Mappa dell’opposizione interna alla teocrazia iraniana

Anche chi sogna con tutto se stesso la fine della Repubblica islamica spesso si ferma un passo prima dell’entusiasmo: e se, dopo la piazza, la transizione venisse scritta altrove? Non necessariamente “teleguidata” con un joystick, ma colonizzata nei fatti da chi ha accesso a televisioni, capitali, fondi e cancellerie.

È un timore razionale, non una concessione alla propaganda di Teheran. Perché l’opposizione iraniana, oggi, non è un partito pronto a entrare a Palazzo: è un mosaico di reti, memorie e fratture, e quando manca un centro interno riconosciuto il “dopo” tende a diventare il terreno ideale per le leadership dell’esilio e per gli interessi regionali.

La ragione per cui in Iran non emerge “il leader” non è solo la frammentazione del campo avverso. È il metodo: ogni tentativo di costruire un’opposizione riconoscibile viene represso, e chi diventa simbolo viene neutralizzato. In questa chiave di repressione mortale, la diaspora all’estero non è un elemento estraneo a quanto accade all’interno.

La storia del Movimento Verde del 2009 è ancora la matrice di questa paura. Mir-Hossein Mousavi, ex primo ministro, e Mehdi Karroubi, religioso riformista ed ex presidente del Parlamento, furono i riferimenti politici di quella stagione e da allora sono diventati il promemoria vivente di ciò che accade a un volto troppo visibile: anni di arresti domiciliari, isolamento, cancellazione mediatica.

Karroubi è stato indicato negli ultimi mesi come vicino alla liberazione o comunque a una fine sostanziale della misura, ma la traiettoria resta la stessa: una leadership interna, se prova a strutturarsi, viene “messa in naftalina” dallo Stato.

È dentro questo vuoto che prosperano i soggetti dell’esilio, quelli che all’estero sono immediatamente “spendibili” perché hanno un nome, una sigla, un apparato comunicativo. Il fronte monarchico, con Reza Pahlavi, gioca su una nostalgia che spesso è meno nostalgia della monarchia e più rigetto del potere clericale; ma proprio perché è un simbolo, divide: per alcuni è un punto di aggregazione, per altri è una scorciatoia identitaria senza un’organizzazione reale in patria.

Il MEK, i Mujahideen-e Khalq, ha l’opposto: un’organizzazione in esilio, una disciplina, una rete di sostegno internazionale; e allo stesso tempo un enorme problema di legittimità interna, legato soprattutto al suo passato e alla scelta di schierarsi con Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq.

Maryam Rajavi è la figura politica più riconoscibile di questo blocco e guida, nei fatti, l’architettura del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, Mujahideen del Popolo, molto attivo in Europa; ma anche qui il punto non è la visibilità esterna: è quanta presa reale esista dentro l’Iran.

Esiste poi una terza area della diaspora meno “mitologica” e più istituzionale: quella repubblicana e laica, che prova a presentarsi come alternativa di sistema, non come bandiera. La coalizione Hamgami, nata nel 2023 con l’ambizione di una “Repubblica democratica laica”, parla esplicitamente di separazione tra religione e Stato, elezioni libere, pluralismo di partiti e garanzie per una magistratura e media indipendenti.

È un tentativo razionale di scrivere un lessico di transizione. Il limite, però, è lo stesso: l’autorevolezza esterna non coincide automaticamente con la capacità di incidere dentro un Paese dove organizzarsi è un reato.

Se il timore è l’eterodirezione, la risposta non può essere fingere che l’esilio non conti. Deve essere capire dove sta, davvero, l’opposizione interna. E qui la mappa diventa più ricca e più scomoda, perché non coincide con le sigle: coincide con i pezzi di società che smettono di collaborare.

Nel 2023 alcuni gruppi della diaspora hanno dato vita a Hamgami, Solidarietà per una Repubblica Democratica Laica in Iran, una coalizione che propone una repubblica laica e democratica.

