Che i curdi siano entrati, loro malgrado, nel disegno operativo della guerra contro Teheran non è più materia da “voci di confine”. Nel pieno dei bombardamenti, il New York Times ha scritto senza formule dubitative che la Central Intelligence Agency (CIA, l’agenzia di intelligence estera degli Stati Uniti) ha fornito armi leggere a gruppi curdi iraniani basati nel Kurdistan iracheno, nell’ambito di un programma segreto iniziato prima dell’attuale conflitto.
È un passaggio che sposta il baricentro della discussione: non perché trasformi automaticamente i curdi in una forza d’invasione, ma perché chiarisce che Washington considera quel segmento dell’opposizione curda iraniana una risorsa utilizzabile, almeno come opzione.
La notizia, però, arriva dentro un cortocircuito informativo che è già parte della guerra. Oggi le principali fonti curde che parlano “da dentro” il terreno politico e logistico del Kurdistan iracheno stanno dicendo l’opposto di ciò che alcuni media internazionali hanno titolato: non c’è alcuna “offensiva di terra” già partita in Rojhelat, il nome con cui i curdi indicano le aree curde dell’Iran occidentale.
Rudaw, che trasmette da Erbil, riporta dichiarazioni nette: il Partito Democratico del Kurdistan iraniano (PDKI/KDPI, sigla variabile nelle traslitterazioni) nega che i propri uomini abbiano attraversato il confine; lo stesso fa Komala dei Lavoratori del Kurdistan; e anche il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK) bolla come infondate le ricostruzioni di una penetrazione già in atto.
È un punto cruciale, perché ci dice che la “notizia dell’incursione” non va letta come un sì/no, ma come il prodotto di tre pressioni simultanee: la pressione militare sull’Iran, la pressione politica su Erbil e Baghdad, e la pressione comunicativa su un’opposizione curda che deve farsi vedere pronta senza esporsi a ritorsioni devastanti. https://www.rudaw.net/english/kurdistan/050320263
Se si vuole capire cosa stia davvero accadendo, conviene partire non dai comunicati, ma dai bersagli. Da domenica 1 marzo, nel Kurdistan iracheno – formalmente fuori dal teatro iraniano, ma di fatto incollato al suo confine – i campi e le basi che ospitano i partiti curdi iraniani sono sotto attacco.
A Koya, nella provincia di Erbil, tre droni hanno colpito il campo Azadi, dove vivono anche famiglie e personale civile legato al Partito Democratico del Kurdistan iraniano: Rudaw parla di un ferito e riferisce che uno dei droni ha colpito l’ospedale del campo. https://www.rudaw.net/english/kurdistan/03032026
Kurdistan24, testata curda con redazione locale, conferma la dinamica dei tre droni e sottolinea che l’evacuazione preventiva del campo ha limitato le vittime. https://www.kurdistan24.net/en/story/897616/three-drones-target-azadi-camp-in-koya-kurdistan-region-one-person-lightly-injured
Un sito curdo di informazione e denuncia come Kurdpa, vicino all’ecosistema dei partiti curdi iraniani, aggiunge un dettaglio rivelatore: parla di attacchi ripetuti contro “campi di rifugiati politici”, ricorda che nei campi vivono famiglie e bambini, e descrive la vulnerabilità di strutture civili – ospedali, scuole, biblioteche – dentro insediamenti che Teheran tratta come obiettivi militari. https://kurdpa.net/en/news/2026/03/6
Il messaggio, messo in fila, è chiaro: prima ancora che un’eventuale colonna curda varchi il confine, l’Iran sta già “spostando la guerra” nel luogo dove quelle colonne nascono, si addestrano e – soprattutto – dove si possono spezzare con un costo politico limitato, perché avviene fuori dal suo territorio.
Il giorno successivo, sempre nel perimetro di Erbil, un missile colpisce una base del Partito della Libertà del Kurdistan vicino a Degala: un combattente ucciso e tre feriti, secondo la leadership del partito. https://www.rudaw.net/english/kurdistan/040320261
È la traduzione operativa del dilemma curdo: essere utili come “fronte interno” significa anche diventare bersaglio prima ancora di combattere.
