Il PKK si scioglie. Ma che pace sarà per i curdi?

Si cominciano a misurare gli effetti della decisione storica annunciata dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) con il suo scioglimento. Con oltre 40mila vittime in quattro decenni (fonte Human Rights Watch), la chiusura della stagione del conflitto con lo Stato turco dovrebbe segnare un passaggio epocale. Ma la domanda più importante rimane: che futuro attende davvero la popolazione curda in Turchia?

Lo scioglimento del PKK è stato ufficializzato. Il cessate il fuoco era stato dichiarato due mesi prima, mentre Abdullah Öcalan, leader storico detenuto dal 1999, aveva già pubblicamente incoraggiato il gruppo a porre fine alla lotta armata.

Ma a fronte della smobilitazione, nessuna concessione politica sostanziale è stata annunciata da Ankara. Nessuna garanzia sul riconoscimento culturale, sull’autonomia amministrativa o sull’istruzione in lingua curda. Il processo appare più come una neutralizzazione del conflitto che un percorso di piena integrazione e riconoscimento.

Il momento non è casuale. Recep Tayyip Erdoğan sta cercando di consolidare il proprio ruolo di figura centrale negli equilibri geopolitici, sia in Medio Oriente che sul fronte ucraino. Dopo essersi proposto come mediatore nei negoziati tra Russia e Ucraina, ora si presenta anche come risolutore della “questione curda”, forte di una pace interna che rimuove un ostacolo storico alle sue ambizioni internazionali.

In patria, questa strategia gli consente di rafforzare la propria leadership in vista delle elezioni presidenziali del 2028, e potenzialmente di modificare la Costituzione per prolungare il proprio mandato. Una parte degli elettori curdi, tradizionalmente ostili ad Ankara, potrebbe essere corteggiata proprio in nome di questa pace, anche in assenza di vere aperture.

Il principale rischio è che questa pace sia unilaterale e gestita in modo opaco. Non è noto come verranno trattati i combattenti del PKK, dove saranno accolti i leader del movimento, chi monitorerà la transizione e soprattutto quali saranno le garanzie per la popolazione curda sul piano civile.

“Kurdish PKK & YPG Fighters” by Kurdishstruggle is licensed under CC BY 2.0.

Nel frattempo, l’opposizione politica resta sotto pressione. L’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu nel marzo scorso ha scatenato forti proteste popolari e una nuova stretta repressiva. In questo contesto, il processo di pace rischia di essere uno strumento per rafforzare il potere esecutivo, senza estendere i diritti democratici.

Il nuovo assetto curdo si intreccia anche con i cambiamenti in Siria. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), a lungo sostenute dagli Stati Uniti e storicamente collegate al PKK, hanno ceduto alcune competenze al governo centrale siriano. In parallelo, la Turchia si è proposta come nuovo attore per la sicurezza nella regione, in particolare contro l’Isis.

Questa redistribuzione del potere indebolisce il protagonismo curdo in Siria e riduce lo spazio di manovra per un’identità politica transfrontaliera. Il messaggio implicito è chiaro: pace interna in cambio di silenzio esterno.

La fine della guerra armata non coincide, al momento, con l’apertura di una nuova fase politica. I curdi in Turchia rappresentano quasi un quinto della popolazione, ma continuano a non essere riconosciuti come soggetto politico autonomo. Il partito filo-curdo DEM resta ai margini, e le proposte di riforma costituzionale sono state finora ignorate.

Il rischio è che la pace unilaterale da parte dei curdi venga usata per legittimare una normalizzazione autoritaria, senza reali processi di inclusione. La comunità internazionale osserva, ma senza particolare pressione: la stabilità interessa agli Usa e alla Ue più della giustizia.

“Yezidi YBŞ & PKK Guerilla” by Kurdishstruggle is licensed under CC BY 2.0.