C. Suthorn / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0

Ha trovato visibilità soprattutto all’estero dopo le proteste del 2022 seguite alla morte di Mahsa Amini, e mette al centro separazione tra religione e Stato, elezioni libere, magistratura e media indipendenti.

Un segnale potente è la frattura nel mondo dei bazarì, i commercianti e artigiani storicamente centrali nella rivoluzione del 1979 e a lungo considerati un pilastro sociale del sistema. Quando quel blocco si ribella per crisi economica, inflazione e perdita di potere a favore dei Pasdaran, la protesta non è più solo generazionale o culturale: diventa interessi materiali che collassano, e quelli non si reprimono con un sermone.

Accanto ai bazar, pesa l’opposizione che nasce dal lavoro e dai servizi: non come “partito operaio”, ma come capacità di blocco. In un sistema autoritario la piazza può essere isolata; molto più difficile è gestire un Paese che si ferma.

Le reti sindacali indipendenti sono colpite da anni, ma quando riescono a parlare o a coordinare anche solo segmenti di mobilitazione, spostano la protesta dal simbolico al sistemico. Non serve una bandiera unica: basta che settori diversi trovino, anche solo per alcuni giorni, la stessa grammatica della disobbedienza.

Poi c’è il mondo universitario, che in Iran non è un “luogo di idee” in astratto: è un’infrastruttura di rete. Le università forniscono connessioni, coordinamento, capacità di replicazione. È uno dei motivi per cui lo Stato investe tanto nel controllo dei campus e nella gestione della sicurezza interna: non perché gli studenti siano un governo ombra, ma perché sono una cerniera tra protesta locale e diffusione nazionale.

La dimensione territoriale, infine, è decisiva e spesso fraintesa. Le minoranze curde e baluche non sono un dettaglio etnografico: sono aree dove la protesta tende a essere più intensa, più politicizzata e più esposta alla violenza, perché lì si sommano discriminazione storica, frattura centro-periferia e, in alcuni casi, presenza di gruppi armati o reti transfrontaliere.

L’opposizione curda, in particolare, ha mostrato in passato di saper usare lo strumento dello sciopero generale come forma di pressione politica. Il rischio, per una transizione senza perno interno, è doppio: che queste regioni diventino terreno di competizione tra attori esterni, oppure che esplodano in una dinamica centrifuga se non vengono incluse in un progetto nazionale credibile.

Dentro questo quadro si muove anche un’opposizione “religiosa” al monopolio religioso del potere. Le prese di posizione di figure sunnite autorevoli sono importanti non perché offrano un programma di governo, ma perché incrinano l’idea che la Repubblica islamica rappresenti automaticamente l’Islam.

È un colpo al monopolio morale del clero e una copertura simbolica per comunità periferiche che da anni chiedono rappresentanza.

Resta un ultimo tassello, spesso decisivo nelle transizioni: la possibilità di fratture in alto. In molte svolte storiche non vince solo la piazza; vince quando una parte dell’élite decide che il costo di restare è superiore al costo di cambiare. Qui il quadro appare più chiuso che aperto: l’istinto di sopravvivenza dell’establishment spinge spesso a serrare i ranghi, e questo rende ancora più plausibile la tentazione esterna di riempire un vuoto di architettura politica.

Ecco perché il punto non è scegliere tra “eroi dell’esilio” e “purezza interna”. Il punto è evitare che il dopo sia una guerra di deleghe. Se la transizione deve essere iraniana, deve avere un minimo di architettura condivisa dentro il Paese.

Una piattaforma breve ma riconoscibile, una promessa credibile di non-vendetta che eviti la resa dei conti tra fazioni, e un patto di inclusione che non scarichi curdi e baluchi ai margini in nome dell’unità nazionale. Senza questo, anche una vittoria della piazza rischia di trasformarsi nel peggiore degli esiti: non una democrazia, ma un vuoto di potere che altri — più organizzati, più armati, più sponsorizzati — riempiranno al posto degli iraniani.

alisdare1 (Alisdare Hickson) / Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.0)