In parallelo, dentro l’Iran, i bombardamenti occidentali si addensano proprio nelle aree curde e lungo gli assi di comunicazione verso il confine iracheno. Rudaw descrive una progressione: dopo cinque giorni di raid, gli obiettivi colpiti con maggiore insistenza non sono le caserme dell’esercito regolare, ma le basi delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC, Islamic Revolutionary Guard Corps), della polizia di frontiera e dell’intelligence; e segnala un comportamento tipico di una catena di comando sotto stress, con ufficiali che si spostano in strutture civili e basi alleggerite dai ranghi più alti. https://www.rudaw.net/english/middleeast/iran/040320261

Se davvero esiste un canale di armamento clandestino verso forze curde iraniane in Iraq, allora i raid sulle infrastrutture di sicurezza in Rojhelat possono essere letti come ciò che sono, al di là delle narrazioni: la costruzione di un ambiente più poroso, meno sorvegliato, più difficile da controllare per Teheran lungo la frontiera occidentale.
Eppure, proprio perché questa opzione è destabilizzante, nessuno degli attori istituzionali curdi ha interesse a rivendicarla apertamente. Il Governo Regionale del Kurdistan (KRG, Kurdistan Regional Government) ripete da giorni la linea della neutralità e del divieto di usare il proprio territorio per attacchi contro paesi vicini.
Rudaw riporta la frase del vice primo ministro Qubad Talabani – “neutralità completa” – e ricorda che Erbil e Sulaimaniyah, le due aree di potere interno curdo (una legata al Partito Democratico del Kurdistan, KDP, l’altra all’Unione Patriottica del Kurdistan, PUK), hanno tutte le ragioni per non trasformarsi nel retroterra ufficiale di un’incursione, perché significherebbe accettare ritorsioni su aeroporti, infrastrutture energetiche e città. https://www.rudaw.net/english/world/040320261-amp
In questo contesto, le smentite sulla “incursione già iniziata” non sono un dettaglio: sono una misura di sopravvivenza politica.
C’è poi un secondo livello affidato alle fonti “classiche”, che confermano come contatti e consultazioni esistano. Reuters scrive che milizie curde iraniane hanno discusso con gli Stati Uniti se e come colpire forze di sicurezza iraniane nell’ovest del paese, chiedendo supporto militare: non è la prova di una marcia già partita, ma è la prova che l’opzione è sul tavolo delle pianificazioni.
La dinamica curda, dunque, non è la storia di un’unità che “entra o non entra” in Iran. È la storia di un possibile secondo fronte che funziona anche se resta sospeso. Funziona perché costringe Teheran a difendere non solo lo spazio aereo, ma anche la profondità terrestre occidentale; perché spinge l’apparato di sicurezza a redistribuire uomini e risorse; perché mette in tensione Baghdad, che deve impedire infiltrazioni dal proprio territorio senza perdere il controllo sul Kurdistan iracheno.
E funziona perché mette sotto pressione Ankara, che guarda con allarme a qualsiasi rafforzamento curdo nella regione, temendo effetti di trascinamento sulle proprie dinamiche interne e sul dossier del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK, Kurdistan Workers’ Party) e dei gruppi affini.
Dentro questo quadro si colloca un fatto politico che le fonti curde raccontano con chiarezza e che vale più di molte indiscrezioni: la nascita, “la settimana scorsa”, di una coalizione tra partiti curdi iraniani, presentata come tentativo di coordinare un’azione comune e di prepararsi a una possibile fase di transizione o collasso del controllo centrale nelle regioni curde.
Rudaw spiega che Komala – dopo esitazioni – ha aderito all’alleanza, parlando esplicitamente di necessità di unità “nelle tensioni regionali crescenti” e arrivando a evocare, nei documenti del partito, meccanismi per gestire una forza peshmerga unificata e un’amministrazione congiunta in una fase di transizione. https://www.rudaw.net/english/middleeast/iran/040320262
Tradotto per il lettore: non è un gruppo di uomini armati che improvvisa. È una parte dell’opposizione curda iraniana che tenta di darsi una struttura politica e un linguaggio di governo mentre la guerra ridisegna lo spazio di possibilità.
In conclusione il segnale è chiaro: gli Stati Uniti, mentre bombardano, non escludono di usare un attore locale per spingere l’Iran a combattere anche “a terra”, lontano dalle proprie capitali e dai propri centri simbolici.
Ma la stessa realtà sul terreno – gli attacchi ai campi in Iraq, la neutralità rivendicata dal KRG, le smentite pubbliche di Rudaw – ci dice che questa opzione, al momento, vive nel registro della plausibilità più che in quello della proclamazione.
È una guerra che non si gioca soltanto con missili e droni: si gioca con il confine tra ciò che è vero, ciò che è possibile e ciò che è utile far credere vero. In mezzo, i curdi: abbastanza organizzati da essere una leva, abbastanza vulnerabili da pagare per primi il prezzo della leva stessa.



