrale controllata da Parigi.

La creazione di una valuta AES – o “Sahel” – equivarrebbe a una vera e propria riappropriazione della sovranità monetaria, strumento chiave per decidere da soli tassi di cambio, credito interno, investimenti pubblici. E per chi osserva da Bruxelles, Washington o Parigi, non è una buona notizia. Perché la valuta è potere.

Moneta, sicurezza e sovranità sono la stessa battaglia
La lotta all’insicurezza jihadista non può essere vinta con mezzi militari da soli. Deve passare anche per una trasformazione economica radicale, costruita sul controllo delle leve fiscali, industriali e monetarie. L’AES – se riuscirà a dotarsi dei mezzi che corrispondano alle sue ambizioni – può diventare non solo un modello di indipendenza africana, ma una risposta strutturale alla guerra e alla povertà.

Quello che comincia come un progetto di cooperazione può diventare, per la prima volta, una reale architettura di resistenza politica, economica e sociale nel cuore del continente.

“Sahel – Mauritanie: En Mauritanie, les femmes prennent l’initiative pour faire face aux crises” by United Nations Development Programme is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.